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CHIUDETE QUEI LAGER. due mesi dopo Lampedusa i giovani alzano la voce

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 Comunicato Arca della pace 2013

CHIUDETE QUEI LAGER

Per cominciare a rispondere a papa Francesco

Con i nostri occhi abbiamo visto scorrere, qui nella “terra-finestra” di Puglia, come la chiamava don Tonino Bello, altri fotogrammi della storica giornata del vescovo di Roma del 7 luglio 2013 a Lampedusa.

Siamo i partecipanti all’Arca della Pace 2013, esperienza di giovani-adulti da ogni parte d’Italia che sulle orme di don Tonino Bello hanno percorso quest’estate la Puglia nei luoghi che traspirano una testimonianza ancora vivissima di un testimone che ci raggiunge dal futuro.

Lo sguardo affranto di papa Francesco sembra non averci fatto voltare pagina ma continua a scuotere la nostra “globalizzazione dell’indifferenza” verso i nostri fratelli che, evitando il cimitero del Mediterraneo, ci interpellano con la loro presenza implorante accoglienza e giustizia.

Lo stesso sguardo di “com-passione” ci ha portato davanti alle mura del Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Bari, lager legalizzato per “criminali clandestini”.

Giunti in prossimità del luogo (non localizzabile sulla cara geografica) è uscito subito un carabiniere ed un soldato del Battaglione San Marco a sincerarsi del motivo della nostra presenza, quasi a testimoniare che in quel posto non è gradita la sosta dei “non addetti ai lavori”, che c’è qualcosa da tenere nascosto, qualcosa che forse non è poi così bello da vedere e visitare.

Gli alti muri recintati di filo spinato non permettono di vedere oltre, si può solo cercare di ascoltare ma tutto sembra tacere…

Successivamente l’incontro con un avvocato, colmo d’indignazione, ha sconvolto i nostri cuori.

Ci ha raccontato che cosa sono i Centri di Identificazione ed Espulsione e quali le condizioni di chi vi si trova ad esserne imprigionato. Ha avuto la fortuna-sfortuna di entrarvi l’anno scorso assieme ad alcuni periti (mandati dal ministero) per valutare se le condizioni presenti rendessero o meno la struttura a norma di legge e violasse o meno i diritti umani. La sua descrizione ci ha lasciato senza parole: ha visto una situazione a dir poco tragica somigliante a vere e proprie carceri, in cui gli uomini e le donne vengono derubati di tutti i loro diritti (perfino di quelli riconosciuti ai normali carcerati) e spogliati della loro stessa umanità, per aver commesso, come unico crimine, quello di volere per sé per i propri bambini e genitori un futuro più dignitoso. Tali scomodi criminali senza nome sono lasciati oziare ventiquattrore al giorno, al freddo d’inverno, al caldo d’estate, senza sapere nulla di ciò che ne sarà del loro futuro. Chi tra di loro ha fatto anche esperienza di prigionia racconta che la permanenza in un carcere è di gran lunga migliore rispetto ad una permanenza in un CIE.

Di cosa che cosa succeda all’interno di tali lager poco si sa, perché i permessi di accesso vengono concessi dal ministero con estrema rarità e severità (neppure il Sindaco della città ha diritto ad entrarci), il che testimonia una situazione di giurisdizione statale alquanto problematica e sospetta.

Una sola cosa si sa: che si tratta di realtà che violano la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo, i principi fondamentali della costituzione italiana e che sono state condannate dall’Unione Europea.

Ma è stato bravo il nostro caro avvocato, non ci ha lasciati carichi di pessimismo e rassegnazione bensì di speranza e determinazione.

Da qualche anno si è impegnato, assieme ad altri colleghi, in una associazione volta alla tutela del bene comune sul territorio della città di Bari (www.classactionprocedimentale.it) che si propone, mediante gli strumenti del diritto e della legge di combattere tali situazioni il illegalità e disumanità. Il prossimo 13 novembre il tribunale di Bari sarà chiamato a giudicare il CIE presente sul proprio territorio e tale evento potrebbe divenire un occasione davvero importante per risvegliare le coscienze intorpidite di molti e cambiare la direzione finora presa in “materia di immigrazione”.

Consci che la denuncia non risolva alcuna situazione se poi non si trasforma in annuncio, proposta, apertura, così come diceva don Tonino Bello, abbiamo continuato il nostro cammino alla ricerca di ulteriori soluzioni per una convivialità delle differenze.

Ed ecco imbatterci in don Giuseppe Colavero, fondatore della comunità AGIMI (http://agimi.org), che cerca da ben oltre vent’anni di vivere l’incontro con i migranti all’insegna dell’accoglienza e dell’integrazione.

È stato lui, gridando con il dito puntato verso ciascuno di noi, a farci cogliere il segreto, la chiave di volta per affrontare la questione dell’immigrazione: “Ricordate che non ci potrà mai essere integrazione, fintantoché non ci sarà accoglienza”.

Con questa frase, che resta come spina che ci pungola il fianco, continueremo a pretendere dal nostro paese un trattamento più umano per queste persone (conforme al terzo articolo della nostra costituzione e alla carta dei diritti dell’uomo), ma di pari passo ci ricorderemo e ricorderemo che l’accoglienza non può mai derivare in ultima da una norma di legge, bensì dal cuore, dalle porte che noi lasciamo aperte, dalla tenerezza dei nostri abbracci e dall’ascolto autentico che sapremo dare a ciascuno di loro.

 Don Tonino ricordava, pensando a molte famiglie rimaste senza casa: “non c’è solo crisi di alloggi, c’è crisi di amore.” Ed è proprio ciò di cui abbiamo fatto esperienza in Puglia: non basta la legge e il diritto, non bastano le cure mediche e delle condizioni di vita adeguate, non bastano le manifestazioni e la denuncia, ci vuole disponibilità ad allargare il cuore e le braccia verso l’altro, chiunque esso sia.

 I giovani dell’Arca della Pace, 8 settembre 2013