Mail YouTube

Lavorare senza scarti

Savino Pezzotta

Viviamo dentro una trasformazione che non abbiamo scelto: guerre che tornano a essere linguaggio quotidiano, crisi climatica che non è più un’ipotesi, tecnologie digitali e intelligenze artificiali che ridisegnano il lavoro senza chiedere permesso. Di fronte a tutto questo non possiamo restare nei vecchi schemi. Il mito della produzione come generatrice automatica di benessere è finito: la produzione non basta più a garantire diritti, e la produttività non è più il risultato dell’azione di un singolo attore, ma di un intreccio collettivo che nessuno governa davvero.

Questa economia produce scarti. Scarta chi migra, chi invecchia, chi non è riqualificabile, chi non regge i ritmi. Scarta perfino i territori quando non sono abbastanza competitivi. La migrazione non è un’emergenza: è la risposta concreta ai vuoti che il sistema non vuole vedere. Interi settori collasserebbero senza lavoratori stranieri, eppure si continua a parlare di “remigrazione” come se bastasse un decreto per sostituire la forza lavoro che non c’è più. La verità è che non abbiamo il coraggio di guardare la crisi demografica: siamo un Paese che invecchia e non vuole ammetterlo.

Intanto ci vendono la favola della tecnologia salvifica. Robot umanoidi, automazione totale, intelligenze artificiali che dovrebbero colmare ciò che manca. Ma la contraddizione è evidente: un mondo pieno di disoccupati convive con investimenti miliardari per rimpiazzare lavoratori umani con lavoratori artificiali. L’uso delle tecnologie cibernetiche non è una scelta tecnica: è una scelta politica. E oggi si sta finanziando la sostituzione dell’umano, svalorizzando il lavoro e la redistribuzione della ricchezza.

A questo si aggiunge la finanziarizzazione dell’economia, che ha cambiato la natura stessa del potere. Non conta più la proprietà industriale, ma la capacità di estrarre valore dai flussi finanziari. Gli azionisti globali, i fondi, gli asset manager decidono strategie, investimenti, licenziamenti, automatizzazioni. Il vecchio concetto di proprietà — radicato nel territorio, nella responsabilità, nella continuità — è stato sostituito da un potere liquido che non risponde a nessuno. E questo potere ha un solo criterio: il massimo profitto. Non il giusto guadagno, non l’equilibrio tra impresa e comunità, non la dignità del lavoro. Solo il rendimento immediato, anche a costo di scartare persone, competenze, territori.

Dentro questa logica, la produzione stessa sta cambiando direzione: si sposta dai beni civili ai mezzi militari. La domanda bellica cresce, assorbe risorse pubbliche, orienta la ricerca, riconverte stabilimenti. È una torsione silenziosa ma profonda: l’economia civile viene risucchiata dall’economia di guerra, e ciò che non è funzionale alla competizione strategica viene lasciato indietro. Anche qui, chi non serve viene scartato.

Per questo la ricchezza non può più essere distribuita solo attraverso l’occupazione. Il lavoro non è più il canale unico della cittadinanza. La tecnologia, se lasciata al mercato, concentra potere invece di liberarlo. La crisi demografica ci obbliga a pensare forme nuove di inclusione, non nuove forme di esclusione.

Lavorare senza scarti significa rifiutare l’abbondanza che esclude. Rifiutare l’idea di un futuro aziendale senza persone. Rifiutare la narrazione che ci vuole competitori invece che comunità. Significa pretendere una redistribuzione che passi anche da altri canali: reddito di base, welfare territoriale, partecipazione agli utili, fiscalità progressiva vera, riconoscimento del lavoro di cura, cittadinanza economica per chi contribuisce alla vita del Paese, non solo alla sua produzione.

Non è radicalità: è l’applicazione concreta dell’insegnamento di Papa Francesco e di Leone XIV, un tentativo di difendere la sopravvivenza democratica contro il potere dei tecnocrati e degli oligarchi. Se non cambiamo la distribuzione della ricchezza, la tecnologia — guidata dal capitale finanziario e dalla nuova economia di guerra — deciderà chi resta dentro e chi viene scartato. Questo non si può permetterlo.