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Notizie dalla Amazzonia (dal Manifesto.it)

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Amazzonia presa all’amo

BRASILE. Dietro i brutali omicidi di Bruno Pereira e Dom Phillips, le attività criminali che stanno devastando la Vale do Javari. A partire dalla pesca illegale, lucroso business favorito dal governo Bolsonaro: scarse le attività di controllo del saccheggio in corso che svuota i fiumi e impoverisce i territori indigeni

Francesco Bilotta, BRASILIA

Il brutale assassinio di Bruno Pereira e Dom Phillips, avvenuto nello Stato brasiliano di Amazonas, ha portato alla luce l’attività predatoria che imperversa nella Vale do Javari, la regione con il più alto numero di popoli isolati del mondo. Ma per il vice presidente Hamilton Mourao, che ha la delega per l’Amazzonia, tutto è riconducibile a qualche bicchiere di troppo.

«Si tratta di una morte stupida, avvenuta di domenica quando si beve, come accade nelle periferie delle grandi città. Le persone coinvolte sono povera gente che vive di pesca per migliorare le condizioni di vita», ha dichiarato dopo la confessione degli assassini, il ritrovamento dei corpi delle due vittime e della barca su cui viaggiavano. Né ha mancato di dire che l’obiettivo era Bruno, mentre per Dom si è trattato di «un danno collaterale».

LA REALTÀ è ben diversa. L’agguato è stato premeditato ed eseguito con ferocia. L’imbarcazione di Pereira e Phillips, con il suo motore di 40 hp, non è riuscita a sottrarsi all’inseguimento degli assassini che hanno impiegato fucili da caccia per colpire i due uomini. L’indigenista è stato raggiunto da tre colpi, di cui uno al volto per sfigurarlo, il giornalista inglese da un colpo a torace e addome.

L’allarme sulla scomparsa, che la comunità indigena aveva lanciato già nella serata di domenica 5 giugno, non è stato raccolto. Le ricerche sono partite con ventiquattro ore di ritardo, consentendo agli autori del delitto di muoversi in tutta sicurezza, affondare la barca con sei sacchi di sabbia, trasportare il giorno dopo i corpi nella foresta, farli a pezzi, bruciarli e sotterrarli.

Bruno e Dom dovevano sparire per sempre senza lasciare traccia. Se i loro corpi sono stati ritrovati si deve, soprattutto, all’impegno degli indigeni che hanno guidato i gruppi di ricerca, analizzando il territorio e cogliendo ogni indizio del passaggio degli assassini.

Sit-in a Brasilia per Bruno Pereira e Dom Phillips (Ap/Eraldo Peres)

«Bruno e Dom hanno lottato per noi e ora lottiamo per loro», continuano a ripetere gli indigeni, rigettando tutte le posizioni volte a ridimensionare quanto accaduto. Sono otto attualmente gli indagati, di cui tre in stato di arresto, accusati di aver preso parte alla criminale operazione. Ma quali sono le attività illecite che venivano contrastate da Pereira e che Phillips documentava da anni?

LA VALE DO JAVARI, per la sua posizione geografica, sulla triplice frontiera di Brasile, Perù e Colombia, attrae attività criminali di vario tipo: furto di legname, caccia e pesca illegali, ricerca di minerali, grilagem, traffico di droga. Secondo l’Unione dei popoli indigeni della Vale do Javari, nella regione operano saccheggiatori professionali e la pesca illegale è l’attività più redditizia.

In questi ultimi anni almeno sei gruppi di pescatori illegali hanno imperversato nei fiumi Itaquaì e Ituì, che attraversano il territorio indigeno. Le imbarcazioni utilizzate, lunghe fino a tredici metri e in grado di trasportare fino a dodici tonnellate di pesce, sono composte da sei-otto persone sempre armate e che non perdono occasione di esibire le loro armi. Le battute di pesca si protraggono per 15-20 giorni e avvengono con grandi scorte di ghiaccio e sale per conservare il pescato che finisce al mercato illegale di Atalaia do Norte.

L’ultima attività di controllo, svolta il 12 aprile scorso dal gruppo di vigilanza indigeno con la presenza di Pereira, aveva registrato l’attività contemporanea di cinque imbarcazioni nella zona di confluenza dei due fiumi. Le richieste di intervento fatte alle autorità locali non avevano prodotto alcun risultato.

L’unico tipo di pesca autorizzato nella Vale do Javari è quella che serve all’alimentazione dei ribeirinhos (comunità fluviali). La pesca commerciale, invece, si è estesa su larga scala, determinando l’impoverimento dei corsi d’acqua e devastazioni ambientali. Il pirarucu è uno dei maggiori pesci di acqua dolce ed è protetto dal 1980, con periodi di ferma nella fase riproduttiva. Questo non ha impedito una pesca incontrollata nella regione e il commercio verso la Colombia attraverso la città di frontiera di Leticia.

LE ATTIVITÀ di controllo sono scarse e i pochi operatori della Funai non sono in grado di sanzionare le attività illegali. Durante il governo Bolsonaro gli organismi di controllo hanno rilevato nei cinque municipi della regione della Vale do Javari solamente quattro episodi illegali di pesca, trasporto e vendita di pirarucu, due nel 2019 e due nel 2022. Un altro pesce di acqua dolce, il piracatinga, viene pescato illegalmente, nonostante si tratti di specie protetta dal 2015. Non è apprezzato dalle comunità di pescatori dell’Amazzonia, ma ha un mercato in Colombia e la sua cattura serve a soddisfare la domanda oltre confine.

Ma per pescare il piracatinga viene utilizzata come esca la carne del boto, il delfino rosa dell’Amazzonia, la più grande specie di cetaceo di acqua dolce. Il boto rappresenta uno dei segni distintivi dell’Amazzonia e gli indigeni lo considerano un animale sacro, ma la sua sopravvivenza è a rischio a causa della pesca scellerata che viene condotta. Bruno Pereira e le comunità indigene cercavano di contenere i disastri derivanti dalla pesca illegale, sempre più inserita in uno schema di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga, secondo le dichiarazioni dell’Unione dei popoli della Vale do Javari.

IN QUESTO REMOTO angolo dell’Amazzonia la violenza ha finito per prendere il sopravvento e chiunque alzasse la testa doveva pagare con la vita. Altro che una «briga», una lite, degenerata a causa dell’alcol. La morte di Bruno e Dom ha ridestato molte coscienze in Brasile e nel resto del mondo, rivelando senza equivoci la politica del governo di Jair Bolsonaro in Amazzonia e la presenza del crimine organizzato nelle terre indigene.

«Quello che sta accadendo in Amazzonia non è una omissione, ma un progetto che vede le aree protette come fonte di lucro, in una politica di morte non solo dei popoli indigeni e dei loro difensori, ma anche della foresta», afferma Aiala Couto, geografo e ricercatore del Forum brasiliano di sicurezza pubblica. Dopo l’assassinio di Bruno e Dom la questione ambientale ha guadagnato spazio in Brasile e nel documento di 121 punti che contiene il programma elettorale dell’ex presidente Lula e dei partiti che lo sostengono.

NELL’ULTIMA VERSIONE, presentata il 21 giugno scorso a San Paolo, si legge che «l’attività illegale sarà duramente combattuta e lo sviluppo economico e la sostenibilità socio-ambientale devono andare di pari passo». Un percorso difficile quello di difendere le popolazioni e i territori amazzonici.
«La nostra forza è il non aver paura», ripetono gli indigeni di fronte all’assalto che stanno subendo.

L’Amazzonia è sempre meno verde

AMBIENTE. Un corposo studio condotto da specialisti di nove paesi sottolinea i gravi squilibri socio-ambientali provocati in 30 anni nella regione amazzonica

Francesco Bilotta

In Amazzonia si assiste ad una accelerazione di tutti i processi, con gravi ricadute in termini socio-ambientali. I cambiamenti nell’uso dei suoli che in questi anni sono avvenuti nella regione amazzonica stanno producendo gravi squilibri. I dati a disposizione mostrano le dinamiche in atto nelle diverse aree della regione.

UNO STUDIO PRESENTATO il 30 settembre scorso, risultato del lavoro di tecnici e specialisti dei nove paesi sudamericani in cui ricade l’Amazzonia, mette in evidenza le trasformazioni avvenute dal 1985 al 2020. L’iniziativa denominata MapBiomas ha permesso di stabilire, attraverso l’esame delle mappe annuali della copertura e uso dei suoli, che in 36 anni la regione amazzonica ha perso 74,6 milioni di ettari della sua copertura vegetale naturale, un’area equivalente a due volte e mezzo il territorio dell’Italia. Nello stesso periodo di tem- po l’estrazione mineraria è cresciuta del 656%, le infrastrutture urbane del 130%, le attività agricole e l’allevamento del 151%. Se nel 1985 solo il 6% dell’Amazzonia risultava antropizzata, nel 2020 la percentuale si è quasi triplicata, raggiungendo il 15%.

IL FENOMENO HA dimensioni diverse da un paese all’altro: l’1% nel Suriname e nella Guiana, mentre nell’Amazzonia brasiliana si arriva al 19%. Il Brasile, nel cui territorio ricade il 60% della foresta amazzonica, ha subito gli sconvolgimenti maggiori e rappresenta l’anello debole dell’ecosistema. I ricercatori parlano di «trasformazioni profonde e rapide che possono portare a un punto di rottura per i servizi ecosistemici di tutta la regione».

UN ALTRO STUDIO, PUBBLICATO nel luglio di quest’anno sulla rivista scientifica Nature, dimostra che l’Amazzonia sta producendo più anidride carbonica di quanto riesca ad assorbirne, invertendo la dinamica del bioma. L’imputato è sempre il bacino amazzonico del Brasile che nel periodo che va dal 2010 al 2019 avrebbe emesso 16,6 miliardi di tonnellate di CO2 e ne avrebbe assorbite 13,9.

NEI QUATTRO SITI ANALIZZATI nell’Amazzonia brasiliana è emerso che la quantità di gas serra liberata è superiore del 20% rispetto a quella assorbita. Secondo Jean-Pierre Wigneron dell’Istituto nazionale di ricerca agronomica francese i dati dimostrano che «negli anni presi in esame l’Amazzonia è diventata un emettitore netto di gas serra e non più la principale area di assorbimento del pianeta».

I VASTI INCENDI DI QUESTI ULTIMI anni hanno giocato un ruolo determinante nell’au- mentare il rilascio di CO2 nell’atmosfera. Luciana Gatti, ricercatrice dell’Istituto di ricerca spaziale del Brasile (Inpe) e che ha collaborato allo studio, afferma: «Nelle aree in cui si verificano gli incendi le emis- sioni di CO2 sono tre volte maggiori di quanto le piante riescano ad assorbirne. Questo fenomeno si manifesta con mag- giore intensità nella regione sud-orienta- le. L’inversione nella dinamica accelera le mutazioni climatiche, intensifica i periodi di siccità, causa gravi impatti sulla biodi- versità del bioma, con profondi squilibri socio-ambientali».

I DATI FORNITI DALL’INPI CI DICONO che la deforestazione in Brasile nel 2020 ha interessato una superficie pari a 11.088 kmq, con una crescita del 9,5% rispetto all’anno precedente. Gli specialisti in desmatamento cercano di comprendere le fasi e le tecniche utilizzate dai responsabili della distruzione della foresta. Il ricercatore Juan Doblas ha seguito per anni quello che avviene nello stato di Rondonia, uno dei più colpiti insieme al Mato Grosso.

L’ABBATTIMENTO DELLA vegetazione è operato da medi e grandi proprietari terrieri su aree protette, spesso acquisite median- te la falsificazione di titoli di proprietà (grilagem), da destinare all’allevamento di bovini. Ma negli ultimi anni, secondo Doblas, a causa della flessibilizzazione della legislazione fondiaria e del nuovo codice forestale introdotto nel 2012, si è affermato il «desmatamento speculativo», una forma industriale di deforestazione. L’intervento avviene su aree molto vaste e non definite per quanto riguarda i titoli di proprietà (un terzo dell’Amazzonia brasiliana si trova in questa condizione). Si radono al suolo migliaia di alberi con incursioni che vedono l’utilizzo di mezzi meccanici e centinaia di persone. L’obiettivo è quello di ricavare aree nella speranza di valorizzarle sul mercato della terra con titoli di proprietà falsi. Ma è il fuoco l’elemento privilegiato per liberarsi degli alberi ed attuare una espansione predatoria.

LA FORESTA TROPICALE QUANDO è intatta non prende fuoco. Bisogna creare le condizioni favorevoli, tagliando la vegetazione minore che una volta secca diventa infiammabile, coinvolgendo i grandi alberi. Ma sempre più spesso si fa uso di quello che viene chiamato «agente arancio», un defogliante proibito in Europa e largamente impiegato dall’esercito statunitense nel Vietnam, per favorire la propagazione del fuoco. I ricercatori studiano le conseguenze che la perdita di copertura forestale può produrre. Nel dibattito scientifico spesso si affaccia l’interrogativo su quale può essere il «punto di non ritorno» per l’Amazzonia. Molti studiosi ritengono che una perdita del 25% del manto forestale, rispetto alla situazione che si registrava all’inizio degli anni ’70, possa produrre fenomeni incontrollabili su vasta scala.

IN BRASILE I TENTATIVI di ambientalisti e ricercatori per costruire e proporre strategie di conservazione si scontrano con le po- litiche del governo Bolsonaro che incentivano a deforestare e vendere terre pubbliche. Il PL 490/2007 si propone di favorire le attività economiche nei territori amazzonici e di modificare le regole per la demarcazione delle terre indigene. Il PL 2633/2020, noto come «progetto grilagem», mira a legalizzare questa pratica. Tra le iniziative del governo risulta particolarmente grave lo smantellamento dei due principali organi di controllo ambientale: l’istituto Chico Mendes di conservazione e biodiversità e l’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali (Ibama). Tutti i responsabili delle unità di controllo dell’Istituto Chico Mendes sono stati esautorati e al loro posto sono stati nominati dei militari. Le competenze dell’Ibama sono state trasferite a un nuovo organismo (Consiglio nazionale dell’Amazzonia legale) composto esclusivamente da militari e presieduto dal vicepresidente generale Mourao.

IN TUTTO QUESTO SI INSERISCE la battaglia che stanno conducendo le comunità indigene contro il marco temporal, una tesi giuridica che si propone di limitare la demarcazione dei territori indigeni. Il Supremo tribunale federale, che sta esaminando la delicata questione, è sottoposto alle forti pressioni del governo e dei settori dell’agrobusines e appare incapace di prendere una decisione, alimentando la condizione di precarietà delle popolazioni la cui sopravvivenza è legata a quella dell’Amazzonia.