Carla Bellani
Tra luglio e ottobre 2026, la società civile sudanese ha intensificato gli sforzi per costruire un autentico processo di dialogo nazionale per porre fine alla guerra scoppiata nel 2023 tra l’esercito regolare (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), e avviare una transizione democratica guidata dai civili.
Organizzazioni della società civile, gruppi politici, movimenti femminili e rappresentanti delle comunità locali continuano a ribadire un principio fondamentale: la pace non può ridursi a un accordo tra gruppi armati. Per essere duratura, deve coinvolgere attivamente la popolazione e riconoscere alla società civile un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese.
Le tappe di un percorso di pace dal basso.
Un primo passaggio significativo si è avuto nell’aprile 2026, durante la Conferenza internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino. In quell’occasione, governi e organizzazioni internazionali hanno riconosciuto la necessità di promuovere un processo di pace costruito dal basso, garantendo una partecipazione effettiva di donne, giovani, comunità locali, sfollati, rifugiati e organizzazioni civiche.
A giugno, ad Addis Abeba, si sono svolte consultazioni tra un ampio spettro di rappresentanti politici e della società civile sudanese impegnati nella ricerca di una soluzione al conflitto. Pur tra molte difficoltà, gli incontri hanno prodotto risultati incoraggianti.
Le consultazioni sono state promosse dal cosiddetto Quintetto, formato da Unione Africana, Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), Lega Araba, Unione Europea e Nazioni Unite. L’obiettivo comune è sostenere la nascita di un fronte civile sudanese autonomo, capace di incidere sul futuro politico del Paese.
La strategia del Quintetto si fonda sull’integrazione di diversi livelli d’intervento: il negoziato politico, l’azione diplomatica, la risposta umanitaria, la protezione delle popolazioni civili e la ricerca della giustizia per i crimini commessi durante la guerra. L’obiettivo è favorire una soluzione politica guidata dai sudanesi stessi e accompagnare il ritorno a un governo democratico e civile.
In questo quadro, i mediatori internazionali hanno compiuto una visita a Khartum, incontrando autorità militari, rappresentanti dei comitati civili e forze politiche. Lo scopo era riaprire spazi di fiducia e favorire un dialogo tra soggetti profondamente divisi: una condizione indispensabile per qualsiasi processo di pace credibile e partecipato.
Il ruolo delle Nazioni Unite
Il 14 settembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ribadito la necessità di coordinare gli sforzi diplomatici, il cessate il fuoco, gli aiuti umanitari e il percorso politico, sottolineando l’importanza di una partecipazione effettiva della società civile.
Pochi giorni dopo, il 24 settembre, a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York, si sono incontrati i due principali tavoli diplomatici impegnati sul dossier sudanese: il Quintetto e il Quad, (quest’ultimo composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti). Entrambi hanno chiesto un maggiore coordinamento tra le iniziative umanitarie, la cessazione delle ostilità e la costruzione di un processo politico inclusivo.
Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 12 ottobre ad Addis Abeba. In presenza di rappresentanti dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite, il fronte civile sudanese contrario alla guerra ha presentato una propria tabella di marcia per la pace, chiedendo la costituzione di una commissione incaricata di tradurre le proposte contenute nel documento in misure politiche concrete.
Per molti sudanesi, questo rappresenta uno spiraglio di speranza che non può essere soffocato, come già accaduto troppe volte nel passato. Oggi, il Paese non può più aspettare: la guerra continua a infuriare, provocando livelli catastrofici di fame e devastazione.



