Carlo Tombola, Weapon Watch
Coincidenze “storiche” riportano ancora Genova sotto i riflettori. Il primo porto del Mediterraneo è ospitato da una città irriducibilmente refrattaria ai venti di guerra che ammorbano questi nostri tempi.
Senza dubbio, la prima sabbia nell’ingranaggio è stata messa anni fa dai portuali genovesi, esempio di testarda solidarietà verso migranti resi apolidi da guerre lontane e poi verso i popoli trucidati da nemici strapotenti e dotati di tutta la violenza tecnologica possibile. Si meritarono anche il plauso di papa Francesco, e in generale hanno un immenso seguito nella loro città, come si è potuto constatare nello scorso autunno, quando i portuali genovesi hanno caricato la flottilla di aiuti umanitari per sfidare l’arroganza dell’esercito israeliano. Il seguito è tale che una loro proposta – dotare il porto di un osservatorio per vagliare la natura militare delle merci in transito – è stata pubblicamente ripresa “a caldo” da Francesca Albanese e subito rilanciata dalla sindaca Silvia Salis.
Com’è noto, le promesse dei rappresentanti eletti si trasformano in percorso democratico solo quando camminano sulle due gambe della democrazia rappresentativa: la “spinta gentile” dell’opinione pubblica organizzata, dal basso, e la confezione di un meccanismo tecnico-istituzionale che dia soluzione pratica alla promessa pubblica.
Nel caso dell’osservatorio sul porto, questa seconda parte si è concretizzata in una proposta di delibera del Consiglio comunale genovese, co-firmata dai capigruppo delle formazioni politiche che sostengono la giunta di centrosinistra, e sta per andare in discussione. La delibera prevede un osservatorio consiliare permanente, quindi destinato a rimanere anche con altre giunte, ha come finalità la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori, con il mandato di realizzare il progetto di “Genova porto di pace”. È stata elaborata pensando alla partecipazione delle autorità dello stato che sovrintendono alle attività del porto (autorità di sistema portuale, capitaneria di porto, agenzia delle dogane, prefettura) ma – non sorprende – tutte hanno declinato l’invito comunale inviando quattro risposte scritte identiche, dopo aver fatto tardare i proprio parere per mesi. Hanno tuttavia lasciato aperta una porta a contributi tecnici all’osservatorio.
La battaglia – esemplarmente nonviolenta! – per svelare i veri dati del commercio marittimo di armamenti non si svolge solo a Genova. A partire dal porto di Ravenna, e grazie al lavoro d’inchiesta della giornalista Linda Maggiori – che scrive soprattuto per Altreconomia – si è aperto un altro fronte, quello della pubblicazione dei dati nelle mani delle autorità doganali in base al cosiddetto accesso civico generalizzato. L’Agenzia delle dogane si è opposta, Linda Maggiori ha fatto ricorso al TAR dell’Emilia Romagna ottenendo un parziale successo, con una sentenza che è stata a sua volta impugnata dall’Agenzia delle dogane. Ora si attende la data dell’8 ottobre, quando sulla vicenda darà il suo giudizio finale il Consiglio di stato, a cui si è rivolta Linda, assistita dall’avv. Andrea Maestri e ora sostenuta anche da the Weapon Watch e da CRED (Centro Ricerca Elaborazione per la Democrazia).
Proteste dei portuali, manifestazioni, flottille, osservatori, accessi agli atti… sono tutti tentativi per colmare almeno un po’ la grave distanza che è sotto gli occhi di tutti, tra ciò che dovrebbe essere secondo quanto stabilito da Costituzione e leggi e convenzioni internazionali e quello che invece avviene quotidianamente; tra i mancati controlli delle autorità dello stato e il sostegno di fatto alle guerre più gravi e violente del XXI secolo, da una parte, e dall’altra il sentire comune e profondamente popolare di chi detesta guerre e soldati e droni e omicidi mirati e check point e quartieri rasi al suolo e popoli affamati.



