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Come l’11 settembre ha trasformato il Medio Oriente

Di Ronny P Sasmita* – Middle East Monitor

Pochi eventi hanno modificato la traiettoria geopolitica del Medio Oriente in modo così profondo come l’11 settembre 2001. Gli attacchi a New York e Washington non si sono limitati a innescare una risposta militare americana, ma hanno trasformato il modo in cui potere, sovranità e sicurezza venivano concepiti in tutta la regione. 

Gli Stati Uniti risposero dichiarando una “guerra al terrorismo” globale, inizialmente prendendo di mira Al-Qaeda e i talebani in Afghanistan. Ma la campagna si estese presto a una dottrina più ampia di guerra preventiva, cambio di regime e intervento militare. Il Medio Oriente divenne il principale teatro in cui Washington mise alla prova una nuova concezione del potere americano.

Le conseguenze si sono rivelate ben più complesse di quanto previsto dagli ideatori della strategia post-11 settembre. La superiorità militare si è dimostrata capace di distruggere i regimi, ma molto meno efficace nel costruire ordini politici legittimi e duraturi. Le guerre intraprese in nome della sicurezza hanno invece contribuito alla frammentazione della politica regionale, all’espansione dell’influenza iraniana e all’emergere di nuove forme di competizione geopolitica.

Ancor più importante, l’ordine post-11 settembre ha gradualmente indebolito proprio quel sistema unipolare che Washington aveva cercato di consolidare. Ciò che era iniziato come un tentativo di rafforzare il primato americano ha finito per accelerare la transizione verso un Medio Oriente più frammentato, in cui le potenze regionali e gli attori esterni contestavano sempre più l’influenza degli Stati Uniti.

Iraq, Iran e lo sfaldamento del vecchio ordine regionale

L’invasione dell’Iraq del 2003 ha rappresentato la svolta decisiva. La rimozione di Saddam Hussein ha dimostrato la straordinaria portata del potere militare americano, ma ha anche messo in luce i limiti della coercizione come strategia per il mantenimento dell’ordine regionale.

L’invasione è stata condotta senza l’esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Così facendo, Washington ha indebolito i vincoli normativi che regolano l’uso della forza e ha contribuito a ridefinire la sovranità attraverso il linguaggio della lotta al terrorismo e della sicurezza preventiva. 

Il principio secondo cui gli Stati potevano essere attaccati perché considerati potenziali minacce future rappresentava un profondo allontanamento dalla tradizionale concezione westfaliana della sovranità. Tuttavia, l’effetto più rilevante della guerra in Iraq fu di natura geopolitica. Saddam Hussein era stato un importante contrappeso all’Iran. La sua rimozione eliminò tale barriera. Allo stesso tempo, l’intervento statunitense smantellò gran parte dell’architettura politica e di sicurezza irachena esistente, creando un vuoto che fu rapidamente colmato dalla mobilitazione settaria, dall’insurrezione e dagli interessi regionali contrastanti.

L’Iran è emerso come uno dei principali beneficiari. La rimozione sia di Saddam Hussein in Iraq che del regime talebano in Afghanistan ha ridotto drasticamente due forze ostili ai confini dell’Iran. Teheran ha guadagnato maggiore spazio strategico proprio nel momento in cui Washington stava tentando di stabilire un dominio regionale incontrastato.

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