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I funerali di Khamenei da una finestra di Kabul. La nuova geopolitica dell’Oriente

Le conseguenze politiche, storiche e strategiche dell’attacco all’Iran e dell’uccisione di Ali Khamenei da parte di Usa e Israele stanno già ridisegnando l’Asia occidentale e centrale

Redazione Pagine Esteri

11/07/2026

Di Davide Tornielli

Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia: oltre 23 milioni di movimenti – persona registrati durante i solenni e maestosi funerali della Guida suprema Alì Khamenei, svoltisi tra il 3 e il 9 luglio. È un dato attendibile: quando un paese viene bombardato, minacciato di estinzione si stringe attorno al governo, quale esso sia. Trump, dopo aver azzerato la dirigenza della Repubblica islamica con il blitz del 28 febbraio, aveva chiesto la resa incondizionata. Un invito a nozze per i movimenti islamici più o meno radicali e una opportunità per consolidare un inedito fronte unitario. Si scatenava un meccanismo infernale ai danni dei cosiddetti islamici moderati, accusati di collaborazionismo, cui era fino poco prima annoverato l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

A Teheran era presente la Turchia, membro dissidente della Nato e perenne candidato all’ingresso nell’Unione Europea, nella figura del vicepresidente Cevdet Yilmaz Turky. L’emirato talebano aveva mandato due elementi di spicco: Abdul GhanBaradar e il ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi, protagonista dei colloqui del 2021 con l’ex presidente Karzai rimasto a Kabul dopo la fuga del successore Ghani. Imponente la delegazione pakistana, guidata dal Primo ministro Shehbaz Sharif, grande mediatore del recente conflitto. Alla cerimonia era presente il Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono, potenza emergente nel sud est asiatico, quello degli Affari esteri indiano Pabitra Margherita, i vertici, religiosi e intellettuali da 100 paesi del mondo. Il feretro era sfilato accompagnato da folle immense nei viali delle città sante allo sciismo di Najaf e Karbala in Iraq l’8 di luglio, per poi essere sepolto nella città natale di Mashad il giorno successivo.

La linea di demarcazione tra moderati e radicali è sottile e si sposta con le derive geopolitiche. Il fatto che un acuto mediatore, laureato in filosofia occidentale, come Ali Larijani sia stato fatto fuori in il 16 marzo 2026 a Pardis, testimonia che l’obiettivo in Iran non fosse un cambio di regime. Da parte sua l’opposizione iraniana, decimata dopo le manifestazioni di gennaio, non ha mai chiesto che le città persiane venissero bombardate e che le province del sud fossero lasciate senza acqua. Non ha nemmeno inneggiato all’insediamento di Ciro Pahlavi, figlio del defunto Scià iraniano e sponsorizzato dal primo ministro israeliano Netanyahu.

L’incombere di una minaccia comune ha creato le condizioni per un superamento degli schieramenti. Esiste un precedente diretto: la guerra con l’Iraq del 1980. Allora il regime di Saddam Hussein era visto dagli Usa come possibile risorsa per contrastare la marea islamica che in Khomeini aveva avuto il suo profeta. Un conflitto che fece 500 mila vittime con il corollario di orrori e violenze sui civili che ogni guerra contemporanea produce. Per attraversare i campi minati i mullah facevano marciare sopra le bombe i bambini, che in quanto martiri della jihad sarebbero andati dritti in paradiso. Il conflitto durò oltre sette anni e non produsse cambiamenti territoriali. Saddam Hussein non ottenne l’ampliamento dell’area costiera di Bassora ad est cui aspirava e il regime degli ayatollah sopravvisse alla prima aggressione militare. C’è un episodio di quella guerra che richiama l’attualità. Nella fase post-rivoluzionaria la maggioranza dei piloti dell’aviazione era stata messa in prigione, perché sospettata d’essere fedele allo scià. Ai piloti fu concesso di scegliere: risalire sugli aerei o marcire in una cella del già famoso carcere di Evian. I piloti presero posto sui Phantom e difesero la repubblica, morendo quasi tutti in combattimento.

(PER CONTINUARE: https://pagineesteri.it/2026/07/11/asia/i-funerali-di-khamenei-da-una-finestra-di-kabul-la-nuova-geopolitica-delloriente/)