Gaio Livio
Come Coordinamento Sud ci siamo, incontrati in modalità telematica, una sera di primavera per alimentare la nostra crescita spirituale. Il coordinatore ci ha aiutati ad approfondire “Il contesto storico-economico dell’insegnamento di Gesù” contenuto nel testo “La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli” alle pp. 44-46.
Nell’Angelus del 18 febbraio 2007 Papa Benedetto XVI chiariva la posizione cattolica sulla nonviolenza.
“Il Vangelo di questa domenica contiene una delle parole più tipiche e forti della predicazione di Gesù: “Amate i vostri nemici” (Lc 6,27). E’ tratta dal Vangelo di Luca, ma si trova anche in quello di Matteo (5,44), nel contesto del discorso programmatico che si apre con le famose “Beatitudini”. Gesù lo pronunciò in Galilea, all’inizio della sua vita pubblica: quasi un “manifesto” presentato a tutti, sul quale Egli chiede l’adesione dei suoi discepoli, proponendo loro in termini radicali il suo modello di vita. Ma qual è il senso di questa sua parola? Perché Gesù chiede di amare i propri nemici, cioè un amore che eccede le capacità umane?
In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio: è la sua misericordia, che si è fatta carne in Gesù e che sola può “sbilanciare” il mondo dal male verso il bene, a partire da quel piccolo e decisivo “mondo” che è il cuore dell’uomo.
Giustamente questa pagina evangelica viene considerata la magna charta della nonviolenza cristiana, che non consiste nell’arrendersi al male – secondo una falsa interpretazione del “porgere l’altra guancia” (cfr Lc 6,29) – ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia. Si comprende allora che la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, una rivoluzione non basata su strategie di potere economico, politico o mediatico. La rivoluzione dell’amore, un amore che non poggia in definitiva sulle risorse umane, ma è dono di Dio che si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita.”
Prima di approfondire questo “manifesto della nonviolenza” è bene vedere cosa avviene all’inizio del suo ministero (Mt 4,12-25).
L’inizio del ministero di Gesù
La scelta di Gesù di andare in Galilea e iniziare lì la sua predicazione è fondamentale per la comprensione di tutto il suo ministero.
Sono tre i movimenti che contraddistinguono l’inizio del suo ministero:
- si ritirò (4,12-13),
- cominciò a predicare (4,17),
- percorreva tutta la Galilea (4,23).
1) C’è prima di tutto un posizionamento geografico: “Gesù.. si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao…”(cfr. Mt 4,12-13).
Gesù va in Galilea e vi rimane fino a poco prima di andare a Gerusalemme, dove avverrà la sua passione, morte e risurrezione.
La Galilea era una regione povera, abbandonata a se stessa, mal vista dai giudei, che utilizzavano il termine “galileo” come un insulto. I galilei non osservavano gli obblighi relativi al Tempio e perciò erano considerati “impuri”, ignoranti nei confronti della Legge. Gli stessi romani erano sospettosi nei loro riguardi perché spesso provocavano disordini o rivolte.
I “poveri” di cui si parla nei Vangeli sono la categoria sociale più oppressa: quelli che occupano il gradino più basso della scala sociale. In Galilea la maggior parte della popolazione era povera, ma almeno aveva un piccolo terreno o una qualche occupazione con cui sopravvivere. Quando, però, nel Vangelo si parla dei “poveri”, si intendono quelli che non hanno il necessario per vivere: gli indigenti.
L’impoverimento dei contadini era il frutto dell’ingiusto modello di sviluppo della società, amplificato dall’occupazione romana. Erano diversi i fattori che provocavano emarginazione e miseria al tempo di Gesù. Durante il regno di Erode Antipa, la Galilea aveva conosciuto per la prima volta il fenomeno dell’urbanizzazione. La ricostruzione di Sefforis e la costruzione della nuova capitale Tiberiade cambiarono il paesaggio sociale della Galilea. In poco tempo, precisamente durante i primi vent’anni della vita di Gesù, queste due città divennero i due centri amministrativi e militari da cui si controllava tutta la regione della Galilea. Qui si concentrarono le classi dominanti: militari, potenti esattori, grandi latifondisti, responsabili dell’immagazzinamento del grano. Era questa l’élite urbana protetta da Antipa, quelli che possedevano ricchezza, potere e onore.
La situazione nei villaggi della Galilea era differente. Il peso delle tasse e dei tributi aveva schiacciato non poche famiglie, lasciandole nella miseria. Un cattivo raccolto (oppure portato via dai soldati romani), la malattia di un componente della famiglia, la morte del padre/capofamiglia poteva essere l’inizio della tragedia. Il risultato era crudele. Lussuosi edifici a Sefforis e Tiberiade, miseria nei villaggi; ricchezza e ostentazione nelle élite urbane, debiti e fame tra i contadini; arricchimento dei latifondisti, perdita di terre dei contadini poveri e diseredati.
Queste persone non costituiscono una massa anonima. Molte sono donne, senza dubbio le più vulnerabili e indifese: povere e per di più donne sotto il potere del padre o proprietà del marito. Tra loro si trovano vedove, donne sterili ripudiate dal mariti e non poche prostitute in cerca di clienti al termine dei banchetti, per guadagnarsi il pane per se stesse e per propri figli. Tra questa massa vi sono mendicanti che vanno di paese in paese, invalidi o ciechi che chiedono l’elemosina ai margini delle strade o all’entrata dei villaggi.
Questi uomini e queste donne non sono solo indigenti, ma sono anche condannati a vivere nella vergogna e senza alcuna dignità. Sono persone indesiderabili ed esposte al pubblico disprezzo.. e lo sanno: il loro destino è vivere nella dégradazione. Nessuno li vuole vicino nella sinagoga. Quelli che soffrono ripugnanti malattie della pelle, tra i quali i lebbrosi, sono espulsi dai villaggi.
Vi sono alcuni tratti comuni che caratterizzano tutte queste persone oppresse. Tutte sono vittime di abusi e di violenze da parte di quanti, israeliti o romani, possiedono potere, denaro e onore. Tutte vivono in uno stato di miseria da cui non potranno più sfuggire. Non possono difendersi dai potenti e vivono tagliati fuori da una vera convivenza. In realtà, non interessano a nessuno. Sono il “materiale di scarto dell’impero”.. vite senza futuro. E questo, guardando la nostra realtà mondiale, già dice molto
Nei piccoli villaggi della Galilea, in cui vive la gente più povera, Gesù incontra l’Israele più dolente e disumanizzato. Queste persone povere e sbandate, affamate e afflitte sono le “pecore senza pastore”, le folle che spesso circondano Gesù e delle quali ha compassione (cfr. Mc 6,34): è l’Israele a cui il Padre lo ha inviato. Ebbene, Gesù va proprio tra questa gente a presentare il suo Vangelo, a comunicare loro le Beatitudini.
Gesù va in Galilea perché la salvezza viene dal basso. I protagonisti del Vangelo non sono i potenti, ma coloro che dal basso, come vittime, vivono una “storia altra”: quella degli schiavi, degli impoveriti, dei lavoratori sfruttati… quelli i cui nomi non compariranno mai da nessuna parte.
Ecco dove “si ritirò”. Matteo vuole farci capire che quella di Gesù è una scelta consapevole di “liberazione messianica”, una operazione di salvezza da una situazione di oppressione non attraverso la forza/violenza, ma con l’annuncio della “Buona Notizia”. Quindi, è nella sua predicazione che troviamo le ragioni della “nonviolenza”, che vengono esplicitate nelle sue parole e nelle sue azioni.
2) “Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli/di Dio è vicino”(Mt 4,17). Il verbo utilizzato non è “epistefo”, che indica un ritorno religioso a Dio, ma “metanoéo”: un cambio di mentalità, che incide sul comportamento. Il motivo della conversione è la vicinanza del regno. Non è ancora una realtà, perché il regno si realizza con la scelta di accogliere e vivere le Beatitudini.
3) “Gesù percorreva tutta la Galilea…”(Mt 4,23). Abbiamo, in sequenza, tre verbi/azioni.
- “Insegnando nelle loro sinagoghe”. Matteo quando ci presenta Gesù che insegna in una sinagoga usa il verbo “didasco”, cioè prende dalla ricchezza contenuta nella Scrittura e la propone.
- “Annunciando il vangelo del Regno”. Qui non insegna, ma annuncia o predica e il verbo usato è “kerusso”. Quando di rivolge a chi osserva la Legge “insegna”, quando invece si rivolge agli impoveriti “predica” la novità del vangelo senza ricorrere alla tradizione antica.
- “Guarendo ogni sorta di malattie e infermità nel popolo”: Gesù si prende cura di una umanità abbandonata a se stessa.
“Grandi folle cominciarono a seguirlo…”(Mt 4,25), in esse ci sono galilei, giudei e pagani: l’attività di Gesù infrange le frontiere. A queste folle, insieme ai discepoli, verrà annunciato il “discorso del monte”, a partire dalle Beatitudini.
J. A. Pagola, “Il progetto del regno vissuto da Gesù”, Adista Documenti n. 4 del 31.01.2015.
J. Mateos – F. Camacho, “Il Vangelo di Matteo. Lettura commentata”, 2^ edizione 1995, Cittadella Ed.



