Sergio Paronetto
Deciso, chiaro, sconvolgente e mobilitante è il monito di papa Leone, espresso alla Sagrada Familia di Barcellona il 10 giugno. “Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi [ …]. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.
Il solenne ripudio teologale delle guerre oltrepassa la definizione “alienum a ratione” della “Pacem in terris”: per Leone è completamente “alienum a fide” tutto il fenomeno bellico moderno. Il papa ha un profilo geopolitico di prima grandezza. Denuncia le dinamiche distruttive del potere mondiale, le logiche di dominio, le pratiche escludenti, lo svuotamento della democrazia. In tale contesto il viaggio in Spagna, ricco di relazioni e in dialogo con i giovani, ha avuto momenti significativi come l’incontro con le autorità del 6 giugno, il discorso in Parlamento dell’8 giugno, la visita alle isole Canarie dell’11-12 giugno.
La sicurezza non viene da armi e muri
La denuncia leonina si accompagna all’urgenza di “un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescer insieme, fianco a fianco” (incontro con le autorità). “E’ preoccupante che, in diverse parti del mondo e anche in Europa si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra” (al Parlamento spagnolo).
Fede, dignità e responsabilità
Alle isole Canarie dove l’11 e il 12 giugno affronta il dramma delle migrazioni forzate che “deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. L’alternativa è possibile, se vogliamo essere credenti cristiani. Se lottiamo con responsabilità per la dignità umana e per il bene comune. Se crediamo.



