Mail YouTube

La relazione di Raffaella Bolini per Assemblea di Roma 2026

Vi ringrazio per questo invito. Poter contribuire alla vostra assemblea è un privilegio e un onore. Tutte le volte che vi vedo aderire e partecipare a una convergenza, a una campagna, a una coalizione mi dico: allora siamo nel giusto. Grazie di tutto quello che fate.

——-

Credo che per disarmare l’economia e l’ambiente, dobbiamo disarmare il potere.  Veniamo dalla notte in cui le sorti del mondo sono state appese a un filo e Trump dichiarava “una intera civiltà morirà stanotte, e non sarà più riportata in vita”.

Viviamo in tempo apocalittico. La rivoluzione al contrario, dei forti contro i deboli, è arrivata a un livello mai raggiunto. La avevamo vista arrivare, già 25 anni anni fa a Genova, quando denunciavamo un occidente e un capitalismo lanciato alla conquista del mondo, teso a sfruttare e privatizzare tutto – umani e natura.

Ma non credo che neppure noi che l’avevamo vista arrivare abbiamo mai immaginato che la sua corsa potesse accelerare così tanto, e in modo così distruttivo.

———

Stanno prendendo a picconate tutti i limiti che l’umanità a caro prezzo, con tanti sacrifici, lotte, rivoluzioni, resistenze, ha posto al potere dei potenti: il diritto internazionale, lo stato di diritto e cioè la democrazia, lo stato sociale.

E’ il ritorno all’idea del dominio assoluto, del sovrano assoluto, che può dire ciò che vuole e fare ciò che vuole, anche cambiare idea ogni due minuti – non sono pazzi, anche questo è un modo per dire “faccio quello che voglio”.

Il sovrano assoluto si impone con la forza, all’esterno con la guerra all’interno con l’autoritarismo e la repressione.

E’ la cifra del potere di oggi, l’assolutismo.

———

Anche prima c’era dominio e c’erano guerra – non veniamo dall’età dell’oro. Ma vi ricordate la guerra in Iraq? Gli USA arrivarono ad inventarsi le prove false da presentare all’ONU, pur di giustificare la loro guerra. Oggi non servono giustificazioni formali, e non serve neppure nascondere gli obiettivi né della guerra, né della loro pace.

La loro pace è una pace suprematista: spossessa le popolazioni locali del diritto di scegliere come vivere, cosa produrre, dei loro mezzi di produzione, del loro territorio e delle loro risorse, e prevede una sottomissione incondizionata in puro stile coloniale. Il Board of Peace ne è la massima espressione, un comitato di affari per costruire un villaggio turistico su decine di migliaia di cadaveri.

———

Credo che dobbiamo ringraziare molto quella che viene chiamata la generazione Z e che io preferisco chiamare Gaza.

Di fronte al genocidio di Gaza, ci hanno costretto a innovare il pensiero, anche a noi che per decenni ci eravamo occupati di Palestina. Il loro linguaggio è stato di rottura, più simile a quello di Black Lives Matter che al nostro tradizionale lavoro per la pace in Medio Oriente.

Ci hanno costretto a inserire nel nostro vocabolario la disumanizzazione del nemico, il colonialismo, il razzismo sistemico, il suprematismo bianco: il lato oscuro della civiltà occidentale ed europea, che noi generazioni passate avevamo sempre lasciato sotto il tappeto.

Hanno disvelato cosa dobbiamo saper guardare in faccia della nostra identità, oltre la retorica, noi europei, se vogliamo salvarci.

———

E bisogna che sappiamo guardarla davvero bene in faccia, l’Europa di questo periodo.

Questa Europa, che di fronte alla guerra sceglie la guerra.

Abbiamo fatto nascere Stop Rearm Europe, la convergenza europea contro guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo ad aprile dello scorso anno, scandalizzati dalla scelta di spendere 800 miliardi per le armi, soldi sottratti alle spese sociali e alla conversione energetica.

Negli stessi giorni, la maggioranza del Parlamento Europeo approvava una risoluzione disgraziata, dove l’Europa sanciva il proprio definitivo cambio di linguaggio e di approccio.

Quella risoluzione dichiara la Russia la più grave minaccia della storia umana, e la Cina nemico globale. Afferma una decisiva vittoria militare come unica soluzione per l’Ucraina, e – in pieno genocidio – il diritto a difendersi di Israele. E si impegna a prepararsi alla guerra, a preparare i cittadini alla guerra, prevede le esercitazioni militari per i civili, l’esercito nelle scuole e la leva obbligatoria.

In pochi mesi, siamo passati all’impegno di spesa dei paesi europei per i prossimi dieci anni di 6.900 miliardi di euro. E quello che allora già contestavamo, l’aumento delle spese militari per i paesi Nato al 2% del PIL, è passato al 5%.

———

Questa Europa ha seppellito il pensiero forte dei leader europei del passato che inventarono in piena guerra fredda il principio della sicurezza comune (sono sicuro solo se tutti intorno a me, anche il mio potenziale, avversario si sente al sicuro, la stessa identica lezione inascoltata del Covid) e che, dopo la caduta dell’URSS, pensarono alla casa comune europea per includere la Russia, non farla sentire nell’angolo e non spingerla ad una reazione aggressiva. Abbiamo fatto il contrario, con l’avanzamento della Nato ad Est, e questo è il risultato.

Questa Europa ha rinnegato la sua vera storia e persino la sua geografia. Ci dichiariamo Occidente, ma noi non siamo Occidente, siamo una intersezione fra est e ovest, fra nord e sud, e il nostro destino naturale sarebbe di essere ponte fra diversi continenti, culture e civiltà. E invece siamo diventati diventare fortezza, abbiamo eretto muri e confini armati.

Questa è un’Europa che si sta suicidando, provando a fare il vaso di coccio fra i vasi di ferro. E lo diremo, il 14 giugno a Bruxelles, nella prima manifestazione europea “Stato sociale non stato di guerra” promossa dal Coordinamento contro la guerra del Belgio, sindacati inclusi dove speriamo di essere in tanti e tante anche dall’Italia.

E’ una manifestazione importante, proprio per l’impegno dei sindacati. Non sarà facile il futuro per loro, per i lavoratori e le lavoratrici. Nei prossimi anni, e già hanno cominciato, gli unici soldi che arriveranno dall’Unione Europea saranno per la riconversione bellica della produzione.

E chi lavora nelle tante aziende in crisi già oggi comincia a trovarsi di fronte alla scelta: perdere il lavoro o accettare chi arriva con i soldi in bocca per riconvertire alla guerra, e iniziare a produrre proiettili e sistemi d’arma.

In molti paesi europei, i sindacati sono sotto scacco di questo ricatto, ed è una fortuna per noi che il sindacato italiano sia fra quelli che invece dicono no. Sarà per tutti e per tutte la grande sfida del prossimo periodo: come difendere la pace, come affermare il disarmo difendendo allo stesso tempo il diritto al lavoro.

———

E’ un tempo difficile, i pericoli sono enormi.

Ma il re è anche nudo: lo abbiamo visto il 28 marzo, quando sono bastate due parole, solo due parole “No Kings”, senza neppure una piattaforma scritta della manifestazione, per chiamare 300.000 persone a Roma.

Dopo pochi giorni, è stato bello ascoltare le meditazioni di Papa Leone alla via Crucis, tutte centrate sullo stesso tema – a partire dalla prima stazione “anche oggi c’è chi crede di aver ricevuto una autorità senza limiti e pensa di poterne usare ed abusare a suo piacimento”.

E d’altra parte, credo avesse tanta ragione il capogruppo di Forza Italia alla Camera che, il giorno dopo la vittoria del no al referendum, ha candidamente ammesso che il sì ha perso perché c’era la guerra. Ed è vero, quel no è stato un no all’attacco allo stato di diritto, ma anche al mondo in cui ci costringono a vivere.

———

Credo che stia crescendo un sentire comune, un sentimento collettivo di orrore, di sgomento, di paura rispetto a questo nuovo tipo di potere – ai tempi di Genova andavamo in salita, tanti erano ancora convinti del linguaggio del potere, e credevano alla favola che i potenti recitavano: la globalizzazione che avrebbe portato benessere a tutto il pianeta. Oggi lo sanno tutti, che questi ci portano verso il baratro.

Tutti lo sanno, il problema è come aiutare le persone a non indirizzare più la loro paura verso i capri espiatori che sono stati loro proposti – i migranti, i diversi, gli ultimi – e far alzare loro la testa, organizzarsi e ribellarsi.

Per fare scudo al presente e al futuro, bisogna sconfiggere la rassegnazione, fare in modo che le persone riescano ad immaginare come possibile e realistico una società che curi, che accudisca la vita, tutta la vita, umana, non umana, del pianeta – la nostra alternativa, la società della cura, che dobbiamo far percepire non come parte del mondo dei sogni, bisogna che diventi proposta concreta, realizzabile, fattibile.

——-

Come?

Innanzitutto superando la frammentazione: ogni attivismo possiede un frammento di alternativa possibile, ma un insieme di frammenti è come uno specchio rotto: ti puoi guardare ma non vedi la figura intera. Dobbiamo rendere visibile un progetto di società diversa.

E quindi bisogna unirsi, riconoscerci, sentire il bisogno gli uni degli altri, darci reciprocamente valore.

No Kings è nata dalla convergenza di due convergenze: Stop Rearm e A Pieno Regime, una contro la guerra e il riarmo, l’altra contro l’autoritarismo, guerra esterna e guerra interna, le due facce della guerra.

E quella convergenza ha prodotto la convergenza di molte altre reti, settori, tematiche.

Quando questo succede, si crea lo spazio accogliente dove si produce l’eccedenza di partecipazione, delle persone non organizzate che non devono scegliere dove andare, che trovano facilmente la casa da abitare.

Questo è quello che dobbiamo insistere a fare, in ogni territorio. Bisogna che facciamo diventare No Kings ogni comunità.

I trecentomila che sono scesi in piazza a Roma il 28 marzo bisogna che siano capaci di incontrarsi, dialogare, collaborare anche nei luoghi dove vivono: non si può stare insieme una volta all’anno, bisogna stare insieme ogni giorno, e insieme lottare – rispettando le diversità ma riconoscendo ciò che ci unisce – contro tutti i King, grandi e piccoli, globali e locali quelli che rapinano, devastano e sfruttano i nostri territori e le nostre vite quotidiane.

Non è facile, ma è la sola via che abbiamo. E’ la fatica che ci tocca fare. Ma è un lavoro che regala gioia e accende la speranza.