La nostra vocazione è racchiusa nella chiamata dei primi discepoli da parte di Gesù: “vi farò pescatori di umanità”. Chiamati quindi non solo ad avere un cuore umano, ma anche a far sì che altre/i abbiano un cuore più umano.
Lo stesso Gandhi diceva: “mantieni i tuoi pensieri positivi; che questi pensieri si trasformino in azioni/comportamenti; azioni che abbiano come frutto scelte consapevoli; scelte che guideranno il tuo destino di vita”.
Un cuore pensante, che sceglie, che si riempie di vita.
Purtroppo il sistema in cui viviamo ci fa scivolare spesso nella disumanità. Disarmare il cuore quindi è recuperare la nostra umanità, il senso della vita.
Un disarmo che ci apre verso persone che non la pensano come noi, quelle che tendiamo ad escludere e che pensiamo “avverse” a noi, senza pensare che la loro diversità è invece la nostra ricchezza.
Le nostre relazioni hanno a che fare con questo disarmo, che libera il cuore dalle sovrastrutture del pensiero unico e manipolatore.
Comprendiamo allora che è nell’alterità che possiamo comprendere il comandamento dell’amore per i nemici. Dove il nemico è colui che nega la sua umanità e la nostra vocazione ci chiama invece al suo recupero. Si pone a questo livello la forza della spiritualità.
La complessità della situazione mondiale fa sì che ci esponiamo su macro questioni dimenticandoci che anche dentro le difficoltà personali, che fanno parte della nostra quotidianità, il cuore ha molto da dirci e da dire. Anche perché le situazioni personali hanno a che fare con le macro realtà. Così il nostro dolore, la nostra riconciliazione ci permettono di comprendere il dolore dell’altra/o, anche se lontano fisicamente.
Il percorso è tortuoso e pieno di insidie: amo così tanto la pace da dimenticarmi il cuore nelle relazioni che portano ad essere in contrapposizione con chi sta al mio fianco, non riuscendo ad incontrare l’altra/o con serenità. Non riuscire a fare gesti di pace, prendersela per delle sciocchezze ci fa sentire un cuore di pietra. Il sistema ci condiziona ed è un rischio per le relazioni, e quindi per la pace, se non si ritorna all’umanità. E perché ciò avvenga abbiamo bisogno di fermarci: questo timeout lo dobbiamo chiamare preghiera. Mettersi in comunione con la pace per poterla vivere… per poterla donare.
La pace di un cuore disarmato è sapersi perdonare per poter, a nostra volta, perdonare. Togliere quei pesi che spesso, simbolicamente, ci portiamo sulle spalle e che rendono più faticoso il cammino.
La dimensione del cuore, quindi, non è pura fantasia ma carne che pulsa nelle strade che percorriamo, un cuore che cambia, si converte, cambiando anche le strutture. Un cammino che riguarda ciò che sta al centro del nostro cuore. Un cammino dove il nostro passo segue il battito del cuore.



