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Punto pace di Bologna: Educare alla Pace: Tra urgenze dimenticate e proposte coraggiose con don Fabio Corazzina

Dario. Punto Pace di Bologna

Nell’incontro, svolto a Bologna, don Fabio Corazzina ha affrontato molti temi presenti nella nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante”, partendo dalla sua esperienza di insegnante in scuole di diversi ordine e grado, riportando anche situazioni concrete e a volte spiazzanti per noi adulti. Tipo quelle di una bambina che chiede chi ha inventato la guerra e che cosa vuol dire “guerra”. Anche la riproposizione della battaglia navale crea interesse nei bambini che rimangono interdetti e sconcertati scoprendo che alla fine sono state bombardate chiese, ospedali e case. Si deve far capire come diceva Mazzolari che “Non esiste guerra che si possa dire giusta, perché essa (e già solo la sua preparazione con la corsa agli armamenti) provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene si voglia difendere, aggravando la miseria. Anche dinanzi all’ingiustizia o all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi”.  Fin dalle prime battute dell’incontro Don Fabio ha invitato a guardare con lucidità il contesto internazionale. «Viviamo in un tempo in cui la guerra è tornata a essere considerata quasi inevitabile», ha osservato. «Nel linguaggio pubblico si parla continuamente di difesa, di riarmo, di deterrenza. Ma raramente ci fermiamo a chiederci se questa logica renda davvero il mondo più sicuro», il rischio più grande è l’assuefazione alla guerra. «Quando la guerra diventa normale nel nostro linguaggio e nei nostri pensieri», ha spiegato, «allora diventa più facile accettarla anche nella realtà».

Un altro tema centrale dell’incontro ha riguardato il ruolo dell’educazione. La pace che non nasce spontaneamente: deve essere insegnata e coltivata. «La pace si impara», ha affermato. «Se non educhiamo le nuove generazioni al dialogo e alla nonviolenza, continueremo a produrre una società che pensa di risolvere i problemi con la forza».  Il più preoccupante, ostacolo all’educazione alla pace è l’indifferenza, il documento della C.E.I., pur essendo ricco di spunti e desideri, ha incontrato una scarsa ricezione all’interno della stessa Chiesa. La mancanza di discussione a livello diocesano e nei consigli pastorali è un sintomo di una marginalizzazione più ampia. Le indicazioni del Concilio Vaticano II, come il dialogo interreligioso e l’ecumenismo, vengono spesso messe da parte in favore di “altre urgenze”, rivelando una difficoltà strutturale nell’affrontare temi cruciali come giustizia e pace. Così la richiesta dei vescovi che “Non basterà allora qualche evento dedicato alla pace nel corso dell’anno: occorrerà che essa intessa le proposte educative comunitarie, anche valorizzando quei movimenti, quelle associazioni e quelle comunità religiose che vivono in modo specifico il carisma e l’impegno di costruzione di pace. Occorrerà formare educatori che con competenza e passione si dedichino a un’educazione che generi cambiamento di mentalità e assieme di condizioni di vita. Occorrerà indicare possibili percorsi formativi da attivare nei diversi contesti….” rischia di rimanere puramente un auspicio. Questa marginalizzazione non è solo interna alle istituzioni religiose, ma si riflette nella società. Il linguaggio predominante è quello della guerra, veicolato dai media e radicato nel nostro immaginario collettivo. Parlare di pace, di valori costruttivi, di nonviolenza, diventa quasi “imbarazzante”, un discorso che fatica a trovare spazio e legittimità di fronte alla retorica della forza e della sicurezza intesa come difesa armata. Le esperienze educative, come quelle condotte da lui nelle scuole, rivelano una mentalità giovanile spesso orientata alla difesa personale e all’uso delle armi, per molti di loro la sicurezza è possedere un’arma, segno di un contesto culturale che fatica a proporre alternative credibili alla violenza. “È come se la pace fosse diventata una parola sussurrata, quasi timorosa di disturbare il fragore delle armi,” ci sono evidenti difficoltà di far emergere un discorso positivo in un ambiente saturo di violenza.

L’educazione alla pace non può riguardare solo un rapporto intimistico. Deve avere una forte valenza sociale, coinvolgendo oratori, scuole, gruppi di genitori e l’intera comunità. L’obiettivo è creare un “patrimonio di valori” che sia reinterpretato e adattato alle sfide contemporanee, promuovendo la crescita personale e l’impegno attivo nella costruzione di relazioni pacifiche. “Non basta desiderare la pace, bisogna costruirla mattone dopo mattone, in ogni contesto della nostra vita. Don Fabio, richiama la nota pastorale sopracitata, dove per una autentica educazione alla pace si deve delegittimare la violenza e legittimare l’alterità, riconoscendo il valore intrinseco di ogni persona, si deve delegittimare l’inimicizia e legittimare i percorsi di riconciliazione, superando le divisioni e promuovendo il perdono, si deve delegittimare la guerra e legittimare la nonviolenza attiva, proponendo alternative pacifiche e costruttive ai conflitti. «La pace disarmante è quella che cambia il cuore delle persone. È quella pace che sorprende, che rompe la spirale dell’odio e che risponde alla violenza con il dialogo».

Si tratta dunque di una trasformazione che riguarda prima di tutto le coscienze.

«Se non cambiamo la cultura che giustifica la guerra», ha osservato, «continueremo a riprodurre gli stessi conflitti». Nella parte conclusiva dell’incontro don Fabio ha invitato ciascuno ad assumersi una responsabilità personale nella costruzione della pace.

«La pace non è un’utopia», ha detto. «È un cammino quotidiano che passa dalle scelte concrete di ogni giorno». «Non servono solo grandi strategie diplomatiche», ha spiegato. «Servono persone che nel quotidiano scelgono il dialogo invece della violenza».

E ha concluso con un invito alla speranza. «Il rischio più grande è pensare che la pace sia impossibile. Ma la storia ci insegna che i cambiamenti nascono da persone che hanno il coraggio di immaginare qualcosa di diverso». Sicuramente ora noi abbiamo uno strumento in più, per incidere soprattutto in ambito ecclesiale, ed è la nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” unito al documento, più vola citato, “La nonviolenza di Gesù” di Pax Christi International.

Secondo don Fabio, la nota pastorale è già stata messa da parte perché ci chiede di tornare al coraggio educativo, al coraggio di fare delle scelte. Tra le scelte concrete segnaliamo come l’obiezione professionale degli operatori che mettono competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi, il disinvestimento dalle banche coinvolte nel commercio delle armi, il declinare il valore della «difesa della patria» anche con un servizio civile obbligatorio, la pratica della giustizia riparativa, il porre fine alla nostra guerra verso il creato,  e gesti concreti di solidarietà internazionale. I vescovi indicano, inoltre, che anche l’opera dei cappellani militari debbono operare non più legati ad un’appartenenza alla struttura militare per una maggior libertà nell’annuncio di pace.

Per poter vedere l’incontro potete andare ai seguenti link