Carla Bellani
La guerra esplosa in Sudan nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare (SAF) e le milizie delle Rapid Support Forces (RSF) ha generato -secondo l’Onu- la più grave crisi umanitaria del nostro tempo. Nel collasso dei servizi essenziali, della violenza diffusa e gli sfollamenti di massa, le donne si trovano sulla linea del fuoco non solo come vittime, ma come pilastri della sopravvivenza collettiva e della resistenza civile.
Le più esposte alla violenza
UNICEF e altre agenzie ONU confermano che donne e ragazze sono le più colpite.
Lo stupro viene usato come arma di guerra dalle RSF e da altri gruppi armati per terrorizzare le famiglie, spezzare le comunità e punire le donne percepite come vicine a una delle parti in conflitto.
Le testimonianze raccolte –nel servizio Tv7 2025/26 – Le donne del Darfur – 07/11/2025 – Video – RaiPlay raccontano di stupri generalizzati, rapimenti, schiavitù sessuale.
Attivisti dei diritti umani hanno documentato che nel carcere di Ondurman alcune donne sarebbero state condannate a morte per lapidazione da una una sentenza che segna un ritorno all’estremismo giudiziario.
L’altra faccia del conflitto: la resistenza femminile
La storia delle donne sudanesi è anche una storia di coraggio.
Durante la rivoluzione del 2019, che portò alla caduta di Bashir, le donne erano in prima fila a reclamare libertà e dignità. Oggi, nel pieno della guerra, tornano protagoniste di una resistenza quotidiana, spesso invisibile ma decisiva.
Sopravvissute allo stupro, gestiscono i “comitati di quartiere” nati per supplire all’assenza totale dello Stato. Organizzano cucine comunitarie per gli sfollati, reti di distribuzione di medicinali nelle città assediate e coordinano i corridoi di evacuazione.
Parecchie di loro, sfollate e senza più fonti di reddito, hanno dato vita a piccole imprese e attività commerciali per mantenere la famiglia. Altre, monitorano e documentano sui network internazionali le violenze di genere chiedendo a gran voce programmi di assistenza sanitaria, psicologica, aiuti economici e giustizia per le vittime. Per queste denunce, subiscono minacce, arresti o sono costrette a fuggire.
In occasione della festa dell’8 marzo, L’Unione donne sudanesi – una delle più importanti organizzazioni femminili – con un memorandum all’Onu ha chiesto che la tragica situazione delle donne diventi una questione urgente e globale.
Il collante di un Paese disgregato
La loro forza non sta solo nel sopravvivere, ma nel proteggere la comunità, tenendo insieme un tessuto sociale devastato dalla guerra. Pertanto, vogliono avere una rappresentanza nei negoziati di pace in corso e nelle iniziative umanitarie al fine di portare, in questi ambiti, le questioni di genere che interessano la metà della popolazione del Paese. Se un giorno arriverà una pace giusta in Sudan, sarà in larga parte grazie alla capacità delle donne di resistere, di immaginare alternative e di costruire dentro il buio della guerra, la possibilità di un futuro per il Paese.



