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Riflessione sulla nota pastorale: Educare a una pace disarmata e disarmante, della CEI

Anna Mastropasqua

La Nota Pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” della Conferenza Episcopale Italiana contiene, nella terza parte del documento, indicazioni molto precise di tipo pedagogico e operativo su come educarsi e come condurre un’azione efficace per educare alla pace.

Innanzitutto il documento dei Vescovi si rivolge agli artigiani di pace, quanti cioè  “da un cuore pacificato sanno trarre tutte le energie per operare nella storia e nel tempo” e, tra i tanti importanti testimoni di pace, ricorda mons. Luigi Bettazzi e mons. Tonino Bello, “da cui viene un richiamo forte per una incisiva azione di pace” e di contrasto alla guerra e alla corsa agli armamenti, e insieme un richiamo alla centralità della formazione teologica per orientare la vita secondo il Vangelo.

Papa Francesco sottolinea che l’educazione alla pace è determinante per una “vera conversione alla pace” e richiede il saper “coltivare cuori e forme di vita” pacificate e pacificanti.

Richiamando il discorso di Papa Leone XIV del 17 giugno 2025, in cui si auspica:“Ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza”,  la Nota Pastorale  sottolinea che occorre formare educatori che con competenza e passione si dedichino a un’educazione che generi un cambiamento di mentalità e di condizioni di vita. Qui vi è una prima indicazione concreta nel proporre possibili percorsi formativi.

Ma in primo luogo bisogna ripartire dalla preghiera e dal mettersi alla scuola di Gesù di Nazareth per “ripensare la pace come un vocabolario più che come un vocabolo” secondo l’espressione di don Tonino Bello, e per dar forma ad una vera teologia della pace. In tal senso è necessario educarsi ed educare all’ascolto, al perdono, al “prendersi cura”, come ha fatto don Milani.

In particolare è importante formarsi ad uno stile di vita nonviolento, cosa non facile, perché richiede una nuova visione dell’esistenza e delle relazioni, animata dall’amore per il nemico, secondo            l’indicazione del Vangelo “amate i vostri nemici” (Mt 5,44).

In questa direzione vanno valorizzati numerosi segni e simboli, come la Marcia della pace di fine anno, o le Arene di Pace, che raccolgono energie e speranze di tante componenti del  popolo di Dio.

La famiglia è la prima palestra di educazione alla pace, come sottolineato da papa Francesco in Amoris laetitia. E anche la scuola lo è; ad essa si chiede una conversione ad essere una vera “comunità educante”. Molto interessante e ricco di prospettive quanto viene detto riguardo allo studio della storia, che non va vista come una successione di guerre, ma come “esame critico  di dinamiche e possibilità, con lo sguardo alla vita quotidiana di famiglie, lavoratori, bambini, che partecipano alla storia stessa”. Così come è importante educare ad un uso intelligente delle piattaforme digitali e dei giochi elettronici, che hanno un grande potenziale educativo, se opportunamente orientate.

Occorre poi delegittimare la violenza e sostituirla con l’alterità, dunque andare oltre la logica di Caino, e orientare persino all’amore per il nemico, sostituendo ad ogni pratica di odio – come il razzismo, l’antisemitismo, la violenza di genere – la cultura del rispetto, nei rapporti interpersonali e nel rapporto con il creato.

Per far questo bisogna delegittimare l’inimicizia, imparare a gestire i conflitti senza assolutizzare le contrapposizioni,  ricercando patti e negoziazioni, sull’esempio di San Francesco d’Assisi e del suo impegno nel superare i conflitti della città; o di Giorgio La Pira con le numerose realtà a lui ispirate; o ancora di Rondine cittadella della pace; o delle pratiche di giustizia riparativa, volte a contrastare la ricaduta nel male e a favorire il reinserimento nella società.

La prospettiva è quella di padre Ernesto Balducci, che invita a prendere coscienza della condizione epocale in cui viviamo, anteponendo gli interessi dell’umanità a quelli delle tribù cui apparteniamo, abbracciando la sfida  di costruire una democrazia planetaria, fondata sulla convivenza di tutte le “tribù della terra”.

Tutto ciò porta a delegittimare la guerra, ormai divenuta inccettabile. Don Primo Mazzolari afferma che non esiste guerra giusta;  Norberto Bobbio sostiene una tradizione giuridica orientata al cosmopolitismo, e ancora, l’articolo 11 della nostra Costituzione  ripudia la guerra.

Per  perseguire una pace giusta,  occorre avere la consapevolezza che non c’è pace senza ricerca della giustizia, intesa come difesa della dignità di ogni persona.

Come ha ricordato papa Francesco, tanti conflitti sono generati dalla inequità, che “non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi”e richiede “un’etica delle relazioni internazionali”, “un’etica globale di solidarietà e cooperazione”, sostenuta dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana”.

Pertanto la pace nella giustizia è “primo compito della politica”, secondo l’approccio della democrazia, che ha il compito del dialogo, nella consapevolezza che nelle parole dell’altro, per quanto lontane dalle proprie, c’è sempre una parte di verità che merita ascolto e attenzione. 

E’ l’approccio di Giorgio La Pira, che individua nel dialogo lo strumento più efficace per comporre i conflitti, sia all’interno della città, quale sindaco di Firenze, sia nei rapporti tra popoli e Stati, come pure la scelta di Giuseppe Dossetti, che propone di non rispondere alle crisi con la debolezza della violenza, ma con la forza del confronto.

Un paragrafo è dedicato alla visione della pace nella famiglia umana e all’impegno nella non proliferazione delle armi nucleari.

Per contrastare la competizione tra i popoli e la corsa agli armamenti si sottolinea una seria formazione al rispetto del diritto internazionale, al multilateralismo e al funzionamento degli Organismi sovranazionali, certi che  “ogni parte della famiglia umana reca in sé quel tesoro spirituale che Dio ha affidato all’umanità” (Gaudium et spes). Pertanto è necessario valorizzare la cooperazione, contrapposta alla mentalità competitiva, e la non proliferazione delle armi nucleari, “il cui uso, come pure il loro possesso, è immorale” (Papa Francesco). Si  tratta infatti di un falso senso di sicurezza, fondato su un “equilibrio del terrore” che conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni possibile forma di vero dialogo.

Fondamentale quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalla Nazioni Unite, per le quali si auspica una riforma che davvero ne faccia un luogo in cui la famiglia umana si mostri come comunità che si fa carico della responsabilità di governare la terra, una riforma che restituisca  autorevolezza e capacità di fare pace.

La pace non si pratica solo sul terreno politico o diplomatico. Anche i media e il web devono diventare luoghi in cui la pace va coltivata quotidianamente. La storia recente dimostra che possono diventare strumenti di manipolazione, capaci di alimentare conflitti, perché il potere informativo tende a modellare la realtà, orientare comportamenti e scelte delle persone. Anche nei social media dunque occorre portare una visione nonviolenta, promuovere linguaggi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dilogo, soprattutto davanti all’emergere dell’intelligenza artificiale.

Urgente poi fare pace con la terra: le ferite ad essa inferte nascono dalla stessa logica che genera la guerra. L’ambiente che abitiamo non va usato come mera risorsa, dobbiamo invece avere cura della terra, ripartire dalla sostenibilità ambientale per fare quella pace necessaria per il futuro, mettere la cultura della terra al centro dell’educazione delle nuove generazioni e di tutte la generazioni.

Anche delle religioni si può dire che abbiano un volto ambivalente in tema di pace; da esse bisogna disinnescare i germi di violenza per coltivare semi di riconciliazione. Vengono citate esperienze di donne che hanno contribito a creare rapporti di dilalogo tra le Chiese in Italia nel post-Concilio. E si sottolinea la capacità di tessere rapporti di convivialità e sororità tra le diverse realtà religiose, per costruire una storia comune pur nella specificità dei diversi cammini.

In modo particolare non bisogna dimenticare l’orizzonte del Mediterraneo, culla delle tre grandi religioni monoteistiche, che dovrebbero  tessere percorsi di dialogo oltre le contrapposizioni, partendo dalla riconciliazione, curando quelle ferite che pur hanno bisogno di tempo per risanarsi.

Essenziale in tutto questo il perdono, per spezzare la catena della violenza, e il contributo delle comunità cristiane, chiamate a testimoniare un perdono gratuitamente offerto, sull’esempio di Gesù Cristo.

Nel documento viene infine sostenuta l’esigenza dell’obiezione di coscienza al servizio militare, e il servizio civile, vie alternative e di grande spessore, difese fortemente da Don Milani; la difesa della patria infatti passa per la cura della civitas. E’ un passaggio di grande crescita morale e di grande consapevolezza per passare  dal “se vuoi la pace prepara la guerra” al “se vuoi la pace prepara la pace” (e quanto c’è bisogno oggi di diffondere tale consapevolezza…!) Il servizio civile viene sostenuto non solo come alternativa al servizio militare, ma come contributo al vivere civile del Paese. Si propone all’interno della “difesa della patria” il servizio civile obbligatorio per ogni giovane, al servizio della dignità della persona e dell’ambiente.

Un paragrafo è dedicato alla testimonianza di pace entro le Forze armate.

In questo ambito si invocano forme di assistenza spirituale che esprimano un’attiva sensibilità di pace. E si citano alcune figure di sacerdoti che durante la prima guerra mondiale, come cappellani militari, condivisero con i soldati  l’esperienza tragica della guerra e ciò li condusse ad affermare con forza che “Iddio non vuole la guerra”, e a condividere il giudizio di Benedetto XV sul conflitto armato come “inutile strage”.

Pertanto si propongono forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate.

S’invoca infine un rinnovato impegno intermazionale per il controllo degli armamenti, un’istanza da promuovere anche a livello di Unione Europea, che ha una normativa debole in tal senso.

E si sottolinea anche l’urgenza di una presa di distanza dalle realtà economiche che contribuiscono all’economia di guerra, e favoriscono l’impegno militare da parte dei governi.  Nel messaggio per la giornata mondiale della pace 2025  Papa Francesco denuncia “i cospicui finanziamenti dell’industria militare”  che “alimentano i conflitti che stanno flagellando l’umanità”e chiede l’obiezione bancaria, da parte di singoli e istituzioni per rifiutare quei fenomeni strutturali che favoriscono la produzione di armi e le dinamiche di guerra. 

Estremamente fermo, nelle conclusioni, il richiamo alla radicalità dell’annuncio evangelico: l’essere operatori di pace deve farsi storia ed esige scelte coerenti, dal coraggio della parola  ad uno stile di vita che renda visibile l’avere scelto la pace come regola, all’impegno umano, che alla violenza sostituisca la cura dell’altro, la pratica della misericordia, la fraternità, la scelta di una pace disarmata e disarmante.

Tutto il documento è orientato a educare alla pace in modo esplicito e sincero; presenta infatti numerose indicazioni ricche di contenuti per un nuovo fruttuoso confronto tra i vari soggetti educativi, e prospettive feconde di risultati nella loro applicazione.

Tuttavia ci si aspettava di più dal paragrafo sulle Forze armate e in parte da quello sugli armamenti, cioè una posizione più esplicita e netta contro la guerra, le forze armate, gli armamenti.

Riguardo alle Forze armate, si propongono forme nuove di assistenza spirituale… cioè si invoca una spiritualità della pace nell’ambito delle Forze armate!

Dunque, piuttosto che dar seguito all’appello “mai più la guerra” perché “Dio non vuole la guerra”, “inutile strage”, siamo all’accettazione della guerra, ma con una spiritualità di pace…

Credo che ci troviamo di fronte ad una contraddizione…

Esplicita, nell’ultimo paragrafo, l’affermazione che le armi sono fatte per uccidere, anche se un po’ attenuata dalla parentesi: “in determinati casi possono essere usate per la difesa”…. ma tutte le guerre attuali sarebbero legittimate dalla difesa di qualcosa, di qualcuno, di  uno stato, dei confini, della libertà … e potremmo continuare. D’altronde lo stesso documento afferma nei passaggi precedenti che il concetto di guerra giusta è stato definitivamente superato. Quindi bisogna prenderne atto e, a partire da questa premessa, costruire il nuovo che nasce: l’educazione alla nonviolenza, il dialogo, il superamento della categoria di nemico, l’ascolto dell’altro e della sua parte di verità.

Occorre affermare con  lucidità e fermezza che la guerra  uccide, “sempre”, che è sempre un attacco ad altri uomini, alle città, all’ambiente. Meglio avere il coraggio di un no deciso alle armi, senza tentennamenti o giustificazioni.  Anche perché le armi di oggi, nucleari, chimiche batteriologiche, estremamente sofisticate ed esiziali, unite ad un uso deviato dell’intelligenza artificiale, non lasciano vie di scampo  all’umanità e al pianeta.

Ancora una volta risuona chiaro l’appello di papa Francesco: “Le armi nucleari sono una responsabilità pesante e pericolosa. Rappresentano un “moltiplicatore di rischio”…l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale”

Dunque non è più tempo di usare, prudenza, cautela, moderazione.

Siamo in un passaggio d’epoca, in cui non si possono salvare strutture di morte con una nuova spiritualità della pace… quelle strutture, sempre più letali, sono inadeguate all’urgenza di una convivenza pacifica dell’umanità. Occorre prenderne coscienza, parlarne, e agire coerentemente.