Gli incontri sono stati due: il primo alla sera di sabato 8, con la presenza online di Yassine Lafram presidente dell’unione Comunità Islamiche in Italia (era previsto l’incontro in presenza, ma Yassin è dovuto andare in Marocco per portare al madre ad una visita medica)
Due testimoni di pace si incontrano…con la speranza che il mondo cambi.
Yassim inizialmente ha ricordato la grande sofferenza del popolo Palestinese. A Gaza c’è stato un massacro sistematico, ora non ci sono più le scuole, né ospedali, e le case delle famiglie sono totalmente distrutte, come tutte le infrastrutture. Yassim ha ricordato che 80% degli abitanti delle Striscia di Gaza sono profughi scappati dalla Nakba, persone che già vivono in una condizione precaria dal ’48, quindi un dramma nel dramma, un lutto nel lutto. La vicenda di Gaza è la condizione del popolo paese dal 48 ad oggi. Questo è il risultato di una politica che vuole annientare il popolo palestinese che è stata esplicitata da questo governo israeliano. In questo contesto si è inserito la missione della Global Sumud Flotilla. Lafram ha sottolineato che la Global Sumud Flotilla non era solo un viaggio verso Gaza, ma un gesto di solidarietà internazionale. La flottiglia voleva rompere l’isolamento imposto alla popolazione palestinese e portare aiuti, rappresentando la società civile che sfida un blocco militare. Ha denunciato pubblicamente quanto accaduto durante la sua partecipazione: “Siamo stati rapiti e sequestrati in acque internazionali, a 35 miglia dalla costa di Gaza, e condotti con la forza ad Ashdod. Questo si chiama rapimento e sequestro di persone.” Nel suo racconto, Lafram ha parlato di interrogatori senza avvocato, di umiliazioni sistematiche e di maltrattamenti fisici: (pugni sulla schiena, botte sulla testa con occhi bendati e mani legate). “È stata una privazione totale dei diritti fondamentali, che ha colpito uomini, donne e anziani senza alcuna distinzione.” Lafram ha accusato Israele di trattare parte del Mediterraneo come un “cortile privato”, sottolineando anche la responsabilità del governo italiano che non condanna (e quindi riconoscere) questa condotta. “Il nostro Paese non dovrebbe accettare che cittadini italiani vengano sequestrati e maltrattati in acque internazionali.” Il punto più incisivo della denuncia di Lafram riguarda la responsabilità europea. Non basta condannare a parole: il silenzio e l’inazione diventano complicità. L’Europa, che ama definirsi culla dei diritti umani, appare incapace di esercitare un ruolo politico autonomo, piegata alle logiche geopolitiche americane e agli interessi economici. Lafram mette a nudo questa contraddizione: mentre si celebrano i valori di libertà e democrazia, si chiudono gli occhi di fronte a un assedio che priva un intero popolo di acqua, elettricità, cure mediche e dignità.
La flottiglia ha avuto un forte impatto mediatico. Il suo obiettivo era attirare l’attenzione internazionale sull’assedio di Gaza, che spesso rimane invisibile. In questo senso, la flottiglia è stata un “megafono” per rendere visibile una crisi umanitaria, è stata un esempio di resistenza nonviolenta, un esempio di resistenza pacifica: civili disarmati che affrontano navi da guerra. Questo contrasto ha reso la vicenda un simbolo della sproporzione tra potere militare e iniziativa civile. Abbiamo visto e “sentito” che in molte città europee e mediterranee si sono svolti presidi e cortei a sostegno delle navi dirette a Gaza, creando un senso di legame tra gli attivisti a bordo e la società civile. La diffusione delle notizie e delle immagini ha fatto sentire agli attivisti che il loro messaggio non era isolato, ma parte di un dibattito globale
“Noi sentivamo voi il vostro appoggio in terra, vi sentivamo quando eravate dei cortei nelle manifestazioni abbiamo percepito il vostro calore la vostra spinta le vostre mani, le vostre manifestazioni erano il nostro vento che soffiava le nostre vele e si spingeva sempre di più verso Gaza”.
Intervento Jeremy.
Salutando Yassim, ha voluto avere assicurazione di poterlo incontrare di persona per parlare dei drammi che stanno vivendo. “Voglio incontrarti per lavorare insieme e trovare un modo per fare delle cose realmente insieme” (Probabilmente a Bologna nella marcia del primo dell’anno al pomeriggio, saranno insieme sul palco di piazza Maggiore).
A circa mezz’ora di auto da Gerusalemme, nel Deserto di Giuda, ci sono decine di villaggi abitati da beduini che le autorità di Israele mal sopportano e vorrebbero spostare perché si trovano in una area sottoposta al controllo militare israeliano. Jeremy (ci ha portato un filmato realizzato due anni fa) ha scelto di stare accanto e di sostenere la loro resistenza nonviolenta. La loro situazione, per l’impegno di molte realtà internazionali, è molto migliore di Gaza e in Cisgiordania, dove anche ora la gente continua a morire.
Pessimismo per il futuro
Guardando la situazione di orrore di annientamento e di violenza, non si riesce a fare nessun tipo di ipotesi, gli accorti di Oslo sono oramai sepolti, in questo disastro c’è la ferma volontà dell’attuale governo di annientare il popolo palestinese e c’è anche l’immobilità di tutti gli Stati che non hanno agito che non hanno fatto niente e quindi è una “perdita totale” non si intravedono delle soluzioni.
Yeremi racconta che un tempo c’era una maggioranza contro Netanyahu, ma da quando Trump ha imposto o almeno gli ha consigliato caldamente la tregua, e gli ostaggi, o i loro corpi sono tornati a casa, ora solo un’esigua minoranza è contro le politiche dell’attuale governo.
Dopo il sette ottobre è impensabile una convivenza in un unico stato e anche la soluzione dei due stati è impraticabile. Oggi in Cisgiordania vivono oltre 700.000 coloni israeliani. La maggior parte degli insediamenti si trova nell’Area C, che costituisce circa il 60% del territorio cisgiordano ed è completamente sotto controllo militare e civile israeliano. La maggioranza degli israeliani vede bene la deportazione dei palestinesi in altri stati anche africani. “Io mi vergogno di questi sentimenti”. Però una speranza c’è, è la vittoria di Zohran Mamdani come sindaco di New York, in una città dove è nata l’economia del sionismo con la presenza di molte comunità ebraiche, e in questo contesto, che vinca un candidato democratico come Manzani che è un antisionista dichiarato è per me segno che forse la politica americana può cambiare. La portata del cambiamento che è questa vittoria è avvenuta perché la faccia del sionismo si è sgretolata di fronte alle violenze e ai massacri che Israele perpetrato. (vedi registrazione pagina YouTube Percorsi di Pace).

Veglia per la pace: la voce di Jeremy Milgrom ( domenica 9)
Levitico 19:34: «Lo straniero che dimora fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso».
La veglia per la pace con Jeremy Milgrom, (registrata su YouTube Punto Pace Bologna), ha offerto un momento di riflessione e spiritualità. La veglia è stata incentrata sulle preghiere proposte dal patriarca Michel Sabbah, e nel mezzo vi è stato la testimonianza del rebbino e attivista per la pace Jeremy Milgrom.
Jeremy ha ringraziando dell’invito dicendo che nel Santuario del Baraccano si sente come a casa sua come, nella sua sinagoga nella sua Siragorga ed è veramente felice di essere tornato nel santuario del Baraccano.
Jeremy con voce commossa ha guardato e soppesato tra le mai il libro libro che gli è stato donato “Nomi della memoria del genocidio a Gaza” (un libro di oltre mille pagine che raccoglie nomi, età, date di nascita, date di assassinio e altri dati personali dei primi 58.383 nomi raccolti in 647 giorni del genocidio dell’esercito di Israele È un documento storico che umanizza le vittime, interrompendosi di tanto in tanto con delle brevi storie e delle testimonianze), esclamando “Questi nomi mi distruggono…. dovrebbero distruggere tante persone presenti nella mia patria.
L’inutilità attuale del dialogo interreligioso
“Ho visto tanti memoriali, tanti monumenti delle persone morte della Prima e nella Seconda guerra mondiale del passato, noi speravamo e dicevamo e ci auguravamo che non si compisse ancora quegli orrori, ma che cosa abbiamo imparato dal passato? Lo abbiamo dimentichiamo molto rapidamente. Uno dei miei dolori è che il popolo della religione non è sempre il popolo della pace. Sono stato coinvolto in quello che è diventata un’industria del dialogo all’interreligioso Noi compriamo i testi, compriamo le parole, compriamo anche l’uso dei cibi E lo chiamiamo dialogo interreligioso. C’è una canzone ebraica di una trentina di anni fa che dice e tutti parlano di pace ma nessuno parla di giustizia. In questo bella canzone parla che tutti cercano di parlare di pace ma nessuno vuole percorrere la strada profonda per raggiungere la vera giustizia.”
Comunità sei beduini
I beduini di Gerusalemme e della Cisgiordania vivono spesso in condizioni di precarietà, con insediamenti non riconosciuti e minacce di demolizione da parte delle autorità israeliane, forzate ad andarsene perché Israele espandeva i suoi insediamenti e subivano pressioni per lasciare le terre dove vivono da generazioni. Come fondatore dei “Rabbis for Human Rights”, Milgrom ha portato rabbini e attivisti israeliani a visitare i villaggi beduini, documentando le violazioni e offrendo sostegno morale. Ha promosso azioni legali e campagne di sensibilizzazione per difendere i diritti delle comunità beduine, opponendosi alle demolizioni e agli sgomberi forzati. In questa sede non ha voluto ricordare le violenze che sono stati perpetrati a loro danni “cose orribili” ma ha ricordato e portato come esempio di impegno che hanno portato molti frutti, quello della associazione italiana “Vento di terra” che è riuscita mobilitando la società civile europea a salvare molti insediamenti dei beduini come le famose “scuole di gomma”. L’esperienza di Milgrom con i beduini non è solo un impegno politico, ma anche spirituale: egli vede nella difesa dei più vulnerabili un atto di fedeltà alla Torah e ai valori universali di compassione.
Ha terminato hanno ricordando che la pace non nasce dall’assenza di conflitto, ma dalla capacità di affrontarlo con coraggio e compassione e a ripensare il ruolo delle religioni: non come strumenti di separazione, ma come linguaggi universali di riconciliazione guardando verso “l’alto”. (vedi registrazione pagina YouTube punto pace Bologna).



