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Sudan: è urgente salvare la popolazione!

Carla Bellani

Il 26 ottobre, dopo 18 mesi di assedio, le forze paramilitari (RSF) a seguito di feroci battaglie contro le forze armate sudanesi (SAF), hanno conquistato la città di El Fascher, ultima roccaforte del Darfur, e compiuto un’orrenda carneficina: più di 2mila civili uccisi in due giorni.

Immagini satellitari, rapporti indipendenti, testimonianze dei sopravvissuti mostrano uccisioni a bruciapelo, fosse comuni, persone inseguite come prede, umiliate, stuprate, giustiziate: vecchi, donne e bambini. Massacri assimilabili al genocidio e alla pulizia etnica! 

Il Sottosegretario Onu, Fletcher, in visita in Darfur ha dichiarato: “Il Darfur è un teatro dell’orrore ed El Fasher una scena del crimine”. “Ho incontrato tra i fuggiaschi (oltre 100mila) molti bambini che portavano in salvo i fratelli più piccoli e persone che raccoglievano neonati per strada dopo che i loro genitori erano stati uccisi.”

Il Commissario Onu per i diritti umani Türk, ha parlato di “resoconti terrificanti, di atrocità immense”, di estese macchie di sangue sul terreno e mucchi di cadaveri ripresi dai satelliti. Ha esortato la comunità internazionale ad agire subito per proteggere i civili, a garantire l’accesso umanitario e non lasciare impuniti i responsabili dei crimini ammonendo che: “se la macchia sulla comunità internazionale è meno visibile di quella del sangue versato, non è però meno criminale.”

Fermare subito i massacri

Da settembre, è in atto un ennesimo tentativo di mediazione da parte del Quartetto che include Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Viene proposta una tregua umanitaria di tre mesi, seguita da un cessate il fuoco di 9 mesi, e poi una transizione verso un governo civile.

Le forze paramilitari RSF accetterebbero: un’occasione propizia, secondo alcuni osservatori, per riabilitarsi un po’ dopo gli eccidi compiuti. Invece, l’esercito governativo (SAF) intende continuare a combattere per sconfiggere le RSF, ma soprattutto rifiuta la presenza degli Emirati Arabi nel Quartetto dei mediatori poiché armano le RSF e forniscono mercenari stranieri.

Servono soccorsi immediati

Dopo due anni e mezzo di conflitto,  l’Onu sostiene che, in Sudan, 24,6 milioni di persone (circa la metà della popolazione totale) soffre di insicurezza alimentare acuta. E dunque, diventa urgente portare aiuti. Ma il Piano di risposta umanitaria per il 2025 risulta finanziato solo per il 27% dell’importo richiesto di 4 miliardi di dollari: ciò significa che il 73% dei bisogni non è coperto, mentre il Paese, secondo Onu, vive la più grande crisi umanitaria del mondo.

Il Sudan Doctors Network definisce “una vergogna” l’inerzia della comunità internazionale che, oltre condannare la strage di El Fasher, dovrebbe aumentare i finanziamenti e lavorare per una tregua che consenta di aprire corridoi umanitari, soprattutto nelle aree più colpite del Darfur e Kordofan, dove infuriano ancora i combattimenti.

Un fallimento collettivo

La guerra in Sudan è stata consapevolmente ignorata. La comunità internazionale ha abbandonato il popolo sudanese al suo destino. La tragedia di El Fasher era prevedibile, ma non inevitabile.

Da anni, i ripetuti avvertimenti degli esperti, degli operatori sul campo e degli stessi sudanesi non hanno mosso gli attori internazionali nel prevenire la perdita di centinaia di migliaia di vite, la fame diffusa e circa 14 milioni di sfollati.

Hanno fallito anche il Consiglio di Sicurezza Onu e le potenze straniere coinvolte direttamente o indirettamente nella guerra. La risoluzione 2736 del Consiglio di sicurezza (13 giugno 2024) chiedeva che le RSF ponessero fine all’assedio di El Fasher, ma non sono state intraprese azioni concrete per attuarla. E i sudanesi stanno ancora morendo per le bombe e di fame, in attesa di una volontà politica in grado di cambiare realmente la loro vita.