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Sudan: la resistenza nonviolenta della società civile

Carla Bellani

Nel cuore della crisi sudanese, la società civile continua a rappresentare la linfa vitale della speranza, della solidarietà e della resistenza. In un Paese devastato da decenni di dittatura e da una guerra brutale, sono le reti civiche a tenere viva la possibilità di un futuro democratico.

2019: la rivoluzione nonviolenta che ha scosso il regime

Nel 2019, dopo trent’anni di autoritarismo sotto Omar al-Bashir, il Sudan ha vissuto una rivoluzione nonviolenta senza precedenti. A guidarla è stato il Sudanese Professionals Association (SPA), un sindacato clandestino formato da medici, avvocati, insegnanti e ingegneri. Attraverso scioperi e manifestazioni di massa davanti al quartier generale dell’esercito a Khartoum, il movimento ha canalizzato il malcontento popolare in una mobilitazione coraggiosa e determinata.

Accanto allo SPA, i Comitati di Resistenza di Quartiere hanno svolto un ruolo cruciale, mantenendo viva la protesta nonostante la repressione violenta dei militari, che ha causato centinaia di arresti e decine di morti. Il protagonismo delle donne, anch’esso centrale, ha impedito che il regime militare soffocasse del tutto la spinta al cambiamento.

Dopo Bashir: tra speranze tradite e nuove mobilitazioni

La caduta del dittatore ha aperto una fragile finestra di transizione democratica. La società civile si è attivata per sostenerla e per vigilare contro le derive autoritarie dell’apparato militare. Ma nel 2021, un nuovo colpo di Stato ha riportato i generali al potere, tradendo le aspirazioni popolari.

I Comitati di Resistenza, tuttavia, non si sono mai sciolti. Hanno continuato a mobilitarsi, elaborando perfino proposte politiche alternative come la “Carta per l’unità del Sudan democratico”, che chiedeva una transizione pienamente civile e inclusiva.

2023: la guerra e la rinascita della solidarietà dal basso

Con lo scoppio del conflitto armato tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), il Sudan è precipitato in una catastrofe umanitaria. Oltre 30 milioni di persone – più della metà della popolazione – necessitano di assistenza. Venticinque milioni soffrono la fame, tredici milioni sono sfollati.

In questo scenario drammatico, la società civile ha dato vita a una nuova forma di resistenza: le

Emergency response rooms (ERR). Nate a Khartoum e ora attive in 13 dei 18 stati del Paese, queste reti di mutuo soccorso forniscono cibo, acqua, assistenza sanitaria, sepoltura dei morti, rifugi improvvisati, riparazioni alle infrastrutture danneggiate e documentazione delle violenze.

Là dove lo Stato è assente e gli aiuti internazionali non arrivano, le ERR operano in modo orizzontale, autonomo e partecipativo. Rafforzano la resilienza delle comunità, proteggono i diritti umani e tengono vivo il tessuto civile, gettando le basi per un Sudan futuro fondato sulla dignità e sulla democrazia.

Oggi: la resistenza sotto attacco

Nonostante il loro ruolo cruciale, i volontari delle ERR sono bersaglio di attacchi: vengono tracciati sui cellulari e ostacolati nell’uso di WhatsApp, minacciati, picchiati, arrestati e torturati da entrambe le fazioni in guerra. Secondo l’Aid Worker Security Database, oltre 100 di loro sono stati uccisi dall’inizio del conflitto: una cifra che rappresenta solo la punta dell’iceberg. Eppure, la loro azione non si è fermata. A dicembre 2024, le ERR avevano già assistito più di 11,5 milioni di persone. Nominate al premio Nobel per la pace,hanno ricevuto vari riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso Right Livelihood Award – noto anche come “Premio Nobel alternativo” – per aver costruito “un modello resiliente di mutuo soccorso, in mezzo alla guerra e al collasso dello Stato, che sostiene milioni di persone con dignità”.