Lorenzo Pinton, per Rete In Famiglia Per La Pace
Anche quest’anno le famiglie della “Rete in famiglia per la Pace” si sono incontrate ed hanno vissuto una settimana di vacanza e di condivisione.
La meta della vacanza di quest’anno è stata la regione Marche e più precisamente la località di Mondavio (PU).
Come sempre, nella vacanza c’è stato spazio per godere la bellezza della natura, del mare, delle città, e per la condivisione tra i partecipanti e con le persone che abbiamo incontrato: la Comunità Papa Giovanni XXII a Rimini, la famiglia Ricci a Fermo, la cooperativa Girolomoni a Isola del Piano, Mondo Comunità e Famiglia che ci ha ospitati.
Le riflessioni che hanno lasciato un segno nei partecipanti, nate a partire dagli incontri, dalla vita comune, dalla preghiera, dalla bellezza di cui abbiamo goduto, … hanno indicato tre ambiti più ricorrenti:
- L’uomo e la sua colpa
- La riparazione del danno
- Vivere la speranza
Su questi tre ambiti abbiamo tentato una sintesi comunitaria.
Gli appunti che seguono e che ci fa piacere condividere, ovviamente non intendono rappresentare un “risultato”, sono semplicemente appunti utili a fissare le idee di quel momento e magari buoni per proseguire il ragionamento singolarmente, in famiglia o in compagnia …

L’uomo e la sua colpa
Il nostro sistema giudiziario, così come è organizzato oggi, punta soprattutto alla repressione del colpevole e poco alla rieducazione della persona (che dovrebbe essere il fine principale del sistema).
La stessa società ha bisogno, per razionalizzare il “male”, di un colpevole che finisce per esistere solo in quanto autore del reato, e quindi annullando la persona.
L’esperienza che abbiamo avuto incontrando alcuni carcerati ed ex-carcerati (“ristretti” vengono definiti in carcere) ci è servita per porre l’attenzione su questa condizione che ci coinvolge come società e singoli.
Rivedere il carcerato come una persona separata dal reato che ha commesso. Certo il reato c’è e ci si deve assumere la colpa, ma il lavoro che il sistema carcerario dovrebbe svolgere è aiutare il “colpevole” a rendersi conto del suo errore e delle sue responsabilità, accettarne il peso e la pena, capire come è arrivato a commettere tale azione. Questo è il cammino rigenerante che porta ad un reinserimento positivo nella società.
La linea tra “reato” ed “non reato” spesso è labile e ci siamo resi conto che tutti noi non siamo estranei alla dimensione del “male”.
L’incontro ha fatto emergere queste considerazioni e domande:
- Cambiare la nostra visione della colpa staccando il reato dalla persona eliminando per prima cosa tutti gli stereotipi sul “cattivo”
- Tra chi è dentro e fuori il carcere non ci sono grandi differenze. Non possiamo dire “noi siamo migliori e non ci toccherà mai andare in galera”
- Dedicarci tempo per prendere coscienza di noi stessi all’interno della società e dei suoi/nostri valori.
- Dove si nasce non è una colpa!
- Conoscere la realtà del carcerato prima e dopo il reato è essenziale per un percorso rigenerante
- Dare la colpa a priori è facile
- Da sola la detenzione come espiazione di una colpa non serve a nulla se non c’è consapevolezza che quanto si è fatto è sbagliato.
- Il perdono non è dato dalla società ma da chi ha subìto il reato e/o dalle persone vicine a lui/lei
- Nell’anno del giubileo parlando di indulgenza ricordiamo che “indulgenza” significa prima di tutto la capacità di non cadere più.
Come riflessione aggiuntiva aggiungiamo un collegamento ad un documento contenente una parte del lavoro fatto dalla Fondazione Lanza sul tema “Etica e giustizia” : https://rassegnapenitenziaria.giustizia.it/raspenitenziaria/cmsresources/cms/documents/38362.pdf
La riparazione del danno
Le situazioni in cui percepiamo “ingiustizia” possono nascere in contesti diversi: colpe evidenti (un male inflitto da una parte su un’altra, come può essere un omicidio o un furto o una discriminazione), ingiustizie percepite da una parte ma ritenute assolutamente legittime dall’altra (ad esempio una mancata promozione o riconoscimento sul posto di lavoro), situazioni in cui non ci sono “buoni” o “cattivi” evidenti (incomprensioni tra persone), eventi una tantum e situazioni in cui il “torto” è ripetuto, situazioni che si verificano in contesti “macro” (come può essere stata la situazione di apartheid in Sudafrica o i cosiddetti anni di piombo in Italia) o situazioni “micro” (come può essere un risentimento o un’incomprensione all’interno di un gruppo, di un’associazione o tra singoli).
Il malessere che nasce dalle situazioni di ingiustizia ha una ricaduta evidente sulle singole persone che sono coinvolte ma ha anche riflessi su una comunità più ampia (il gruppo di amici in contesti micro e la società o la comunità internazionale in contesti macro).
Certamente il “rimuginare” sulla situazione, in solitudine o all’interno di un gruppo omogeneo, con un pensiero univoco sulla situazione, non aiuta a liberarsi del risentimento e del senso di oppressione.
In ogni caso il superamento della situazione richiede un percorso personale, un superamento del torto e del senso di colpa da parte dei singoli, siano essi soggetti che hanno subito il danno o soggetti che il danno l’hanno prodotto. Il superamento ha anche necessità di una composizione in un ambito più ampio, comunitario).
Tra gli elementi che sono emersi all’interno del gruppo come occasione di ricomposizione o (meglio) di superamento della situazione di ingiustizia, abbiamo:
- La comunicazione tra le due parti in causa
- La presenza di un elemento esterno che faccia da innesco del percorso; un soggetto terzo che avvii il processo
- La presenza di una comunità di riferimento che “contenga” le parti in causa (ad esempio un gruppo di amici in un contesto “micro”, gli organismi internazionali in un contesto “macro”, un soggetto riconosciuto dalle parti)
- Un tempo di sedimentazione (non si può avviare in processo mentre le ferite sono ancora scottanti)
- Un percorso a piccoli passi, valorizzando le “conquiste” che man mano si raggiungono (non “tutto e subito” o “o tutto o niente”)
- Considerare gli aspetti emotivi oltre che quelli concreti e oggettivi (l’ingiustizia infastidisce!)
Ci lasciamo con una domanda: come possiamo noi essere generatori di “riparazione” nel nostro piccolo?
Vivere la speranza
La condivisione degli spunti, numerosi e arricchenti, ed il confronto di gruppo hanno permesso di condividere nuove possibilità di affrontare i problemi ed aprire nuove porte. Queste sono le risonanze:
- I miglioramenti apportati alla vita di gruppo sulla base della verifica dello scorso anno sono segni ed elementi fattivi di speranza.
- Le relazioni nel gruppo si sono rafforzate e arricchite di cose belle. È stato bello fare le cose assieme e poi rifletterci.
- Siamo stati immersi in testimonianze e nella bellezza; la bellezza salverà il mondo.
- Fidarsi aiuta la speranza, e la preoccupazione scompare.
- La speranza nasce quando si è insieme agli altri, una fiamma che si allarga e si fa via via più grande.
- L’àncora, simbolo di speranza, è un aggancio alla quotidianità con uno sguardo verso il cielo.
- Quando si tornerà a casa si potrà sperare in un cambiamento? Le cose andranno avanti come si è sempre fatto, ma con una ricchezza ed una forza nuova.
- La ricchezza degli incontri ha generato speranza e donato nuove sfumature, per cambiare il mondo a piccoli passi.
- Ogni singolo membro del gruppo è speranza per gli altri.
- Quelle piccole cure che ognuno di noi ha per l’altro sono segni di speranza che rigenerano e permettono di ripartire, e sentirsi accompagnati nelle fatiche.
- Nella vita quotidiana abbiamo la responsabilità di essere generatori di speranza.
- Tutti siamo utili, anche le “marmotte semplici”.
- Seminare con poco è importante, ci si può trovare anche in momenti di solitudine, bisogna saper sostare anche lì e poi si troverà la luce della speranza, anche grazie alla comunità.



