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Con chi si fa la pace? Con chi si ferma la barbarie del genocidio?

Savino Pezzotta, punto pace di Bergamo

Sono domande spiazzanti: dobbiamo parlare con il nostro principale nemico? Con chi sta compiendo un genocidio a Gaza? Con chi si fa la pace? Con chi si ferma il genocidio? La risposta non è né semplice né indolore, ma è necessaria per comprendere la complessità della situazione attuale.

La storia insegna che i conflitti più sanguinosi finiscono solo quando le parti si parlano. Parlare non significa giustificare né legittimare le azioni del nemico: significa riconoscere che senza un canale di comunicazione la guerra diventa infinita. Ogni processo di pace – dall’Irlanda del Nord al Sudafrica, dai Balcani al Medio Oriente stesso negli anni ’90 – ha avuto un punto di svolta quando si è aperto un dialogo, anche minimo, tra chi sembrava inconciliabile.

Il caso di Gaza e la parola “genocidio”

Se chiamiamo genocidio quanto avviene a Gaza (e l’uso di questa parola è oggi dibattuto anche a livello giuridico e internazionale), la domanda diventa ancora più lacerante: come si può dialogare con chi annienta un popolo? La risposta non è né semplice né indolore: il dialogo non assolve i crimini, né toglie responsabilità, ma è l’unico strumento per fermare la violenza e aprire spazi di sopravvivenza e dignità.

Con chi si fa la pace?

La pace non si fa con gli amici, ma con i nemici. È un paradosso duro da accettare: la pace non nasce dal consenso, ma dal compromesso. Non c’è pace vera se non include proprio coloro che si combattono. Si fa pace con chi ha potere di fermare la guerra, si ferma il genocidio con chi ha il potere di fermarlo, anche se quel potere è stato usato per distruggere. Si fa pace nel nome delle vittime, non dei carnefici. Il dialogo è un atto di responsabilità verso i civili che subiscono la guerra, per i bambini e la popolazione di Gaza, non un premio ai responsabili. La pace non è mai “pulita”. È sempre segnata da ferite, concessioni, silenzi, ma è l’unica alternativa al perpetuarsi della violenza.

Dimensione etica e profetica

Molti pensatori religiosi e laici insistono su questo punto: la pace non è mai “pulita”. È sempre segnata da ferite, concessioni, silenzi, ma è l’unica alternativa al perpetuarsi della violenza. Papa Leone XIV afferma: “La guerra è una sconfitta dell’umanità”. Ed è proprio per questo che il dialogo, pur doloroso, è il primo passo per uscire dalla sconfitta.

L’incontro tra Papa Leone XIV e il presidente israeliano

Recentemente, Papa Leone XIV ha incontrato il presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano. Durante l’incontro, il Papa ha sollevato la “tragica situazione a Gaza”, chiedendo un cessate il fuoco permanente, la liberazione degli ostaggi e l’accesso sicuro agli aiuti umanitari. Ha anche riaffermato il sostegno della Santa Sede per una soluzione a due Stati e ha sottolineato l’importanza di rispettare il diritto internazionale umanitario.

Herzog ha ringraziato il Papa per l’accoglienza e ha sottolineato il ruolo dei leader religiosi nel promuovere la pace e nel chiedere la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, l’incontro non è stato privo di polemiche. In precedenza, ci sono state divergenze su chi avesse richiesto l’incontro, con la presidenza israeliana che affermava di essere stata invitata dal Papa, mentre il Vaticano ha chiarito che solitamente accoglie le richieste di udienza da parte dei capi di Stato e di governo.

Reazioni e critiche internazionali

L’incontro ha suscitato diverse reazioni a livello internazionale. Alcuni osservatori hanno elogiato l’iniziativa di Papa Leone XIV come un passo importante verso la pace, mentre altri hanno criticato la Santa Sede per non aver preso una posizione più ferma contro le azioni israeliane a Gaza. Inoltre, le dichiarazioni precedenti del Papa, in cui ha parlato di “genocidio” in relazione alla situazione a Gaza, hanno suscitato reazioni contrastanti, con alcuni che le hanno considerate eccessive e altri che le hanno viste come una denuncia necessaria delle atrocità in corso.

Conclusione

La pace non si fa con gli amici, ma con i nemici. È un paradosso duro da accettare: la pace non nasce dal consenso, ma dal compromesso. Non c’è pace vera se non include proprio coloro che si combattono. Non si fa pace con chi ci è vicino, ma con chi ci è distante e ostile. Non si fa pace con chi già condivide i nostri valori, ma con chi li nega e li calpesta. È un paradosso durissimo, ma inevitabile: ogni processo di pace vero, dall’Irlanda del Nord al Sudafrica, è nato quando il nemico ha smesso di essere un’entità demonica e si è dovuto sedere al tavolo delle trattative.

Il dialogo non è resa. È l’esercizio concreto della nonviolenza. Dialogare non elimina la responsabilità, né ferma la richiesta di giustizia. Il dialogo serve alle vittime. Perché la fine della violenza è l’unico modo per salvare vite e aprire spazi di sopravvivenza e dignità. Il dialogo non è resa, è strategia. L’alternativa è la distruzione reciproca.

In questo senso risuona potente la frase dello stesso Papa Leone XIV :

“La pace non è l’arte di dimenticare il male, ma la forza di costruire giustizia parlando anche a chi ci ha ferito.”

Ecco il punto: il dialogo non cancella le responsabilità. Non chiude i conti con la storia, ma apre un varco alla speranza. Senza memoria, senza riconoscimento del male compiuto, senza riparazioni, ogni trattato rischia di essere una tregua fragile. Ma senza il coraggio di parlare con chi ha fatto del male, non ci sarà mai neppure la possibilità di fermare la spirale della violenza.