Sono passati oltre due anni dall’inizio della devastante guerra che vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Nonostante la violenza, nessuna delle due parti ha ottenuto progressi decisivi.
Oggi, gli scontri si concentrano soprattutto nel Sudan occidentale – Nord Kordofan- e nella capitale El Obeid. In Darfur la situazione è ancora più drammatica: dal 2024 la città di El Fasher è sotto assedio da parte delle RSF, che impediscono l’ingresso di cibo, aiuti e forniture mediche. Una barriera di 30 chilometri rinchiude 260 mila abitanti, condannandoli al rischio di morire per i bombardamenti, la fame o il colera. Le perdite tra militari e civili sono ingenti.
Entrambe le parti in lotta si sono rese responsabili di gravi crimini di guerra e contro l’umanità, provocando circa 14 milioni di sfollati e una catastrofe umanitaria senza precedenti. Secondo l’ONU, si tratta di una “guerra di atrocità contro i civili”. L’ultimo rapporto dell’African Centre for Justice and Peace Studies denuncia un’escalation di violenze nell’agosto 2025: uccisioni mirate, fame come arma di guerra, sfollamenti forzati, stupri sistematici e terrore di massa.
Un Paese saccheggiato e senza Stato
Le ricchezze naturali del Sudan non sostengono la popolazione, ma alimentano la guerra. Le SAF destinano i proventi del petrolio di Port Sudan alle spese militari, mentre le RSF finanziano le proprie operazioni con l’oro, contrabbandando miliardi di dollari all’anno.
Intanto, ospedali, scuole e servizi pubblici sono allo stremo: i sudanesi non ricevono più stipendi, l’inflazione supera il 400% e la vita quotidiana è ridotta alla sopravvivenza. Nel vuoto istituzionale prosperano i trafficanti di esseri umani, che sfruttano le rotte migratorie verso il Mar Rosso e il Mediterraneo, e i gruppi terroristici che già in passato avevano trovato rifugio in Sudan.
La paralisi militare ha spinto verso una pericolosa divisione politica. Nel luglio scorso, le RSF hanno proclamato a Nyala la nascita di un governo parallelo, la “Repubblica Socialista Federativa del Kordofan e del Darfur”, con l’obiettivo di amministrare i territori sotto il loro controllo. L’ONU e l’Unione Africana hanno condannato duramente questa iniziativa, che rischia di aprire la strada a una frammentazione del Paese simile a quella vissuta in Libia o Somalia.
Giochi di potere e conflitto per procura
La guerra in Sudan non è solo un conflitto interno: più di dieci Paesi africani, mediorientali e asiatici sono oggi coinvolti, sostenendo una fazione o l’altra e trasformandolo in uno dei tanti conflitti per procura della regione.
Gli interessi contrastanti di questi attori rendono ogni tentativo di mediazione ancora più difficile. L’ultimo, promosso il 18 settembre dal Quartetto (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto), proponeva una road map per una tregua umanitaria e un percorso di transizione verso un governo civile e legittimo. Ma il piano è stato respinto dal governo sudanese e dal Movimento Islamico, che lo hanno giudicato un’ingerenza negli affari interni del Paese.
Una nuova occasione a New York?
Un’opportunità per rompere l’attuale situazione di stallo potrebbe arrivare con la prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in programma a New York dal 23 al 29 settembre.
La gravità dell’emergenza umanitaria dovrebbe spingere la comunità internazionale a rilanciare con forza un processo diplomatico condiviso. In gioco non c’è solo il destino del Sudan: la prosecuzione della guerra rischia infatti di destabilizzare l’intera regione, creando un pericoloso asse di instabilità che collega il Sahel al Corno d’Africa e, più in generale, al Medio Oriente.



