Carla Bellani
Nessuna delle due parti in lotta sembra in grado di riportare una vittoria completa e la mappa mostra un Paese sotto controllo di due forze militari. L’Est, Il Centro e la capitale Khartum sono controllate dall’esercito (SAF) del presidente al Burhan. L’ovest, il Darfur, è nelle mani delle forze di intervento rapido (RSF) di Dagalo, che stanno brutalmente attaccando l’ultima roccaforte dell’esercito sudanese, El Fasher, anche con l’arma della fame. Negli ultimi mesi, sarebbero morti per fame oltre 300 bambini, secondo la denuncia del Sudan Doctors Network.
Lalinea di guerra corre dal Darfur verso Khartum passando per il Kordofan, su cui incombono bombe e stragi che costringono alla fuga decine di migliaia di persone.
Secondo l’Onu, “la guerra implacabile” del Sudan potrebbe diventare una guerra allargata a livello regionale. C’è stata un’escalation nella zona di confine tra Sudan, Libia ed Egitto, dove letruppe RSF hanno apertoun corridoio strategico che facilita l’addestramento militare nelle basi libiche, oltre che il passaggio di armi, migranti, carburante e oro.
Verso una divisione politica del Sudan.
Le milizie di supporto rapido (RSF) insieme ad alleati, militari e civili, hanno formato un governo parallelo che controllerà gran parte del Darfur e le zone da loro conquistate, in contrapposizione all’esecutivo dell’esercito, con sede a Port Sudan. Promettono di dare al Sudan “uno stato secolare, democratico, decentralizzato” e “basato su libertà, eguaglianza e giustizia, senza pregiudizi verso nessuna identità culturale, etnica, religiosa o regionale”.
Da parte sua, il presidente al Burhan, cercando di interpretare “la volontà del Paese di avviare la transizione verso un governo civile”, ha nominato un nuovo primo ministro, Kamil Idris, e un nuovo governo. Di fatto, due eserciti e due set istituzionali contrapposti si contendono un Paese devastato mentre la fine del conflitto, e perfino un tavolo negoziale, sono ancora molto lontani.
Bombe, blocchi alimentari, brutalità mirate contro la gente
In due anni di guerra, entrambe entrambe le parti hanno commesso orrendi crimini con un bilancio umano sbalorditivo. Si stima che oltre 175.000 persone siano state uccise da violenze, fame ed epidemie.
Quasi 30 milioni di sudanesi, più della metà del paese, soffre di insicurezza alimentare acuta.
Gli aiuti umanitari dell’Onu, sovente vengono assaliti e dirottati alle milizie armate.
Oltre l’80% del sistema sanitario è collassato. Il colera avanza rapidamente.
La violenza sessuale, è dilagante come denuncia il rapporto ‘Voices from South Darfur’ di Amnesty International. Quasi 15 milioni di sudanesi hanno lasciato le loro case o il Paese.
Cosa fanno i leader mondiali mentre il Sudan brucia?
La guerra in Sudan non è nelle priorità della comuniutà internazionale e gli sforzi diplomatici non hanno portato a un cessate il fuoco duraturo. Oggi, sono in atto tentativi di mediazione da parte di Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto; altri tentativi- separati- sono condotti dall’ Onu e dall’Unione Africana.
Gli aiuti internazionali, per l’anno in corso sono finanziati solo per il 14% e milioni di sudanesi restano condannati alla fame e alle malattie, anche nei campi dei rifugiati fuori del Sudan.
Il Programma alimentare mondiale (PAM) teme un blocco totale degli aiuti entro agosto 2025, se non arriveranno nuovi fondi. Inoltre, a causa dei forti tagli che il presidente Trump ha inflitto all’USAID, oltre il 60% delle mense salvavita sono state chiuse.
Intanto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iran e la Russia e altri Paesi continuano a fornire armi e aiuti militari a entrambi i contendenti.



