di Marco Santopadre | 24 Lug 2025 | Apertura, Mondo
Pagine Esteri – Dopo un anno di feroci combattimenti le truppe russe sono nuovamente riuscite a entrare a Pokrovsk, dopo aver praticamente quasi circondato la città del Donbass (che prima della guerra aveva 60 mila abitanti) rendendo difficilissimo l’arrivo di rinforzi e rifornimenti ucraini.
Non è ancora chiaro se le forze ucraine siano in procinto di perdere definitivamente la città, strategica per il controllo di ampie porzioni dell’oblast di Donetsk. Anche se negli ultimi giorni è ripreso l’invio di armi statunitensi (pagate per lo più da alcuni paesi europei) i russi continuano a farsi strada anche più a nord, negli oblast di Sumy e Kharkiv.
Intanto ieri a Istanbul si è tenuto il terzo round dei finora infruttuosi negoziati diretti tra Kiev e Mosca. Al centro dei colloqui la ricerca di un accordo per la preparazione di un eventuale incontro tra i leader dei due paesi. In occasione del primo incontro, il 16 maggio, era stata raggiunta un’intesa per un massiccio scambio di prigionieri, mentre nel secondo – il 2 giugno – le due parti avevano concordato il ritorno a casa dei feriti gravi e dei prigionieri con meno di 25 anni, oltre che dei caduti.
I russi hanno di nuovo fatto sapere ieri di non aspettarsi “svolte miracolose” neanche questa volta. Per concedere la fine delle ostilità, Mosca pretende infatti da Kiev il ritiro completo dalle quattro regioni parzialmente annesse dalla Federazione Russa (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson), il riconoscimento ucraino e internazionale dell’annessione della Crimea e l’impegno a rinunciare all’ingresso nell’Alleanza Atlantica. All’opposto, l’Ucraina chiede un cessate il fuoco incondizionato e il ritiro delle truppe russe da tutti i territori invasi.
Nel frattempo il presidente Volodymyr Zelensky deve fare i conti in patria con le più massicce proteste antigovernative degli ultimi anni.
Nonostante la legge marziale e il coprifuoco, che limitano fortemente la libertà di riunione e manifestazione, migliaia di persone sono scese in strada a Kiev, Leopoli, Dnipro e Odessa contro un disegno di legge approvato dal parlamento che elimina l’autonomia di cui godevano finora due diverse agenzie, l’”Ufficio nazionale anticorruzione” (Nabu) e l’“Ufficio del procuratore specializzato anticorruzione” (Sapo). Questi due enti passano ora sotto il controllo della Procura Generale, i cui vertici sono di nomina politica.
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