Mauro Innocenti, punto pace di Bologna
Siamo stati in ottomila a rispondere all’appello di Valentina Cuppi, la sindaca di Marzabotto, che, insieme ad altri Comuni, a CGIL, ANPI, UCOII, ACLI, RIPD e tante altre e realtà associative, ha proposto di salire da Marzabotto a Monte Sole il 15 giugno per dire no ai crimini di guerra di Israele a Gaza, per dire apertamente le parole, che per tanti sono ancora tabù, “pulizia etnica” e “genocidio”, per continuare a dire il “mai più” che per ottanta anni è sempre stato detto a Monte Sole, dove nel 1944 i nazifascisti compirono il più grande massacro di civili di tutta l’Europa occidentale; da allora Monte Sole è un monito contro ogni guerra perché in ogni guerra avvengono inevitabilmente massacri di civili innocenti, una realtà che in troppi oggi, guardando distrattamente a quello che avviene ogni giorno a Gaza, non vogliono riconoscere.

Salire a Monte Sole in un giorno di giugno, che il cambiamento climatico ha già reso ormai di piena estate, per sentire dentro la fatica e l’arsura, per incontrare, oltre i soliti compagni di strada, anche tanti altri arrivati da lontano e non poche famiglie di palestinesi o egiziani che alternano l’arabo a un italiano spesso perfetto, con i figli che probabilmente dovranno aspettare ancora molto tempo prima di poter essere finalmente riconosciuti italiani come noi. Fatica e arsura, qualche malore e anche quel minimo di inquietudine per il ronzio di un elicottero che vola sopra i manifestanti, per sentirsi almeno un po’ più vicini agli sfollati di Gaza.
Fino al pratone del Poggiolo sono arrivati i giovani e i meno giovani, questi ultimi decisamente in maggioranza. Sono arrivati un po’ a fatica anche non pochi ottantenni, quelli che sono sempre saliti a Monte Sole per il 25 aprile e che anche questa volta non potevano mancare; fra loro un’anziana signora con la bandiera dell’ANPI e la kefya come copricapo. Migliaia le bandiere della pace e della Palestina e anche un po’ di bandiere della pace con il logo di Pax arrivate da Ivrea, da Pistoia, da Faenza, da Reggio Emilia e da Bologna.
Sono stati numerosi gli interventi sul palco allestito vicino al Centro Visite del Parco. “La politica chieda scusa per quello che non è stato fatto, per l’indecisione, per decidere da che parte stare a seconda degli alleati” ha detto Alessandro Bergonzoni, che ha affermato: “I miei alleati sono i bambini che muoiono, sono le persone che vengono operate senza anestesia… Sono qui a chiedere scusa a tutti i palestinesi, a chiedere perdono…Immedesimiamoci!”. La sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, ricordando la strage avvenuta a Monte Sole, ha detto che “non è vergognoso”, come qualcuno ha detto, paragonare la strage nazifascista di ottantuno anni fa con quello che sta accadendo a Gaza: “Qui a Monte Sole lavoriamo da anni per la risoluzione nonviolenta dei conflitti, per l’educazione alla pace; sono venuti a fare campi alla Scuola di pace israeliani e palestinesi… A cosa serve fare memoria [sui fatti della strage]? Serve per avere una coscienza critica, una “lente”, che ci permetta di capire quando ci sono dei crimini contro l’umanità… Bisogna salvare vite, salvare bambini innocenti, salvare la pace e la convivenza tra i popoli, israeliani e palestinesi… E’ necessario fermare un governo criminale”.
Per Flavio Lotti la marcia a Monte Sole “è una manifestazione per la difesa della legalità e del diritto: a Monte Sole c’è il popolo che vuole difendere la nostra Costituzione, le Carte internazionali che hanno impedito di precipitare in quella terza guerra mondiale in cui ci stanno trascinando oggi!”. Latifa, una ragazza palestinese che ha accompagnato il fratello a Bologna perché possa essere curato, ha dato una testimonianza diretta della realtà di Gaza: “I bambini sono nati sotto l’assedio, sono cresciuti ascoltando il rumore delle bombe e sognano sogni molto più semplici rispetto ai loro coetanei nel mondo: solo vivere in pace, avere acqua pulita, elettricità, cure mediche… Il mondo deve vedere, ascoltare, sentire e ricordare che dietro ai numeri ci sono nomi, volti e storie”. Yassine Lafram, presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche d’Italia) ha detto: “Io sono qui per gridare la mia vergogna, in quanto essere umano incapace di intervenire su quella che è la tragedia di Gaza, la vergogna del mondo odierno” e ha voluto raccontare un fatto accaduto a una cena con famiglie palestinesi accolte a Bologna per curare i figli feriti a Gaza: i bambini giocavano nel cortile, ma, al passaggio di un aereo molto rumoroso, “hanno smesso di giocare, tutti a guardare l’aereo, pensando ‘Ma è arrivato qui per bombardarci ancora?’ Queste persone si porteranno dietro questi traumi e noi dobbiamo essere capaci di aiutarli e accompagnarli”.
Per il sindaco di Bologna Matteo Lepore “nel mezzo di quello che tutti noi dobbiamo chiamare genocidio, di fronte ai bombardamenti da parte di Israele questo popolo è utilizzato come merce di scambio; dobbiamo dire basta! Dobbiamo riprendere in mano le istituzioni internazionali e ancora una volta devono farlo le persone che marciano insieme…”. Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, ha affermato che “I genocidi iniziano con le parole quando smettiamo di chiamare le persone con il loro nome, quando cominciamo a non considerare più umani i Palestinesi, quando cominciamo a degradarli fino a rendere accettabile l’idea di ucciderli tutti, e allora i genocidi si possono fermare con le parole! Noi non abbiamo altra forza se non quella delle parole: noi siamo ai margini, siamo i senza potere, siamo i cinquantamila sudari… e tra poco saremo anche le ‘sanzioni popolari’, la prossima cosa che faremo insieme, chiedendovi di fare pressione, anche con l’aiuto degli Enti locali, sulla Grande Distribuzione perché si assuma la responsabilità di rompere ogni rapporto con lo Stato d’Israele… Chi dice che [a Gaza] il genocidio non c’è è un negazionista! Il Governo italiano, continuando a vendere armi a Israele, è coautore del genocidio!”.
Per Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’ANPI, “La terza guerra mondiale è dietro l’angolo e il Governo Netanyahu è una minaccia alla pace mondiale… Basta con l’appoggio a Israele, basta con l’accordo di libero scambio commerciale, basta con l’invio di armi; l’Italia e l’Unione Europea riconoscano finalmente lo Stato di Palestina”. La giornalista Paola Caridi ha osservato che “Tutto è permesso, anche il genocidio, se l’altro è il ‘cattivo’; al ‘buono’ tutto è permesso; Israele si è dato la patente di ‘buono’, di buono che è ‘costretto’ a uccidere, a massacrare, ad annichilire… Io penso a cosa ci sarà dopo il genocidio dei Palestinesi a Gaza, alle macerie morali… La prima regola è bandire la guerra, non solo il genocidio!”. Pasquale Pugliese, per il Coordinamento Pace Emilia-Romagna, ha ricordato che “Nella storia della nonviolenza la marcia è un’azione nonviolenta di massa… contro la normalizzazione della violenza che oggi non vede il genocidio del Governo israeliano contro le popolazioni inermi in Palestina”.
Suor Mariam è infine intervenuta in rappresentanza della Piccola Famiglia dell’Annunziata, la comunità religiosa fondata da don Giuseppe Dossetti che ha la casa madre a Monte Sole: “Da oltre cinquant’anni alcuni di noi vivono in Israele e Palestina e vogliamo testimoniare l’amore per quei due popoli a cui tanto dobbiamo come uomini e donne e come cristiani; la cosa più importante per noi è restare là, insieme con loro, cercando ostinatamente di costruire ponti… C’è un veleno mortale che il Governo d’Israele sta bevendo ed è l’ebbrezza del potere della forza militare e tecnologica: è un’idolatria che porta fino sacrificare i propri figli e figlie, a profanare la terra e, se non teme le nazioni, dovrebbe temere Dio, che ha in abominio questi atti… [in Cisgiordania] assistiamo ad un’evidente pulizia etnica, perché Israele ha di fronte la questione demografica… Noi crediamo ad una dimensione spirituale dei conflitti, a un mistero di male alla loro radice… che per il credente si deve affrontare con la preghiera… Diceva Martin Luther King ‘Qualcuno deve avere abbastanza fede e moralità per spezzare la catena dell’odio’!”.
Parole molto forti e impegnative, che gli ottomila marciatori sapranno custodire accanto alle tante altre parole lette e ascoltate in questo anno e mezzo di guerra, con la consapevolezza che il cammino verso la pace sarà ancora molto lungo.



