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Abbiamo più che mai bisogno di accendere i Fari di pace

Carlo Tombola presidente di Weapon Watch

I più funesti tamburi di guerra stanno sovrastando ogni discorso pubblico, accompagnando le immagini della disumanità banale di Gaza, della guerra eterna che Israele fin dal giorno della sua fondazione ha portato nel Medio Oriente, della guerra ucraina che si avvia verso il quarto anno di morte. Mai la guerra è stata così insensata, in un mondo ridisegnato negli ultimi cinquant’anni dalla solidarietà dei commerci e dalle correnti migratorie.

Oggi nel discorso pubblico è urgente riportare la voce di chi dissente, di chi conserva il ricordo – in verità non molto remoto – della diplomazia come colonna portante della comunità internazionale. E più urgente di tutti i discorsi pubblici è quello sulla proliferazione degli armamenti e sul controllo del loro commercio.

Come sapete, Pax Christi e Weapon Watch hanno promosso a partire dal 2022 un tour attraverso i porti italiani più impegnati nel traffico di armamenti, evento che hanno chiamato «Fari di pace» con una metafora densa di significati: la luce che orienta i marinai nella notte, la luce che si oppone al buio delle guerre, il far luce di chi cerca di andare oltre l’opacità che copre i traffici di armi.

Partita da Genova, la “carovana” dei Fari di pace ha via via toccato La Spezia, Napoli, Bari, Ravenna, Trieste. Ora si propone di passare da Livorno, porto tra i principali del movimento delle armi in Italia, insieme alla vicina La Spezia. Livorno ha soprattutto la prerogativa di essere il “porto degli Stati Uniti” da decenni, cioè dal 1944, quando le truppe di occupazione USA si installarono nella Pineta del Tombolo e poi (1951) ottennero con un patto bilaterale rimasto segreto di costruirvi quella che oggi è la maggiore base militare dell’esercito USA al di fuori del territorio federale. Situata tra Livorno e Pisa, Camp Darby è organicamente collegata alle due mega-caserme di Vicenza (Ederle e Dal Molin) e funge da hub per i movimenti di materiali su tutto lo scacchiere nordafricano e mediorientale, senza escludere i rifornimenti per l’Ucraina che – come i lavoratori della logistica hanno verificato – sono passati anche per Livorno-Camp Darby.

Materiale rotabile di ogni tipo, armamento pesante, container di munizioni e attrezzature militari, recentemente anche apparati per la cyberguerra, arrivano nel porto di Livorno, vengono immagazzinati a Camp Darby attraverso il Canale Navicelli e una linea ferroviaria speciale, recentemente ricostruita e ammodernata – anche con un ponte ferroviario girevole sul canale – dal genio militare americano. Navi speciali “militarizzate” scaricano e ricaricano, perché i materiali da Livorno ripartono per altre destinazioni, quando non seguono la via di terra o partono per aereo dal vicinissimo aeroporto dual use (militare e civile) di Pisa.

Mentre le opinioni pubbliche sono mediaticamente bombardate dalla paura e dall’insicurezza, si procede senza intoppi alla meticolosa erosione del welfare socio-sanitario e avanzano i piani materiali che militarizzano il territorio. Rimanendo tra Pisa e Livorno, il progetto di una base dei carabinieri paracadutisti (quasi un ossimoro, se si pensa alla basilare funzione di polizia e di polizia militare del Corpo) prevista a Coltano non è stato ritirato, nonostante le ragionevoli e prolungate proteste locali; a San Pietro in Grado, frazione di Pisa, rimangono le spoglie del reattore nucleare militare “Galileo Galilei” con le sue scorie ancora da smaltire dopo 45 anni dalla dismissione; il potenziamento in corso dell’aeroporto intercontinentale di Pisa comporta anche l’incremento del traffico aereo militare; ed è di queste ore la denuncia che i dieci giorni di interruzione della circolazione dei treni tra le stazioni di Pisa e Livorno, tra 10 e 20 giugno, servono proprio a potenziare il nodo ferroviario di Tombolo, in vista dei massicci movimenti di armamenti da e per Camp Darby, segno ulteriore dell’allargamento dei conflitti internazionali in corso.

Oltre a queste denunce, è importante anche esprimere la solidarietà con i portuali livornesi che stanno battendosi per far rispettare le norme sulla sicurezza sulle banchine, dove transitano mezzi e materiali provenienti da teatri di guerra e di esercitazione, senza nessuna garanzia rispetto ai possibili inquinamenti bio-chimico-radioattivi che possono trasmettere ai lavoratori. E che su questo tema hanno aperto un’interlocuzione importante con l’autorità comunale, che dovrebbe essere presa a modello in altri porti e aeroporti italiani.