Antonio De Lellis
Debito Pubblico italiano e Re-Arm Europe
Dall’unità d’Italia ad oggi il debito pubblico è aumentato molto ed oggi ha superato i 3000 miliardi con un rapporto debito/Pil che attualmente si aggira intorno 135% (Banca d’Italia). Il debito pubblico italiano è uno dei più alti al mondo se paragonato al PIL e al numero di abitanti.
Il debito pubblico pro capite in Italia è attualmente di circa € 46.900. In termini di dollari, questo ammonta a $ 62.667, rendendo l’Italia il terzo paese più indebitato al mondo, dopo il Giappone e gli Stati Uniti.
La storia del debito pubblico italiano è fatta soprattutto di deficit di bilancio che si sommano nei vari anni, creando aumento del debito pubblico, nonostante lunghi periodi recenti di avanzi primari. E questo aspetto, in particolare, dipende dalla spesa per interessi sui titoli del debito pubblico.
I fatti salienti recenti per comprendere l’evoluzione del debito pubblico italiano sono almeno tre: Il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro avvenuta nel 1981; Maastricht e l’istituzione del patto di stabilità (1992-1997); Recessione globale e crisi del debito (2007-2012).
Il divorzio tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro avvenuta nel 1981.
Prima del divorzio la Banca d’Italia interveniva nell’acquisto dei titoli di Stato (Bot, BTp, Cct) stampando moneta.
Con il divorzio la Banca d’Italia non intervenne più alle aste acquistando i titoli invenduti, lasciando quindi spazio alle banche private, agli operatori e agli speculatori finanziari. Nell’immediato gli interessi passivi (sul debito) aumentarono. Sul piano più politico istituzionale il processo decisionale di impostazione del bilancio passò in quegli anni nelle mani delle segreterie dei partiti e questo favorì il trasversale “partito della spesa”, insofferente di fronte ai vincoli imposti dal Sistema Monetario Europeo. (Storia del debito pubblico in Italia, dall’Unità ad oggi – Leonida Tedoldi e Alessandro Volpi – Edizioni Laterza 2021 pp 187-189).
In questo modo aumentava la massa del debito pubblico sul quale applicare i tassi di interesse generando così la crescita degli interessi passivi sul debito. (Cfr. Serafini – Andreatta, Ciampi e il debito pubblico dopo il divorzio, cit., ppp.74-76)
Maastricht e l’istituzione del patto di stabilità
La firma del Trattato di Maastricht (1992) spinse al varo di politiche di stabilità (patto di stabilità 1997) in un contesto in cui si riducevano i trasferimenti di risorse dallo Stato ad esempio verso le imprese statali e l’UE limitava l’autonomia dei governi nazionali. (P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1976-2005) Bollati Boringhieri 2005, pp 307 e sgg.). Il patto di stabilità e crescita (PSC) è un accordo internazionale, stipulato e sottoscritto nel 1997 ad Amsterdam dagli Stati membri dell’Unione europea, inerente al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubbliche.
Recessione globale e crisi del debito
La crisi economica mondiale, dal 2007-2008, innescata originariamente da un eccesso di debito privato negli USA, sfociò poi nei mercati finanziari e di seguito provocò un crollo vertiginoso del commercio mondiale. L’Italia subì la più forte caduta di produzione. In Europa la crisi intaccò la fiducia nei debiti sovrani (debiti pubblici). Un “mutamento epocale”. Il debito pubblico nei paesi della Ue passò da una media del 59% Debito/Pil del 2007 all’82% nel 2010. Quindi la crisi creò effetti devastanti e fece deragliare gli sforzi di riduzione del debito di fronte alla recessione globale. Il bilancio pubblico italiano non fu in grado di contrastare la crisi. Nel 2011 la Bce intervenne in sostegno all’Italia acquistando titoli. Inoltre la differenza tra il contesto italiano e il quadro europeo rimaneva non solo nell’entità del debito, ma soprattutto per la spesa per interessi. Con un livello alto di debito pubblico lo Stato italiano ha sfiorato il fallimento nel 2011. Nel 2012 l’Italia entra nell’austerità. In campo europeo la politica dell’austerità, centrata sul fiscal compact, si basava sulla riduzione del rapporto debito/pil di un ventesimo l’anno fino a raggiungere il 60% e il divieto per il deficit di superare lo 0,5% del Pil. Nel 2015 veniva gradualmente superato il fiscal compact e ci fu il “Quantitative easing” (alleggerimento quantitativo). La Bce acquistò titoli di Stato dalle banche per immettere nuovo denaro e stimolare la crescita economica. Tra il 2016 e il 2018, in Italia l’avanzo primario aumentò, la spesa per interessi si ridusse e così anche il deficit e il debito, seppure in misura modesta. Questo durò fino al 2019. (Storia del debito pubblico in Italia, dall’Unità ad oggi – Leonida Tedoldi e Alessandro Volpi – Edizioni Laterza 2021 pp 254-265)
Ma l’arrivo della pandemia ha peggiorato i conti di tutti i paesi dell’UE e ha dato luogo, per la prima volta, alla emissione di titoli del debito comune europeo per finanziare il Next Generation EU, noto in Italia con il nome di Fondo europeo per la ripresa. Un fondo dal valore di 750 miliardi di euro approvato nel luglio del 2020 dal Consiglio europeo al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Il fondo copre gli anni 2021-2027. In Italia il fondo europeo ha dato luogo al PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) per gli investimenti nel sociale, nelle infrastrutture dei trasporti, per l’economia verde e digitale alfine di modernizzare il paese. Il PNRR, in minima parte a fondo perduto e in gran parte a prestito, potrebbe costare all’Italia un aumento in termini di debito pubblico, ma naturalmente è anche previsto un aumento del Pil.
Successivamente gli scenari di guerra in Europa, con il conflitto russo-ucraino, hanno peggiorato ulteriormente il quadro economico e aumentato il debito pubblico italiano.
Ora in Europa è partito un piano per il riarmo di 800 miliardi di cui 150 con prestiti dell’Ue e la differenza a carico dei singoli paesi, con un aggravio inevitabile sui conti pubblici e sulle previsioni negative del debito pubblico. Gli scenari futuri prevedono un aumento delle spese militari che se elevate al 2% del Pil porteranno il rapporto Debito/Pil a superare il 150% mentre con spese militari al 4% del Pil avremo un rapporto debito/Pil al 180% (dati Il Sole 24 ore).
Il giubileo del debito si attua attraverso scelte politiche, nazionali, europee, globali e comportamenti consapevoli.
A livello europeo la condivisione del debito tra i paesi dell’UE e l’emissione di titoli del debito comuni, per una economia di pace, potrebbe realizzare posti di lavoro nel civile e non nel militare e unificare le politiche fiscali, evitando di esporre i singoli paesi alla speculazione finanziaria.
A livello globale sarebbe utile una nuova architettura finanziaria, come quella che diede stabilità ai paesi ad economia di mercato dalla fine della seconda guerra mondiale e fino al 1973. Tale architettura potrebbe reintrodurre regole per il sistema finanziario e prevedere riduzioni unilaterali o remissioni del debito dei paesi fortemente indebitati ad iniziare da quelli a rischio.
Scelte consapevoli sono quelle che prevedono uno stop al riarmo. L’aumento delle spese militari non porta alla pace globale, non sono un deterrente, ma aumentano il rischio di guerre. Oltre a provocare guerre, morti e distruzione, hanno un basso moltiplicatore economico e generano pochi posti di lavoro rispetto ad investimenti nell’istruzione, nella cura della persona e del territorio. Ogni miliardo investito nella produzione in armi genererebbe 3000 posti di lavoro, la stessa cifra investita nel settore ambientale 10.000 posti di lavoro, nel settore sanità 12.000, mentre nell’istruzione 14.000 posti di lavoro (Greenpeace Rapporto Arming Europe 2024).
“Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo. (Papa Francesco Pasqua 2025)”



