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Il movimento indigeno oggi fra nemici locali e arene globali: il servizio formativo  delle Chiesa in Amazzonia

padre Gianni Manco

Con l’elezione presidenziale di Jair Bolsonaro nel 2018 si è venuto a creare un contesto politico marcatamente ostile ai popoli indigeni: come si evince dalla volontà apertamente espressa dal presidente di arrestare i processi di demarcazione di ulteriori Terre Indigene o dai suoi tentativi di riformarli, trasferendone la responsabilità dal Ministero della Giustizia (da cui dipende la FUNAI) al Ministero dell’Agricoltura spesso impegnato a difendere gli interessi dell’agrobusiness storicamente contrapposti a quelli delle popola zioni indigene. Un settore economico, quest’ultimo, che ha apertamente sostenuto e appoggiato il presidente fascista  sin dalla campagna elettorale. Nell’ambito di questo quadro generale, si ripresentano periodicamente come uno spettro minaccioso i tentativi di reinterpretare le norme costituzionali, perpetrati prevalentemente da avvocati che difendono i differenti attori che nutrono interessi sulle Terre indigene, in nome della teoria del “marco temporal”. Formula che indica un’interpretazione restrittiva dei di ritti costituzionali riconosciuti alle popolazioni native, secondo la quale sarebbe possibile concedere la demarcazione delle Terre solo a quei popoli che vi vivevano alla data del 5 ottobre 1988 quando è stata promulgata la Costituzione. Quest’ultima sancisce che vadano riconosciute come Terre Indigene quelle “tradizionalmente occupate dagli indios” ovvero “abitate da gli indios con carattere permanente, utilizzate per le loro attività produttive, indispensabili per la preservazione delle risorse ambientali necessarie al loro benessere e alla loro riproduzione fisica e culturale, secondo i propri usi, costumi e tradizioni” (Titolo VIII, Cap. VIII, art. 231)  I popoli indigeni, inoltre, detengono l’usufrutto esclusivo sulle loro terre che gestiscono in maniera collettiva, dal momento che su queste non vige un regime di proprietà privata. Nonostante questo, la FUNAI (che conta su presidente e funzionari scelti dal governo Bolsonaro), attraverso l’Instrução Normativa 9 si è recentemente mossa nella direzione di legittimare l’emissione di titoli di proprietà nelle terre indigene a beneficio di privati cittadini, mentre il governo ha proposto progetti di legge che favoriscano lo sfruttamento delle risorse minerarie . Tale tesi, nell’ambito del dibattito ermeneutico-giuridico brasiliano, viene smentita dalla teoria do indigenato alla quale si ispira la Costituzione che nell’articolo dedicato ai popoli indigeni sopracitato definisce e riconosce i diritti territoriali come “originari” nel senso di anteriori alla formazione dello Stato (Marés 1998). In un tale quadro si moltiplicano i casi d’invasione e di sfruttamento illegale delle risorse naturali di questi territori, coerentemente con quanto rimarcato da Henri Acselrad che indica fra le principali cause di conflit ti ambientali in Brasile gli attuali processi di deregolamentazione e indebolimento delle capacità di controllo da parte degli enti e organi pubblici (Oliveira, Siman 2018)13. Per denunciare le responsabilità politiche che hanno innescato tali pro cessi e testimoniarne la gravità, una delegazione di rappresentanti delle popolazioni indigene, nell’autunno 2019, nell’ambito della campagna Sangue indigena: nem uma gota a mais (Sangue indigeno, non una goccia in più), ha percorso 12 Paesi europei: Italia, Città del Vaticano, Germania, Svezia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Belgio, Svizzera, Francia, Regno Unito e Spagna. È stato possibile accompagnare la delegazione nelle tappe italiane iniziali di Roma e Bologna, osservando, da vicino, le pratiche e ascoltando le re toriche riprodotte nel corso di interviste giornalistiche e incontri pubblici. L’Italia è stata inserita nel “tour”, in particolare, per permettere a indigene e indigeni di partecipare al Sinodo dedicato all’Amazzonia indetto da Papa Francesco. Nel 2019 nei primi 9 mesi del governo Bolsonaro, il numero di Terre Indigene in cui si sono verificate invasioni è raddoppiato rispetto all’anno precedente: 153 contro 76 (Cimi 2019).. La struttura organizzativa dell’APIB sembra rappresentare un’architettura efficace per scongiurare i rischi di frammentazione emersi frequentemente nella storia del movimento indigeno. L’organizzazione attraverso figure di coordinamento afferenti alle associazioni che la compongono, in luogo di un rappresentante unico, le sta permettendo di rimanere unita e di agire con efficacia tanto a livello nazionale, quanto nei contesti regionali. La struttura acefala – per usare una terminologia classica per l’antropologia politica – ha evitato l’insorgenza di dinamiche conflittuali interne, frutto di eventuali so spetti di accentramento del potere. Infatti, a livello di organizzazione politica dei singoli popoli, configurazioni caratterizzate da leadership centralizzate, in molti casi sono un lascito di un processo storico nel quale l’influenza delle politiche indigeniste federali ha rivestito un ruolo importante concorrendo alla creazione delle figure di cacique e vice-cacique; cariche che rispondevano alle esigenze governative di amministrare il territorio e di gestire (se non controllare) il rapporto con i singoli popoli. Inoltre, è importante tenere in considerazione le già citate significative differenze fra gruppi, dal punto di vista delle modalità di relazione interetnica oltre che delle traiettorie specifiche delle associazioni su base regionale o etnica sorte nel corso degli anni. Elementi che concorrono a fornire una chiave di lettura per interpretare, da un lato, i motivi per cui forme di associazionismo esogene basate su strutture verticali gerarchizzate abbiano avuto storicamente vita breve subendo una progressiva perdita di legittimazione e rappresentatività, e, dall’altro, le più promettenti prospettive che l’APIB ha di fronte grazie alla sua “articolazione” fra associazioni indigene. Durante la campagna il tema al quale erano dedicati eventi pubblici e interviste ai media era, nella maggior parte dei casi, il processo di deforestazione in Amazzonia, tornata al centro dell’attenzione mediatica internazionale a causa dei roghi che nei mesi precedenti avevano devastato porzioni impor tanti di foresta: nel periodo Gennaio-Agosto 2019, gli incendi sviluppatisi nel Paese erano stati infatti il 71% in più rispetto a quelli relativi allo stesso periodo del 2018 (INPE-Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais 2019). I leader indigeni venivano inizialmente chiamati a intervenire su tale argomento, come si evince dai titoli che erano stati dati alle iniziative: come per l’evento “L’Amazzonia brucia, i popoli indigeni resistono!” che ha avuto per protagonisti una portavoce e 3 rappresentanti dell’APIB e che si è svolto in un’ampia sala dell’ESC centro culturale autogestito. Loro, esordivano dal palco salutando con una parola nella loro lingua materna per poi sviluppare il resto delle loro riflessioni in portoghese anche per permettere la traduzione in italiano. “Incorniciare” i discorsi con termini in lingua indigena all’inizio e alla fine dei propri interventi può essere letto come uno strumento comunicativo simbolico che permette di asserire e confermare la propria identità etnica oltre a riflettere una competenza come bilingual cultural brokers (Graham 2002, p. 213)16. La creatività nel miscelare lingue e registri linguistici che arrivava anche a decostruire e “giocare” con le parole in portoghese dei non indigeni, aveva permesso loro di mantenere viva l’attenzione della platea che aveva gremito la sala e ascoltato in rigoroso silenzio fino al dibattito finale. Alberto Terena, dopo aver specificato che il suo popolo vive nel Mato Grosso do Sul (non appartenente all’Amazzonia Legale) dava il via alla propria testimonianza pubblica con queste parole: “La sofferenza del nostro popolo cambia solo di luogo: è la stessa situazione in tutti i biomi nei quali vivono i popoli indigeni in tutto il Brasile, la sofferenza è la stessa: siamo i popoli originari del nostro Paese e siamo senza la nostra madre terra per la nostra sopravvivenza”. Il Mato Grosso do Sul, nello stesso periodo in cui l’attenzione mediatica globale era rivolta solo agli incendi in Amazzonia, aveva guadagnato in effetti il triste primato di Stato brasiliano che aveva visto l’incremento maggiore nel numero di incendi nel periodo Gennaio-Agosto 2019: addirittura +249% rispetto all’anno precedente (INPE 2019, p. 5). Eliseu Guarani Kaiowá, nel suo intervento, svelava le dinamiche economico-politiche sottostanti a tali processi: nel Mato Grosso do Sul la foresta viene tagliata per essere sostituita da piantagioni di canna da zucchero, di soia o di eucalipto. Gli agrotossici usati in questi campi e permessi dai governi brasiliani negli ultimi anni, stanno inquinando sorgenti e fiumi dall’im portanza vitale per i territori indigeni. L’alto prezzo che questo popolo sta pagando in termini di vite umane nella lotta per difendere le proprie terre è confermato dai dati raccolti dal CIMI (Conselho Indigenista Missionário), visto che dal 2003 al 2014 più della metà degli indigeni uccisi in questi anni in Brasile vivevano nel Mato Grosso do Sul: 377 su 687 (Zelic 2018). Riportando continuamente l’attenzione sul “Sangue indigeno”, tema centrale della loro campagna itinerante di sensibilizzazione, le narrazioni dei le adersi sviluppavano e s’indirizzavano verso una marcata politicizzazione. Lo stesso avviene anche attraverso segni esteriori come i colorati e appariscenti cocar (copricapo piumati) indossati durante gli incontri.  Il bioma amazzonico è compreso all’interno di quella che viene definita Amazônia Legal che comprende gli stati di Acre, Amapá, Amazonas, Pará, Rondônia, Roraima, Tocantins, Mato Grosso. Alcuni paesi comprano prodotti brasiliani, tipo la carne, proprio quelli che noi stiamo bagnando con il nostro sangue, prodotti che stanno sulle tavole oggi in vari Paesi, sono alimenti che anche qui in Europa stanno mangiando e vengono da là proprio dove noi stiamo versando il nostro sangue: la soia, il mais, i bovini. Da almeno trent’anni si discute di degrado ambientale come di deforestazione. Se ne parla nelle scuole, nelle comunità sia territoriali che virtuali, nell’arte e nei documentari, in numerose ricerche e studi scientifici, nelle relazioni di istituzioni internazionali e nelle denunce delle ONG e delle popolazioni locali. Al rapporto tra uomo, natura e individuo, Papa Francesco ha dedicato 192 pagine di un’enciclica, la Laudato si’, tanto appassionata quanto lucida nell’analizzare in profondità le radici e le conseguenze della crisi ecologica che attanaglia il nostro mondo e il no stro tempo, mettendo in guardia dallo strapotere della finanza e dalla debolezza della politica, tracciando allo stesso tempo le linee per promuovere un modello alternativo di sviluppo umano integrale. I problemi sollevati dall’enciclica sono di una tale urgenza e portata storica che risulta difficile comprendere il motivo per cui non siano state ancora prese delle misure e decisioni efficaci, con la determinazione e il senso di responsabilità necessari a scongiurare un peggioramento ulteriore e irreparabile della situa zione. Tali questioni, quasi improrogabili, rimpallano tuttavia tra coscienze e vertici mondiali, tra progressi e rallentamenti, tra momenti in cui tornano al centro dell’interesse comune e altri in cui scompaiono, assorbite dalla cronaca. E dal prevalere del pensiero e della logica economi cistica. La dimensione finanziaria e speculativa sembra essere divenuta la principale preoccupazione e prio di paradigma, tanto auspicato anche dalla Chiesa cattolica. Nel 1995 si tenne la prima Conferenza della Convenzione ONU sul cambiamento climatico (UNFCCC). Ma solo due anni più tardi a Kyoto, dopo dure e in tense trattative, venne siglato il primo storico trattato internazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra. L’impegno restava ristretto ai soli Paesi industria lizzati e prevedeva delle azioni per il periodo 2008 2012. Fin da subito gli Stati Uniti si rifiutarono di ratificare l’atto mentre il Canada uscì dal protocollo nel 2011. Nel 2008 alla Conferenza di Poznan, in Polonia, vennero definiti i primi meccanismi di supporto ai Paesi in via di sviluppo, mentre Nuova Zelanda, Australia, USA e Canada vanificano tutti gli sforzi volti all’introduzione nell’accordo di riferimenti espliciti ai diritti delle popolazioni indigene. Nel 2009 a Copenaghen si cercò senza successo di stabilire nuovi obiettivi e impegni ma l’accordo non fece altro che rimandare le decisioni al 2015. Un notevole successo fu comunque l’introduzione, per la Si è dato per scontato che le tematiche ambientali fossero parte viva di una sensibilità universale, interiorizzate dal l’individuo come valori assoluti. E invece l’immensa contingenza della situazione è passata in secondo piano e i problemi della deforestazione sono stati di volta in volta banalizzati, sminuiti, procrastinati, delegati ad altri, relegati in qualche nicchia o ancora peggio ignorati rità dell’intera questione, alla quale tutto viene subordinato. Si è dato ingenuamente per scontato che le tematiche ambientali fossero parte viva di una sensibilità universale, assimilate e interiorizzate dall’individuo come valori assoluti indipendentemente da posizioni, appartenenze e opinioni di sorta. E invece paradossalmente l’immensa contingenza della situa zione è passata in secondo piano e i problemi della deforestazione sono stati di volta in volta banalizzati, sminuiti, procrastinati, delegati ad altri, relegati in qualche nicchia o ancora peggio ignorati. Infatti, ripercorrendo la storia dei vari accordi e vertici internazionali sul clima, si riscontra come dal 1992, anno cui è stato organizzato il primo storico Summit per la Terra di Rio de Janeiro, ad oggi, anche se nume rosi passi in avanti sono stati fatti, altrettanti sono stati i problemi e le deviazioni. Molti sono gli interessi che hanno contrastato il percorso verso il cambiamento prima volta, della necessità di evitare il superamento della soglia di 2 °C nell’aumento delle temperature del pianeta. Tre anni dopo, a Doha, il protocollo di Kyoto venne esteso fino al 2020 e fu anche approvato l’importante meccanismo risarcitorio del “Loss and Da mage”, secondo cui si stabiliva che le nazioni “ricche” dovessero assumersi l’onere economico dei danni cli matici subiti dai Paesi in via di sviluppo. Nel 2013 a Varsavia venne istituito un meccanismo di contrasto alla deforestazione nei Paesi in via di sviluppo mentre durante la Conferenza di Parigi sul clima (la cosiddetta COP 21 del dicembre 2015), venne siglato un importante patto climatico globale. Tuttavia, nonostante questi lodevoli tentativi di mettere d’accordo i Paesi del mondo e i loro diversi e spesso contrastanti interessi, i progressi che si stanno facendo sono troppo timidi e lenti. A ricordarcelo, tra i vari autori ed esponenti del movimento scientifico. Nella filigrana delle loro azioni si rivede la voglia di riportare al centro della discussione pubblica e dell’agenda politica la necessità di intervenire in maniera decisa e immediata, per evitare conseguenze ne faste per il clima e le popolazioni. Un clima che cambia, una popolazione in aumento, una domanda crescente di cibo ed energia, l’espansione delle aree urbane e molti altri fattori, rappresentano infatti, nel loro complesso, gravi minacce per le risorse naturali e la biodiversità in tutto il mondo, non solo nei Paesi in via di sviluppo. Nonostante gli impegni internazionali e le mobilitazioni collettive, la resistenza dei modelli di sviluppo basati sul mero raggiungimento del profitto a scapito del bene comune e della sostenibilità ambientale sembra tuttavia per durare. Il compromesso tra due volontà sostanzialmente dissonanti, da un lato quella di rispondere con determinazione all’emergenza ambientale e dall’altro quella di perpetuare lo status quo e assicurare il benessere economico e lo stile di vita attuali dei più ricchi, risulta sempre più insufficiente, deludente e rischioso, poiché si traduce di fatto in decisioni vile legate alla protezione della foresta amazzonica. Proprio durante il recente G20 di fine giugno in Giap pone, in risposta ai timori oggettivi espressi da più parti circa l’aumento della deforestazione, Bolsonaro aveva risposto con sfrontatezza, negando l’esistenza di questo processo e minimizzando la rilevanza del l’intero fenomeno, etichettato come effetto di una fantomatica “psicosi ambientale”. Tuttavia, gli stessi dati ufficiali diffusi dall’Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale del Brasile ci dicono ben altro, come già descritto ampiamente in questo dossier. Qui ricordiamo solo che nei primi sei mesi di go verno Bolsonaro sono andati perduti, a causa di incendi e disboscamento illegale, 2.273 km quadrati di foresta, pari a una volta e mezza il territorio della città di São Paulo. Il compromesso tra due volontà dissonanti, da un lato quella di rispondere con determinazione all’emergenza ambientale e dall’altro quella di perpetuare lo status quo e assicurare il benessere economico e lo stile di vita attuali, risulta sempre più insufficiente e rischioso, poiché si traduce in decisioni deboli e remissive, in cui i principi etici e le evidenze scientifiche vengono piegate al volere e ai tornaconti del sistema economico e finanziario deboli e remissive, in cui i principi etici e le evidenze scientifiche vengono piegate al volere e ai tornaconti del sistema economico e finanziario. In questo quadro ambivalente e complesso si inseriscono anche le azioni di contrasto e regolamenta zione/contenimento delle attività di deforestazione. Le azioni di disboscamento, per quanto universalmente riconosciute come determinanti del cambia mento climatico e della perdita della biodiversità, vengono con complice indulgenza tollerate alla luce di interessi economici preponderanti e paure psicologiche intrinseche, come quelle di veder ridotto il proprio potere d’acquisto. Il risultato è che, seppure sia unanime mente accertata ed evidente l’importanza delle foreste per il futuro dell’umanità, le politiche messe in campo dai governi per la loro salvaguardia riflettono la logica e le contraddizioni sopra descritte, quando non vanno addirittura a minimizzare e a ostacolare deliberatamente le ragioni ambientali, a partire dal l’amministrazione USA. In particolare, per quanto riguarda i danni enormi che causa la deforestazione, sono soprattutto i provvedimenti dell’attuale presidente brasiliano a creare apprensione, poiché già in campagna elettorale il suo atteggiamento manifesto è stato di totale insofferenza verso le istanze dei popoli indigeni e della società ci Ma osserviamo anche fenomeni di deviazione e di depistaggio da parte delle istituzioni pubbliche del Paese. L’ex ministro brasiliano dell’ambiente, Edson Duarte, aveva dichiarato che il disboscamento è da attribuirsi in particolare alla «criminalità organizzata che agisce illegalmente in Amazzonia distruggendo le ricchezze naturali del Paese». Tuttavia se questo può es sere in parte vero, sappiamo come la deforestazione illegale si faccia strada con l’avanzare di infrastrutture legali e autorizzate, che penetrano nella foresta “ripu lita” e che la rendono facile preda di allevatori di bestiame e coltivatori di soia. Hanno sollevato l’indignazione di tutta l’opinione pubblica le immagini degli incendi di agosto 2019 nell’Amazzonia brasiliana, alle quali, in aperta pole mica e contrasto con Bolsonaro, hanno fatto seguito l’interruzione dei finanziamenti da parte di Norvegia e Germania al fondo governativo che si occupa di Amazzonia, la minaccia da parte del presidente francese Macron di far deragliare l’accordo di libero scambio MERCOSUR e la richiesta di una convergenza dei leader del G7 nell’aiuto ai Paesi colpiti. Bolsonaro, sommerso dalle critiche, ha inviato l’esercito per spegnere gli incendi e, soprattutto, per calmare un’opinione pubblica finalmente allarmata dalla risonanza data al fenomeno. Ad esempio ad agosto i satelliti della NASA che monitorano gli incendi nella foresta amazzonica hanno descritto una realtà che in parte ridimensionerebbe quanto diffuso precedentemente dall’INPE e solo apparentemente solleverebbe il contestatissimo presidente brasiliano. Tali dati ci inchiodano però a un paradosso tragico. Se in alcune regioni del Brasile i focolai sono addirittura diminuiti, all’inizio di agosto lo stato più esteso del Brasile, Amazonas, ha dichiarato lo stato di emergenza a causa del grande numero di incendi boschivi nella regione. Ma queste controversie sui dati, che in alcuni casi tendono perfino a rassicurare l’opinione pubblica e smentire i detrattori del presidente brasiliano, letti con lucidità e in prospettiva sono, in ogni caso, durissimi e devastanti. Anzitutto ci dicono che la deforestazione continua incessante e non accenna a diminuire. In secondo luogo ci dicono che gli incendi per liberare nuove terre non sono sporadici ma la norma, e che proprio ogni anno durante la stagione secca f ino a novembre il loro numero au menta sensibilmente, mentre poco o niente si fa per contrastarli se non a seguito di uno scandalo mediatico ma senza dei meccanismi automatici. E sono questa continuità e normalità che dovrebbero scandalizza Paesi dell’UE nel favorire la deforestazione, e l’accordo di libero scambio che si sta concretizzando con il MER COSUR non può che aggravare la situazione. Man mano che gli impatti dei cambiamenti climatici e la variabilità climatica diventano sempre più evi denti in molte parti del mondo, il ruolo positivo delle foreste nel contrastare i cambiamenti climatici è stato ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica2. L’Amazzonia è dunque una fondamentale protezione naturale che limita le cause e mitiga gli effetti dei cambiamenti climatici, poiché agisce come una sorta di polmone gigante, in grado di assorbire il carbonio. Inoltre foreste come quelle dell’Amazzonia svolgono un ruolo essenziale nel ridurre le vulnerabilità delle comunità e degli ecosistemi e nel migliorare la loro resilienza ai cambiamenti climatici. Senza affrontare adeguatamente la governance delle foreste e integrare le questioni relative ai cambiamenti climatici nelle poli Per la foresta amazzonica e gli altri grandi biomi del mondo si presenta una sfida strutturale e globale, che ha bisogno di interventi concreti e di un’attenzione co stante dei media, degli attori internazionali e dell’opinione pubblica. Essa non può limitarsi all’emotività passeggera o al solo confronto politico, né all’eccezionalità di una occasionale presa di coscienza re e preoccupare perché cogliendo proprio il recente appello della Conferenza Episcopale Brasiliana, c’è bi sogno di un’azione immediata. Per la foresta amazzonica e gli altri grandi biomi del mondo si presenta una sfida ancora maggiore, strutturale e globale che ha bi sogno di interventi concreti e di un’attenzione co stante dei media, degli attori internazionali e dell’opinione pubblica. Essa non può limitarsi all’emotività passeggera o al solo confronto politico, né tanto me no all’eccezionalità di una occasionale presa di co scienza. Il legname proveniente dall’Amazzonia brasiliana, secondo Greenpeace e altre organizzazioni che si occupano di diritti umani, è spesso legato a violazioni dei diritti dei popoli indigeni, delle comunità locali e delle leggi ambientali del Paese. Un esempio significativo è quello dell’Ipé, uno dei legni più duri e pregiati al mondo, utilizzato come parquet da esterni, prodotto nello stato brasiliano del Pará. Tra marzo 2016 e settembre 2017, undici Paesi dell’Unione Europea hanno importato circa 10 milioni di metri cubi di questo legno provenienti da aree a rischio del Paese, e dove, attraverso la falsificazione dei registri che censiscono le foreste, vengono spesso rilasciate concessioni su stime appositamente gonfiate. Anche in questo caso è palese la responsabilità indiretta deitiche forestali nazionali, la gestione efficace dei boschi non sarà probabilmente mai raggiunta3. Essa diviene dunque essenziale in una visione più ampia di sostenibilità del sistema globale, senza la quale il degrado ambientale e l’accelerazione del cambiamento climatico non possono essere arrestati e contrastati. Fattori più ampi come quelli della sicurezza alimentare, della produttività agricola, della domanda e offerta di energia, dei trasporti e dello sviluppo rurale, sono infatti tutti interconnessi e legati in qualche modo a una gestione sostenibile delle foreste. In questo senso, è cruciale il coordinamento e la cooperazione tra tutti i set tori che in diversa misura incidono sul modo in cui la terra viene utilizzata. A livello complessivo, i cambiamenti climatici comportano gravi rischi per l’ambiente e per la sopravvivenza stessa della specie umana4. In termini economici, le foreste tropicali distrutte ogni anno rappresentano una perdita di capitale forestale del valore di 45 miliardi di dollari. Ma oltre questo tipo di perdita, di struggendo le foreste scompaiono anche i potenziali ricavi e l’occupazione futura che potrebbero derivare dalla loro gestione sostenibile5. Nel dibattito sui processi di deforestazione, spesso si confonde tra cause e agenti, pensando erroneamente che il ruolo e l’atteggiamento dei diversi attori . Le istituzioni preposte alla salvagurdia della foresta amazzonica, come Ibama e Funai, stanno oggi scontando ancora la presenza nei loro posti di comando di fedelissimi di Bolsonaro che lo proteggono e lo spingono a rivedere la propria prassi politica sino a due anni fa improntata al mantenimento dei privilegi per la classe bianca. La Chiesa cattolica attraverso la CEAMA( conferenza episcopale amazzonica), voluta da papa Francesco, e il CIMI( consiglio indigenista missionario) cerca di concettizzare, formare e proteggere i popoli originari nelle loro culture e tradizioni e allo stesso tempo si sforza di offrire un discreto protagonismo ai laici delle differenti etnie che compongono il variegato mondo della foresta amazzonica. Io personalmente spero al rientrare in Brasile di poter contribuire in questo processo integrativo e formativo che esige più democrazia costituzionale dallo Stato del Brasile, ma, in ultima analisi, più centralità a livello internazionale e comunicativo per poter attuare processi di cambiamento glocali. La Chiesa e le chiese giocheranno un ruolo fondamentale nei prossimi anni!