Mail YouTube

Sudan tra guerra feroce e dissoluzione dello Stato

Carla Bellani

La situazione militare

Le forze di supporto rapido RSF di Dagalo controllano gran parte della regione occidentale del Darfur. L’est del Paese, e le regioni settentrionali sono controllati dall’esercito del presidente al Burhan che ha riconquistato e liberato Khartum dalle RSF. Ciò non ha però rallentato la furia della guerra. La massiccia controffensiva con droni, da parte delle RSF, ha colpito centrali elettriche, infrastrutture idriche, ospedali, aeroporti in diverse città. I ripetuti bombardamenti a Port Sudan sul Mar Rosso, punto di arrivo degli aiuti umanitari dell’ONU, ha aggravato la situazione di una popolazione già affamata e sotto le bombe.

Le armi arrivano dall’esterno

Nonostante gli embarghi internazionali, entrambe le parti in conflitto continuano a ricevere armi.  

Ai paramilitari RSF, come documenta l’inchiesta di France 24, sono arrivate armi europee tramite gli Emirati Arabi Uniti. Ed anche armi cinesi, secondo una nuova indagine di Amnesty international. L’esercito sudanese di Al Burhan è armato da Egitto,Turchia e Iran. E’ stato sanzionato dagli Stati Uniti per aver usato armi chimiche nel 2024.

Graduale smantellamento dello Stato centrale 

Alcuni analisti sostengono che in Sudan sia in atto un processo di “somalizzazione”.

Un rapporto dell’Internation Crises Group, dice che la governance del Paese è distribuita tra forze militari, movimenti armati, capi tribali e amministrazioni civili locali, ognuno dei quali rivendica un ruolo dentro il vuoto di potere centrale, visto che gestiscono i servizi, riscuotono le tasse, controllano le frontiere. Un altro fattore disgregante è la formazione di un governo parallelo a quello ufficiale di Khartum, promosso dai paramilitari RSF insieme a forze politiche e civili. Anche l’ingerenza di attori esterni nel teatro di guerra indebolisce la sovranità del Sudan e rischia di allargare il conflitto ai paesi vicini.

E’ ancora possibile un accordo di pace?

Il 17 maggio, in un incontro di alto livello a Bagdad, l’Unione Africana, la Lega Araba e l’ONU si sono detti  pronti a unire i loro sforzi per una risposta coordinata a favore della “sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Sudan” e per impedire il collasso delle istituzioni. Al recente vertice di Riyadh tra Trump e il saudita Mohammed bin Salman, questi ha dichiarato che sosterrà la vecchia piattaforma di Gedda, sponsorizzata da Riyadh e Washington  nel 2023 per porre fine alla crisi in Sudan, ma che è rimasta sulla carta. Fino ad ora però, tutte le sanzioni e gli appelli internazionali per la pace non hanno fermato gli sfollamenti, i crimini di guerra, le fosse comuni, la fame e il colera