Mariella Tapella (rivisto da Lucia e Pio Castagna)
A 45 anni del suo martirio Mons. Romero, canonizzato da Papa Francesco il 14 di ottobre 2018, continua ad essere un faro che illumina l’oscurità del presente.
E’ però molto scomodo, come tutti i veri profeti e come tutti coloro che, seguendo Gesù di Nazareth, hanno unificato nel loro ministero Dio ed il mondo, fede e giustizia, passione per il Dio della Vita e compassione per il povero.
Mons. Romero fu un autentico discepolo missionario della fede cristiana, un umanizzatore della realtà ed un profeta della giustizia. Infatti invitava a riflettere “cerca prima il Regno di Dio e la sua giustizia” Mt 6,33.
San Romero che ha fatto suo il dolore dei crocifissi del suo popolo ed ha versato il suo sangue per loro, denunciando le ingiustizie strutturali a cui erano sottoposti. Ha sempre annunciato il Regno, ha lavorato per la riconciliazione e dato speranza fino a dire “su queste rovine brillerà la gloria di Dio”.
Un vescovo scomodo che ha preso sul serio Gesù di Nazareth; questo Gesù storico che tante volte viene diluito in dogmatismi ellenistici ed in spiritualismi sentimentali e che ha vissuto ed insegnato a seguire Gesù povero, solidale con i poveri, crocifisso con i crocifissi della storia.
Mons. Romero è uno dei simboli più luminosi del cristianesimo liberatore, non solo della Chiesa salvadoregna e latinoamericana, ma di tutte le chiese cristiane.
Anche questo 24 di marzo, a 45 anni dal suo martirio, con spirito ecumenico è stato riconosciuto come santo dei cattolici, degli evangelici e persino degli atei.

Il suo martirio avvenuto il 24 di marzo 1980 per mano di credenti cattolici, non ha spento il suo messaggio, anzi lo ha amplificato. Nonostante ciò, nella sua terra natale, come era successo con Gesù come il Lc. 4,24, il suo messaggio ha incontrato opposizione ed anche rifiuto, perché come recita il poema di un altro profeta dom Pedro Casaldaliga, dedicato a Mons Romero “Le curie non possono capirti, nessuna sinagoga ben strutturata può capire Gesù” e ci chiediamo perché.
Perché, assumere il messaggio di Mons. Romero e metterlo in pratica, implica il calzare i sandali di Gesù (Mt. 10,14) ossia camminare per sentieri stretti e sinuosi, denunciare le ingiustizie strutturali oltre che personali, che generano violenza, l’idolatria della ricchezza che secondo Mons. Romero era il peggior pericolo per il Paese. Tutto ciò é purtroppo presente oggi in modo ancora più preoccupante e non solo in El Salvador ma a livello mondiale.
Oggi però constatiamo che, parte della Chiesa cattolica somiglia più alla religiosità del “Tempio” con fedeli che preferiscono il devozionismo e la ritualità che non implica impegnarsi nella trasformazione della realtà contro il Regno che si vive, rendendosi così complici del sistema ingiusto piuttosto che far proprio il messaggio del Regno di Dio.
Romero ci ricorda: “una Chiesa che non soffre con il suo popolo non è una vera Chiesa di Gesù Cristo”.
In questi momenti difficili che stiamo vivendo a partire dal 2019 a causa del Presidente Bukele che di fatto ostenta un tipo di messianismo che va di moda in questa fase non solo in America Latina e che ha catturato l’immaginario collettivo, promettendo paradisi terreni, deviando così lo sguardo dalle ingiustizie strutturali.
Nonostante ciò, ci sono cristiani impegnati che mantengono viva la fiamma di una fede liberatrice e che hanno imparato da San Romero, sebben la loro voce sia marginale in una società che preferisce soluzioni facili, sostenute anche dalla teologia della prosperità.
Più che mai oggi risuona la voce di Mons Romero: “…non è volontà di Dio che pochi abbiano tutto ed altri non abbiano niente”.
La sua denuncia contro l’accumulazione della ricchezza, il disprezzo dei diritti umani e della Creazione, continua ad essere vigente tanto più adesso con la minaccia dell’attività mineraria proposta dal Presidente incostituzionale che espropria terre a molte famiglie e che danneggerà ancora di più la salute già precaria degli impoveriti.
Di converso c’è da valorizzare la recente dichiarazione della Conferenza Episcopale di El Salvador che condanna l’attività mineraria. Rappresenta una piccola luce di speranza, per quanto però curia, come all’epoca di Romero, è tuttora divisa. Infatti non tutti i presbiteri hanno appoggiato la raccolta di firme per impedirla.
Il ritualismo ed il dogmatismo dominano, impedendo così di lottare contro tutto ciò che è contrario al Regno di Dio, preferendo un Dio intimista, fatto su misura, dimenticando di “amare il tuo prossimo come te stesso” (Mt. 22,39) e che riduce il prossimo all’assistenzialismo dimenticando che tutti siamo figli e figlie del Dio della Vita.
A 45 anni dal martirio di Mons Romero, El Salvador si incontra in un crocicchio che ricorda i fatidici anni ’80: diritti umani violati, una élite opulenta che accumula senza limite, un popolo marginato che ogni giorno di più si vede escluso dal diritto della salute, dell’educazione, della casa, dell’alimentazione e del lavoro e così via.
Oggi più che mai Mons. Romero è un faro luminoso in mezzo alla tormenta. Ci ha insegnato che il Vangelo va storicizzato, non mutilato, ma vissuto sino alle estreme conseguenze e ci ricorda che non è compatibile vivere coerentemente la Parola di Dio, mantenendo una vita comoda.

Nella sua terra San Romero continua ad essere scomodo ed incompreso anche da alcuni membri del potere ecclesiastico. E il profeta che ha detto” il popolo è il mio profeta” Allora l’auspicio consiste che il popolo salvadoregno si alzi in piedi con dignità. Il profeta martire ci motiva a camminare e vivere nella speranza con audacia e con amore alternativi all’odio e alla violenza. Anche Papa Francesco ci ricorda che la speranza è l’antidoto alla paura, al conformismo e alla passività’. San Romero e Papa Francesco calano nella storia la Speranza che mai delude. Dobbiamo essere “Pellegrini di speranza” in questo Giubileo 2025.
Non dobbiamo permettere che ci anestetizzino la coscienza sociale di fronte a tanta morte che pone in pericolo la vita di milioni di persone e della Creazione: sogniamo con un’unica umanità, così come espresso nella Fratelli tutti.
Viviamo questi tempi difficili, in cui sembra impossibile una pace per il popolo martirizzato di Palestina, e di tanti altri popoli incluso quello di El Salvador, con questa speranza speranzata che mai delude.



