di Thierry Meyssan
Il cuore dell’azione del presidente Donald Trump è riformare l’economia occidentale basata sulla “globalizzazione americana”, secondo la quale i componenti di prodotti complessi devono essere fabbricati in più Paesi prima di essere assemblati. Al contrario, Trump intende riportare il maggior numero possibile di fabbriche negli Stati Uniti, così da potervi fabbricare oggetti complessi dalla A alla Z.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la prima guerra commerciale mondiale non oppone Washington a Beijing, ma due diverse forme di capitalismo.
Dopo aver spiegato gli sforzi di Trump contro l’imperialismo americano e contro la burocrazia federale, ora vorrei passare alla sua azione economica, in particolare alla sua concezione dei dazi doganali.
In origine Trump non era un uomo politico ma un imprenditore e come tale ha affrontato il mondo politico degli anni Ottanta. All’epoca pubblicò un’intera pagina di pubblicità su tre grandi quotidiani statunitensi per denunciare lo squilibrio degli scambi tra gli Stati Uniti e la Cina. Vi esprimeva disapprovazione per la globalizzazione americana, che faceva degli Stati Uniti il centro dell’Impero e della Cina la “l’officina del mondo”. È entrato solo più tardi in politica, dapprima a fianco dei Clinton, poi sostenendo il Tea Party, infine conquistando il Partito repubblicano.
Per capire Trump bisogna sempre tener presente il suo percorso: non è né un Democratico né un Repubblicano, ma un jacksoniano [2]. E il suo cavallo di battaglia è, come detto, riportare negli Stati Uniti la produzione dei beni di consumo.
È molto più facile per noi capire i suoi avversari negli Stati Uniti, perché quasi tutti agiscono non in base alle loro esperienze, ma alla loro comune ideologia: l’imperialismo americano.
E dovremmo anche sempre ricordare che gli accademici, in generale, confondono le ideologie economiche, sulle quali dissertano, e l’economia reale, che ignorano.
Quando, diventato presidente federale, Trump annuncia la riforma dell’economia, la sintetizza nella parola d’ordine Make America Great Again (MAGA), ossia fare di nuovo dell’America una grande potenza. Precisa di non voler fare guerre, ma di volerle sostituire con il commercio internazionale, come fece il presidente Andrew Jackson. Quindi non dobbiamo interpretare lo slogan MAGA come volontà di fare dell’America una grande potenza militare, bensì una grande potenza economica. È in questo senso che Trump aspira a restituire all’America la sua grandezza.
Il presidente Jackson non era né liberista né protezionista. Considerava i dazi doganali non un mezzo per proteggere le produzioni statunitensi dai concorrenti internazionali, ma l’unico modo per finanziare lo Stato federale. È esattamente l’obiettivo odierno di Trump: abolire tutte le imposte federali e finanziare la propria amministrazione solo con i dazi doganali. Lascia invece a ogni Stato federato la facoltà di prelevare le imposte che ritiene necessarie.
Chiarita la sua strategia, Trump ha iniziato a organizzare il passaggio dal vecchio al nuovo sistema seguendo il suo metodo, descritto nel suo libro The Art of the Deal: destabilizzare gli interlocutori. Ha perciò esordito annunciando dazi doganali generalizzati e proibitivi, per poi accettare di ridurli al 10% per tre mesi per tutti i Paesi, a eccezione della Cina.
PER CONTINUARE A LEGGERE: https://www.voltairenet.org/article222132.html



