In 24 mesi il conflitto tra esercito e milizie RSF ha provocato la più grave emergenza umanitaria del pianeta e spazzato via ogni speranza di transizione democratica. Intanto nuove milizie armate rischiano di frammentare ulteriormente il paese. Una conferenza internazionale a Londra cerca soluzioni, ma le parti sudanesi restano escluse
Era il 15 aprile di due anni fa quando l’esercito nazionale (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) si scontrarono nelle strade di Khartoum, dando inizio ad un conflitto che ha devastato il Sudan e ha innescato la più grave crisi umanitaria dei nostri giorni. Un conflitto di cui non si intravede ancora la fine.
Fino al giorno prima i due contendenti erano alleati in una giunta militare che aveva destituito, con un colpo di stato, un governo transitorio a guida civile che avrebbe dovuto guidare il paese verso un modello di governance democratica.
Fino a pochi giorni prima la giunta militare, che non era mai riuscita a formare un governo, stava trattando con le forze politiche e la società civile per la formazione di un esecutivo accettabile per il paese.
Gli scontri hanno spazzato via ogni tentativo di uscire dalla crisi politicamente e ancora oggi, a due anni di distanza, la sola voce che arriva dal Sudan è quella delle armi.
Il controcanto è quello dei lamenti della popolazione presa in ostaggio dai due belligeranti e vittima di attacchi indiscriminati alle zone urbane e perfino ai campi profughi.
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