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Il prezzo della pace e della nonviolenza

Savino Pezzotta, Mercoledì 19 marzo 2025

I pacifisti e coloro che cercano di mettersi sui sentieri della nonviolenza non stanno attraversando un momento facile.
Di fronte all’amara realtà della guerra in Ucraina e in Palestina, chi propugna la necessità di un’etica di pace viene accusato di cinismo.
Con queste brevi note cerco di dire perché mi ostino a credere nel potere trasformativo, difensivo e relazionale dell’azione nonviolenta. Non riesco a credere, nonostante venga sostenuta da autorevoli persone e da famosi pubblicisti, possa esistere una “guerra giusta”. La guerra mi ripugna. Desidero la Pace, la fine delle guerre ma non arruolo Trump e Putin nello schieramento della pace. C’è nei loro atti di governo troppa violenza e una volontà di pacificazione funzionale ai loro interessi.

I civili mettono in fuga i carri armati

Nel mio vagabondare nella rete mi è capitato di leggere, su un canale che riportava notizie da Kiev, che: “Diverse dozzine di residenti della piccola città ucraina di Dniprorudne, nel sud del paese, hanno affrontato disarmati una colonna militare russa con carri armati”
Sui social network circolano filmati che mostrano il sindaco e alcuni residenti della cittadina avvicinarsi ai carri armati russi e iniziare a parlare con i loro autisti. Dopo una breve conversazione, i veicoli militari si arrestano e fanno marcia indietro”.
Questo dimostra la possibilità e dell’efficacia della resistenza nonviolenta. Inoltre, anche se le notizie che trapelano sono poche, si sa che di persone che, nonostante i divieti e le minacce di pene detentive, non si scoraggiano dal manifestare pubblicamente contro l’ingiustizia di questa guerra a Mosca, San Pietroburgo e in altre città russe.
Diversi sacerdoti della Chiesa ortodossa russa hanno invitato i loro compatrioti a disobbedire agli ordini e hanno chiesto un cessate il fuoco immediato. Accademici e scienziati russi hanno condannato fermamente l’invasione dell’Ucraina, che viola il diritto internazionale, in una lettera aperta a Putin.
Una giornalista russa durante una trasmissione in diretta sulla televisione di stato ha tenuto un cartello di protesta davanti alla telecamera denunciando la propaganda menzognera del governo russo e chiedendo la fine di questa guerra (“Fermate la guerra. Non credete alla propaganda. Qui stanno mentendo”). La donna ha rischiato molti anni di carcere e peggio.

Quale logica governa la guerra?

La cosa buona di questa società della comunicazione e dei social media è che è possibile conoscere, propagandare e diffondere tali azioni e non lasciarle affogare nel tumulto della guerra e nel rumore della retorica politica. Tutti noi possiamo partecipare alla lotta nonviolenta contro la guerra diffondendo notizie e pensieri di pace. Dobbiamo diventare la classica goccia d’acqua che perfora la roccia.

Ciononostante, la logica militare domina l’attuale discorso pubblico e politico dei media.

L’immediatezza con cui l’Unione Europea ha predisposto un piano di riarmo suscita molti interrogativi e avrà ricadute economicamente devastanti e dimostra chiaramente quanto sia radicata l’idea che la pace si possa conquistare con le armi, le uccisioni e distruzioni.
Mi ha profondamente turbato la spudoratezza con cui si parla dell’inutilità di un impegno di pace e il rilancio del l’idea di “guerra giusta”.
Discorsi in tal senso li ho uditi, purtroppo, pronunciare anche da uomini di chiesa e da accademici. Nel frattempo, i corsi azionari delle aziende produttrici di armi sono alle stelle e anche i produttori italiani di sistemi antiaerei, veicoli corazzati, droni e munizioni possono aspettarsi un aumento significativo degli ordini dall’estero. Si pensa di rilanciare la nostra economia con investimenti nelle armi. Faccio solo notare che, se si compra una pistola è perché si pensa di usarla.
Qual è il significato delle storie richiamate all’inizio di questa nota?
Sono solo fenomeni marginali attivi in un conflitto che può essere risolto solo con mezzi militari? O sono esemplari per le possibilità alternative e piuttosto promettenti per la popolazione di entrambe le parti in guerra e per il mondo occidentale di opporsi a un aggressore bellicoso?

I successi dell’azione nonviolenta

Il filosofo, politologo e saggista statunitense americano Gene Sharp, ricercatore e studioso sulla nonviolenza e la disobbedienza civile era convinto di quest’ultima ipotesi, non per ragioni ideologiche, ma come risultato di una ricerca, sulle dinamiche e l’efficacia dei movimenti di resistenza in situazioni di guerra, durata tutta la vita. Attraverso una molteplicità di studi e analisi, storicamente autentificati, è pervenuto a individuare non meno di 198 metodi di resistenza nonviolenta: proteste nonviolente, non cooperazione sociale, boicottaggi economici, azioni di sciopero, non cooperazione politica e interventi nonviolenti.
Possiamo affermare che non è più possibile ignorare che la nonviolenza funziona, ci molti studi che analizzano le diverse centinaia di movimenti di protesta e che concludono che i movimenti nonviolenti hanno il doppio delle probabilità di raggiungere i loro obiettivi – cioè, la fine di un’occupazione, l’indipendenza di un territorio, il superamento di un potere dittatoriale, la messa in discussione di oligarchie politiche ed economiche – rispetto alle rivolte violente. Se durante l’Ottocento e il Novecento il cambiamento era individuato nella rivoluzione violenta, oggi lo si deve individuare nelle azioni nonviolente.
Sono proprio i movimenti di massa non violenti e motivati dai civili a scuotere i “pilastri del potere” che sostengono l’autorità dei governi in guerra. Non solo le democrazie, ma anche le autocrazie e le dittature dipendono dalla partecipazione e dalla lealtà della popolazione.
Cercano di garantirsi questo attraverso la repressione, le minacce di violenza e la dipendenza economica, la menzogna, ma rimangono estremamente suscettibili alla disgregazione.
La mancata cooperazione, le proteste e gli interventi, il boicottaggio, la non cooperazione, la disobbedienza civile, l’informazione alternativa e l’assunzione di rischi e il sacrificio degli attori civili, minano la credibilità di coloro che sono al potere e indeboliscono la loro posizione a lungo termine.
Nel paventare la possibilità di essere aggredita, l’Unione Europea ha proposto una strategia di riarmo un piano che viene presentato anche in Italia come risposta realista alla necessità di sicurezza e lo si appoggia sulle armi, ma si ignorano i risultati della ricerca empirica sulle strategie nonviolente che oggi potrebbero anche essere supportate dalle nuove tecnologie, così come sono impiegate per uccidere potrebbe essere impiegate per una difesa e resistenza civile.

Il campo delle possibilità per la pace

Mi rendo conto che questo approccio è spesso ridicolizzato come poco realista, come frutto di una visione ingenua o addirittura cinica e passiva.
No, affatto.
Non si tratta di stare a gurdare, ma di impegnarsi a fondo contro ogni aggressione. Non c’è un’alternativa tra l’uccidere e l’inazione, c’è sempre una terza possibilità che consiste nel porsi tra gli aggrediti e gli aggressori, rinunciando alla violenza. Non sposiamo affatto una sorta di pia neutralità o di quietismo per allontanarci dai conflitti politici e sociali ma vuole si immergersi fino in fondo. La costruzione della pace ha dei costi anche per i suoi sostenitori la resistenza civile nonviolenta non è gratis.

Il prezzo della guerra lo pagano i più deboli

Quanto sia dubbia l’idea di mettere il sigillo della giustizia sulle iniziative militari, anche in questo caso, lo si evince già dalle numerose storie di disertori russi. Suggeriscono una diminuzione della lealtà per Putin nel suo stesso esercito e sollevano la questione di chi cadrà effettivamente vittima di una guerra difensiva ucraina. Soldati di una potenza mondiale vengono spinti al fronte anche contro la loro volontà. Combattenti che, sotto l’influenza di campagne mirate di propaganda e disinformazione, si sono recati in Ucraina per “espellere i nazisti”, “salvare la popolazione russa in Ucraina dal genocidio”, “per svolgere una mera azione speciale.
E, naturalmente, molti membri dell’esercito ucraino che, con l’aiuto di attrezzature occidentali, sono stati in grado di difendersi dagli aggressori, ma sono stati anche coinvolti in una guerra prolungata che ha fatto sempre più vittime da entrambe le parti.
In ogni caso, dovrebbe essere chiaro a tutti noi che le menti del Cremlino saranno le ultime a pagare un prezzo personale per la guerra in Ucraina. Prima di allora, vengono sepolte file di soldati ucraini e russi che mancano molto ai loro genitori, fratelli o figli.

Esaurire tutti i mezzi non violenti

Non voglio rassegnarmi al pensiero che tutti i mezzi di intervento non violento sono inutili. Come costantemente mi si ripete. Per me è assolutamente chiaro che c’è una differenza fondamentale tra l’impegno personale per una non-violenza coerente e l’imposizione della rinuncia alla violenza sugli altri.
Ci è stato detto e insegnato, fin da bambino, che bisogna essere pronti a porgere l’altra guancia, ora non posso pensare che questa sia una falsità sentimentale, proprio per questo mi debbo sempre chiedere quali possibilità esistano ancora per me come cittadino italiano e per noi come partecipanti a un’Europa democratica per prevenire ulteriori escalation militari e per esercitare un’influenza a favore della pace.
Non possiamo arrenderci alla logica bellicista che tende a sminuire l’impegno per la pace come inutile, Credo che il merito epocale degli attuali pacifisti sia quello di tenere viva l’idea della pace e del non uccidere e quello di concentrare l’attenzione sull’ampia gamma di interventi nonviolenti disponibili e dimostrabilmente promettenti.
Al contrario, lo slancio militare cui assistiamo in questi giorni tende a lasciare dietro di sé scenari non in grado di rispondere alla crisi innescata dalle guerre e dal massacro del popolo palestinese. La disponibilità di mezzi militari, l’equipaggiamento bellico miliardario che anche e soprattutto gli Stati europei di diritto democratico vogliono mettere “in piedi” e ci costringe a pensare alla guerra come uno strumento inevitabile. E tende ad impiantare una democrazia militarizzata. La “spesa per la difesa” del 2% del PIL richiesta dai membri della NATO dovrebbe essere utilizzata in modo molto più sostenibile nella promozione della costruzione della pace civile, nella formazione strategica delle popolazioni democratiche alla difesa non violenta e nel sostegno concreto alla democrazia ucraina e all’ipotesi di due stati in Palestina e a smorzare i vari conflitti presenti nel mondo.
Se come si afferma per giustificare il riamo si tratta davvero di una lotta ideologica tra il potere autocratico e i valori democratici, allora si dovrebbe dimostrare che il popolo ha voce in capitolo nelle società occidentali.