Carla Bellani
In Darfur, regione occidentale del Sudan controllata dalle forze di supporto rapido (RSF) del generale Dagalo ed epicentro della guerra in atto, lo scorso 22 febbraio è nato un governo autonomo in contrapposizione al governo centrale del Paese. Vi fanno parte anche formazioni civili e politiche vicine alle forze RSF insieme alle quali hanno sottoscritto la Carta politica del nuovo governo del Darfur, promettendo di portare pace e unità al Paese. Una promessa ormai rituale per tutti gli attori della guerra sudanese, sempre contraddetta dai fatti.
Secondo le Nazioni Unite e gli Stati Uniti, la formazione di un governo autonomo in Darfur può innescare “un’escalation della guerra”, oltre che portare il Paese a una secessione. Anche l’Arabia Saudita, l’Egitto e altri Paesi arabi e africani ritengono che sia un’inziativa pericolosa.
Da parte sua, il rivale di Dagalo, al-Burhan, presidente del Sudan e capo dell’esercito sudanese (SAF), ha risposto modificando la Costituzione rafforzando il potere dell’esercito centrale e ha dichiarato che, una volta riconquistato il palazzo presidenziale di Khartum, darà vita a un governo tecnocratico per portare la pace e ricostruire il paese. Proprio in questi giorni, dopo scontri durissimi e tanti morti civili, l’esercito di al-Burhan ha respinto le RSF da Khartum che è stata così liberata. Che passi farà adesso?
La guerra intanto continua, anzi, si fa sempre più crudele: violenze e sfollamenti sono in aumento in tutto il Paese, specialmente in Darfur. Una recente indagine del The Guardian, basata su immagini satellitari, ha scoperto a 70 Km da Khartum, una rete di centri di detenzione e torture gestiti dai paramilitari RSF con fosse comuni di decine di migliaia di morti, anche bambini.
Dentro questo quadro drammatico, la Coalizione civile sudanese SMOUD (Resilienza) dell’ex primo ministro Abdallah Hamdok, ritenendo impossibile una soluzione militare al conflitto, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e all’Unione africana di spingere i capi militari a un cessate il fuoco immediato e di avviare l’iter per un governo civile e democratico, basato su un sistema federale, con un esercito nazionale unico, lontano dalla politica e dall’economia.
Intanto la crisi umanitaria, secondo le Nazioni Unite, è a un punto di non ritorno e c’è una grave carenza di fondi per gli aiuti. Se l’anno scorso i donatori hanno fornito 1,8 miliardi di dollari assistendo almeno 15,6 milioni di persone, quest’anno sono necessari 4,2 miliardi di dollari, ma è pervenuto solo il 6% dei finanziamenti richiesti.
*Un dettagliato aggiornamento della situazione è al link Sudan, la guerra dimenticata (Speciale TG1)



