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LA FORZA DELLA NONVIOLENZA

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, il seguente contributo che ci aiuta a riflettere sui difficili tempi che stiamo vivendo:

LA FORZA DELLA NONVIOLENZA

(di Savino Pezzotta – punto pace Pax Christi di Bergamo)

L’aggressione militare russa contro l’Ucraina ha scatenato e diffuso in Europa il timore delle aggressioni , un timore accentuato anche dai propositi di Trump di sottrarsi al ruolo di protettore militare dell’Europa, spingendo gli stati europei a interrogarsi sulla necessità di un apparato di difesa militare , anche se ancora esistono dubbi se fare un esercito unico oppure rafforzare come sembra stiano facendo Gran Bretagna e Francia le due nazioni europea che posseggono un potenziale nucleare. Sono convinto che i pacifisti non possono estraniarsi da questo dibattito.

Il riferimento alla resistenza nonviolenta sembra perdere di attualità e relegato nelle buone e impossibili idee. Eppure, anche nelle recenti e moderne strategie militari la resistenza civile non armata viene considerata utile e strategica. Nella resistenza non armata si sono sperimentate diverse forme di azione: le persone si fermano dietro i posti di blocco di fronte a una colonna di carri armati e impediscono loro di proseguire. Tra i soldati che guidano e sono sui mezzi subentra una forte incertezza e non sanno come affrontare la situazione. Gli aggressori sono disarmati e si rivoltano contro gli aggressori intonando canti e in particolare l’inno nazionale. Poco dopo, i soldati ricevono l’ordine di ritirarsi. Scene come questa sono note da numerosi conflitti militari.

Esistevano anche in Ucraina, soprattutto nei primi mesi della guerra di aggressione russa, ad esempio nella città di Kherson. La gente ha unito le forze per opporsi pubblicamente agli occupanti e ostacolare la loro avanzata. I cartelli stradali sono stati smantellati o disallineati per fuorviare le truppe che avanzavano, le strade di accesso sono state bloccate e sono state organizzate manifestazioni di protesta. In alcuni luoghi, queste azioni hanno avuto successo e hanno portato a un ritardo nell’avanzata russa. Ma la crescente repressione delle truppe russe indebolì presto la resistenza civile. Nell’Ucraina orientale, gli attivisti sono stati rapiti dagli occupanti russi e la protesta aperta ha dovuto essere sostituita da forme di resistenza più segrete: atti di sabotaggio, documentazione di crimini di guerra o azioni di hacker. I successi della resistenza civile in Ucraina sono difficili da valutare, e in ogni caso un ampio movimento di massa non è stato in grado di stabilirsi.

Gli ucraini hanno esperienza con la resistenza non violenta attraverso la rivoluzione arancione nel 2004 e le proteste di Maidan nel 2014, e in un sondaggio rappresentativo condotto dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev nel 2015, oltre il 25% ha dichiarato la resistenza civile come reazione preferita in caso di attacco alla propria città e alla sua occupazione.

Resistere in modo non violento: un’illusione ingenua? Sembrerebbe che la guerra contro l’aggressione all’Ucraina fornirebbe quindi la prova che cercare di combattere un’aggressione belligerante con mezzi di resistenza non violenta, non è possibile? E che l’unica risposta ragionevole è quella dell’uso della forza armata? Credo che questa sia l’opinione più diffusa tra la gente in Italia e in Europa, ci troviamo di fronte a uno scetticismo sociale che sta rafforzando le idee belliciste nelle scelte politiche dei vari governi. Chiunque, sostenga la resistenza civile come alternativa alla difesa militare contro le aggressioni deve aspettarsi forti reazioni e tanta ironia. E con determinazione bisogna dare per scontato che anche in ambienti riformisti e di progresso umanitaria si faccia largo la convinzione che la resistenza civile contro i regimi autoritari che non conoscono scrupoli morali e sono quindi disposti a usare qualsiasi mezzo e che hanno anche un adeguato apparato di sorveglianza e sicurezza non ha alcuna possibilità.

Eppure, nonostante queste contrarietà credo che l’idea di una resistenza nonviolenta come parte della difesa totale non possa essere abbandonata. Rafforza questa mia convinzione lo rintraccio in un concetto strategico-militare che gli Stati Uniti hanno sviluppato insieme alla Svezia e agli Stati baltici e che, secondo fonti statunitensi, viene utilizzato con successo anche in Ucraina. Si tratta del “Resistance Operating Concept (ROC)”, progettato nel 2019 da Otto C. Fiala per lo U.S. Special Operations Command Europe (SOCEUR). Fiala sviluppa una strategia di “difesa totale” in cui i mezzi di difesa nonviolenta giocano un ruolo importante: “La volontà di una nazione di prepararsi a resistere a un occupante straniero, se necessario, attraverso metodi forti e attivi, passivi e nonviolenti può essere parte di una strategia di deterrenza nazionale, come lo è nel concetto generale di Difesa Totale. I metodi nonviolenti sono solo una componente della strategia, insieme ai mezzi militari, ma hanno il loro significato. Nella strategia richiamata vengono distinti quattro modalità di intervento nonviolento:

• Dispositivi che attirano l’attenzione: Misure che hanno principalmente lo scopo di generare l’attenzione pubblica contro l’aggressore, come manifestazioni, marce di massa e la creazione di simboli pubblici di resistenza.

• Mancata collaborazione: Misure di non cooperazione con la potenza occupante come scioperi, sabotaggi, boicottaggi, cattivo lavoro deliberato.

• Disobbedienza civile: Misure di disobbedienza civile con deliberata violazione delle leggi come il rifiuto di pagare le tasse, lo svolgimento di assemblee non autorizzate, la pubblicazione di contenuti vietati

• Attivismo cibernetico: Misure per interrompere la comunicazione Internet dell’aggressore, come sit-in virtuali, attacchi via e-mail, hacking web o diffusione di virus informatici. Lo scopo della difesa civile è quello di impedire l’instaurazione di un governo da parte dell’occupante, di indebolire il morale del regime nemico (comprese le forze di sicurezza), di rubare il tempo e le risorse dell’aggressore e di impedire qualsiasi forma di sostegno popolare al regime imposto.

Combinazione di difesa civile e militare Il concetto operativo di resistenza è già in uso negli Stati baltici. Nel maggio 2022, ad esempio, il parlamento lituano ha adottato una strategia del Ministero della Difesa per preparare la popolazione all’esercizio della resistenza civile in caso di difesa. In Italia si resta ancora strettamente ancorati all’azione militare armata, quando sarebbe utile e forse necessaria una pianificazione strategica della difesa e della resistenza non armata, senza mescolare i due piani perché non funziona da deterrente morale confondere le azioni di guerriglia con quelle di resistenza nonviolenta, poiché in tal caso anche i civili possono diventare oggetto di azione militari.

La difesa nonviolenta non dovrebbe nemmeno essere assegnata al ministero della Difesa ma a quello della Protezione civile che dovrebbe, mantenere le funzioni statali e governative, prendersi cura della popolazione e affrontare i flussi di rifugiati e le lesioni di massa. A mio parere la protezione civile a cui ancorare la resistenza non violenta nella difesa contro l’aggressione, mentendo una separazione strutturale dalla difesa militare e in caso di occupazione del territorio non ci deve essere difesa militare, ma solo la possibilità di misure non militari e di resistenza non violenta, che dovrebbero essere inserito nel l’idea di protezione civile. In che modo la protezione civile può avere successo?

” La disobbedienza civile è una tecnica potente, ma per essere efficace deve essere esercitata da un gran numero di persone. Per questo motivo è importante radicare in tempo utile le conoscenze e le pratiche della protezione civile nella popolazione: quando si verifica un caso di difesa, tutti dovrebbero sapere come comportarsi e quali regole si applicano e sarebbe necessario ancorare la difesa nonviolenta a livello comunale, ad esempio in coordinamento con le misure di controllo delle catastrofi: attraverso corsi di formazione, manuali, giochi di simulazione, ecc. che tengano conto anche delle rispettive condizioni regionali – perché in una grande città la resistenza civile deve inevitabilmente essere organizzata in modo diverso rispetto alla campagna. Se è vero che missili e i droni in arrivo potrebbero essere respinti militarmente, è altrettanto vero contro una situazione di occupazione da parte di un aggressore, la resistenza civile appare come il mezzo più sensato.