Carla Bellani
Iniziata nel 2023, la guerra in Sudan è una lotta di potere tra due generali: Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Forze Rapide di Supporto (RSF), entrambi responsabili di efferati crimini e della catastrofe umanitaria del paese.
Non è però solo una guerra interna, ma una battaglia per il controllo di risorse, rotte commerciali e influenza politica, essendo il Sudan un paese strategico dal punto di vista geopolitico, economico e militare; chi lo controlla può influenzare le rotte marittime tra Europa, Medio Oriente e Asia e mettere mano alle sue enormi risorse naturali: oro, petrolio, minerali. Sono potenzialità e ricchezze così ambite da spingere, purtroppo, tanti Stati a inserirsi nella guerra per perseguire interessi specifici attraverso il sostegno ai due belligeranti.
Gli Emirati Arabi attratti dalle miniere d’oro del Darfur, controllate dal generale Dagalo, lo supportano militarmente. Invece, l’Iran, per contrastare l’influenza degli Emirati e per aumentare la sua influenza nella regione del Mar Rosso, fornisce droni all’esercito sudanese (SAF) di al-Burhan.
L’Arabia Saudita, in competizione con gli Emirati per il controllo del Mar Rosso, tiene un ruolo di mediatore tra le parti in lotta; ma dietro le quinte è vicina al SAF, e ricambia l’aiuto ricevuto dai mercenari sudanesi contro i ribelli Huti dello Yemen.
La Russia sta con entrambi i generali sudanesi. Ha stretto un accordo con al-Burhan (SAF) per costruire una base militare navale sul Mar Rosso, ma nello stesso tempo le milizie russe Wagner forniscono armi a Dagalo (RSF).
Gli Stati Uniti, ufficialmente neutrali, mirano a bloccare l’influenza russa e iraniana nell’area.
Tra gli Stati africani: Egitto ed Eritrea sono schierate con l’esercito sudanese (SAF).
Invece, l’Etiopia che ha un contenzioso con l’ Egitto per la costruzione della diga GERD, sta con Dagalo (RSF); così pure la Repubblica Centroafricana e il Ciad da cui transitano le armi degli Emirati Arabi destinate alle truppe RSF.
Secondo un rapporto di Amnesty International del 2024, anche Serbia, Turchia e Yemen inviano armi in violazione dell’embargo imposto dall’ONU per la regione occidentale del Darfur.
Questo intenso flusso di armi, insieme al groviglio di interessi economici, commerciali e strategici che avvolgono il Sudan, rendono certamente complicato porre fine a una guerra brutale che dilania il Paese e massacra la sua popolazione da quasi due anni.



