Norberto Julini, Coordinatore Nazionale
Ha avuto successo la nuova tappa di Fari di Pace a Trieste , dopo le iniziative di Genova, La Spezia, Napoli, Bari e Ravenna. Eravamo in tanti nella sala “Luttazzi” messa a disposizione dal comune. Abbiamo anzitutto accolto la staffetta della Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza rappresentata da due donne cilene ed abbiamo ascoltato il saluto di Raphael De La Rubia promotore della stessa. Autorevoli ed informati relatori hanno svolto i loro interventi nel merito di cosa significa accendere un faro di pace nell’area giuliana in un contesto più ampio di convivenza pacifica.

Sono poche le aree italiane che possono vantare una geografia così favorevole: apertura sul mare, vicinanza alla pianura e al retroterra montuoso, prossimità ai confini politici di altri Paesi.
Da Trieste e dal suo porto si esportano grandi quantità di armi.
Nell’anno record 2022 ha esportato armi leggere e munizioni leggere/pesanti per 174 M €, il 12% del totale nazionale, al 3° posto tra le province italiane (ma si tenga conto che Istat oscura i dati di province come La Spezia e Cagliari). Destinazione principale Qatar.
Tra i principali produttori nel settore difesa, hanno sede o stabilimenti nella provincia di Trieste:
– Fincantieri ha la sede centrale storica a Trieste, dove ha sede anche la controllata Fincantieri Sistemi Integrati, controlla un cantiere a Monfalcone (il più grande del gruppo, 1.700 dipendenti più 6.800 operai stranieri qualificati). NEXT Ingegneria dei Sistemi ha un ufficio a Grado;
– alcune spin-off che operano nell’Area science park di Padriciano.
Nella provincia di Gorizia dove si trova il porto di Monfalcone operano fra gli altri :
– le aziende del gruppo Goriziane, tutte operanti a Villesse, per manutenzione dei mezzi blindati dell’esercito, di recente coinvolte dal caso dei Leopard italiani dismessi, comprati dalla RUAG svizzera, da questa promessi alla Germania e poi bloccati quando venne resa nota la destinazione ucraina;
– lo stabilimento Leonardo di Ronchi dei Legionari (prossimo all’aeroporto internazionale), dove si costruiscono i grandi droni Falco (venduti anche al Pakistan) e i simulatori di volo per l’addestramento dei piloti e del personale operativo;
In generale la proposta dei Fari di pace si propone di contrastare affermazioni rese da dirigenti del comparto industriale bellico secondo i quali “siamo in un’economia di guerra ed ora la priorità è la difesa».
Affermazioni che danno per scontato ciò che non è, se non per interessata propaganda , mentre sono certi i sacrifici ed i rischi cui si espone la nostra democrazia con una sconsiderata crescita della spesa militare a tutto danno di beni comuni come scuola, sanità , lavoro stabile ed equamente retribuito su cui si fonda la nostra Costituzione repubblicana.
Don Paolo Iannacone, direttore del Centro Balducci di Zugliano ha parlato dell’ecclesialità dell’iniziativa sulla base della “Pacem in Terris”.
Carlo Tombola , presidente di Weapon watch,dopo aver ricordato l’obiezione di coscienza dei portuali genovesi che si rifiutarono di caricare armamenti destinati all’Arabia Saudita in guerra con lo Yemen , ha svolto il tema “Guerra e logistica dei porti dell’Adriatico”.
Purtroppo il portavoce del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova , Josè Nivoi , iniziatore dell’obiezione al caricamento armi era assente per ragioni di salute.
Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova dei Focolarini Italia, ha illustrato la sfida di un laboratorio per la riconversione industriale da bellica a civile.
Antonio Pittelli , sindacalista , ha svolto considerazioni sul ruolo dei lavoratori per un futuro di pace.
Hanno preso la parola rappresentanti della Capitaneria di Porto e dell’Autorità Portuale di Trieste e Monfalcone , interloquendo con i relatori.

Ha concluso il Vescovo di Trieste Enrico Trevisi commentando la lettera indirizzata all’Autorità portuale che lo vede come primo firmatario, nella quale si legge : ….”In tale contesto, appare importante che i valori e le motivazioni che hanno portato l’Italia ad approvare la legge 185/1990, che prevede che tutti i transiti di armi nei porti italiani siano comunicati pubblicamente, non vengano disattesi con la proposta di modifica presentata in Parlamento.
Chiediamo innanzi tutto che sia comunque rispettata la lettera della legge 185/1990, che regola l’export degli armamenti, in particolare all’articolo 6; e che sia rispettata la lettera del Trattato internazionale sul commercio delle armi, in particolare agli articoli 6 e 7, nei punti dove prescrivono che le diverse autorità che hanno, nel concreto, poteri di controllo sull’entrata e sull’uscita delle merci e sul transito delle stesse nei porti, non devono consentire il transito di armamenti di cui si possa presumere l’impiego in conflitti che violino gravemente i diritti umani, o in cui si possano commettere crimini di guerra e genocidi.
Chiediamo inoltre che il dialogo comporti la discussione intorno ai rischi che le navi cariche di armi e munizioni rappresentano al loro arrivo e sosta in porto, dal punto di vista della sicurezza dei lavoratori in banchina e della cittadinanza residente nelle aree vicine al porto. Va peraltro apprezzato il fatto che l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, per il Porto di Trieste, disponga di un dispositivo congiunto con la Capitaneria di Porto che impone limitazioni e specifici controlli su imbarchi, sbarchi, trasbordi e transiti di armi nonché il divieto di sbarco, imbarco o trasbordo di esplosivi.” Alla firma del Vescovo si sono aggiunte quelle di Pax Christi, Weapon Watch, Focolari Italia, Azione Cattolica, Agesci , Caritas , Acli, UCIIM, Sant’Egidio, Centro Balducci, Articolo 21



