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Sinodo in cammino 

Sergio Paronetto

Il testo del documento conclusivo sinodale, emanato in ottobre 2024 in occasione della prima Assemblea sinodale della Chiesa italiana di novembre, è lunghissimo.  Riporto alcuni paragrafi su pace e disarmo, giustizia e cura del creato, dialogo e convivialità che interessano direttamente il nostro movimento e tanti diversamente credenti, da cui trarre proposte operative e itinerari concreti di pace anche in vista del congresso di Pax Christi che si terrà nell’aprile 2025 in quasi concomitanza con la seconda Assemblea sinodale della Chiesa italiana.

 2. Contemplando il Risorto, ricordiamo che «siamo stati battezzati nella sua morte» (Rm 6,3). Abbiamo scorto i segni delle Sue ferite, trasfigurate da una nuova vita, ma incise per sempre nella Sua umanità. Queste ferite continuano a sanguinare nel corpo di tanti fratelli e sorelle, anche a causa delle nostre colpe. Lo sguardo sul Signore non allontana dai drammi della storia, ma apre gli occhi per riconoscere la sofferenza che ci circonda e ci penetra: i volti dei bambini terrorizzati dalla guerra, il pianto delle madri, i sogni infranti di tanti giovani, i profughi che affrontano viaggi terribili, le vittime dei cambiamenti climatici e delle ingiustizie sociali. Le loro sofferenze sono risuonate in mezzo a noi non solo attraverso i mezzi di comunicazione, ma anche nella voce di molti, personalmente coinvolti con le loro famiglie e i loro popoli in questi tragici eventi. Nei giorni in cui siamo stati riuniti in Assemblea, tante, troppe guerre hanno continuato a provocare morte e distruzione, desidero di vendetta e smarrimento delle coscienze. Ci uniamo ai ripetuti appelli di papa Francesco per la pace, condannando la logica della violenza, dell’odio, della vendetta e impegnandoci a promuovere quella del dialogo, della fratellanza e della riconciliazione. Una pace autentica e durevole è possibile e insieme possiamo costruirla. «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1) sono state ancora una volta le gioie e le tristezze di tutti noi, discepoli di Cristo.

5. L’intero cammino sinodale, radicato nella Tradizione della Chiesa, si è svolto nella luce del magistero conciliare. Il Concilio Vaticano II è stato, infatti, come un seme gettato nel campo del mondo e della Chiesa. La vita quotidiana dei credenti, l’esperienza delle Chiese in ogni popolo e cultura, le molteplici testimonianze di santità, la riflessione dei teologi sono stati il terreno in cui esso è germogliato e cresciuto. Il Sinodo 2021-2024 continua ad attingere all’energia di quel seme e a svilupparne le potenzialità. Il cammino sinodale sta infatti mettendo in atto ciò che il Concilio ha insegnato sulla Chiesa come Mistero e Popolo di Dio, chiamato alla santità attraverso una continua conversione che viene dall’ascolto del Vangelo. In questo senso costituisce un vero atto di ulteriore recezione del Concilio, ne prolunga l’ispirazione e ne rilancia per il mondo di oggi la forza profetica.

6. Non ci nascondiamo di aver sperimentato in noi fatiche, resistenze al cambiamento e la tentazione di far prevalere le nostre idee sull’ascolto della Parola di Dio e sulla pratica del discernimento. Eppure, la misericordia di Dio, Padre tenerissimo, ci consente ogni volta di purificare i cuori e di proseguire il cammino. Lo abbiamo riconosciuto iniziando la Seconda Sessione con una Veglia penitenziale, in cui abbiamo chiesto perdono dei nostri peccati, provandone vergogna, e innalzato la nostra intercessione per le vittime dei mali del mondo. Abbiamo chiamato per nome i nostri peccati: contro la pace, contro la creazione, i popoli indigeni, i migranti, i minori, le donne, i poveri, l’ascolto, la comunione. Questo ci ha fatto comprendere che la sinodalità esige pentimento e conversione. Nella celebrazione del sacramento della misericordia di Dio facciamo l’esperienza di essere incondizionatamente amati: la durezza dei cuori è vinta e ci si apre alla comunione. Per questo vogliamo essere una Chiesa misericordiosa, capace di condividere con tutti il perdono e la riconciliazione che vengono da Dio: pura grazia di cui non siamo padroni, ma solo testimoni.

19. «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri» (EG 197), gli emarginati e gli esclusi, e perciò anche in quello della Chiesa. In loro la comunità cristiana incontra il volto e la carne di Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). L’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica. I poveri hanno una conoscenza diretta del Cristo sofferente (cfr. EG 198) che li rende annunciatori di una salvezza ricevuta in dono e testimoni della gioia del Vangelo. La Chiesa è chiamata a essere povera con i poveri, che sono spesso la maggioranza dei Fedeli e ad ascoltarli, imparando insieme a riconoscere i carismi che essi ricevono dallo Spirito, e a considerarli soggetti dell’evangelizzazione.

20. «La luce delle genti è Cristo» (LG 1) e questa luce risplende sul volto della Chiesa, pur segnata dalla fragilità della condizione umana e dalla opacità del peccato. Essa riceve da Cristo il dono e la responsabilità di essere il lievito efficace dei legami, delle relazioni e della fraternità della famiglia umana (cfr. AG 2-4), testimoniando nel mondo il senso e la meta del suo cammino (cfr. GS3 e 42). Assume oggi questa responsabilità in un tempo dominato dalla crisi della partecipazione – cioè del sentirsi parte e attori di un destino comune – e da una concezione individualista della felicità e della salvezza. La sua vocazione e il suo servizio profetico (cfr. LG 12) consistono nel testimoniare il progetto di Dio di unire a sé tutta l’umanità nella libertà e nella comunione. La Chiesa, che è «il Regno di Cristo già misteriosamente presente» (LG 3) e «di questo Regno costituisce sulla terra il germe e l’inizio» (LG 5), cammina perciò insieme a tutta l’umanità, impegnandosi con tutte le sue forze per la dignità umana, il bene comune, la giustizia e la pace, e «anela al Regno perfetto» (LG 5), quando Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28).

47. Praticato con umiltà, lo stile sinodale può rendere la Chiesa una voce profetica nel mondo di oggi. «La Chiesa sinodale è come uno stendardo innalzato tra le nazioni (cfr. Is 11,12)» (Francesco, Discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015). Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo. Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune.

52. L’esigenza di conversione nelle relazioni riguarda inequivocabilmente quelle tra uomini e donne. Il dinamismo relazionale è iscritto nella nostra condizione di creature. La differenza sessuale costituisce la base della relazionalità umana. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Nel progetto di Dio questa differenza originaria non comporta disuguaglianza tra uomo e donna. Nella nuova creazione, essa viene riletta alla luce della dignità del Battesimo: «quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,27-28). Come cristiani siamo chiamati ad accogliere e rispettare, nei diversi modi e nei diversi contesti in cui si esprime, questa differenza che è dono di Dio e fonte di vita. Diamo testimonianza al Vangelo quando cerchiamo di vivere relazioni che rispettano l’uguale dignità e la reciprocità tra uomini e donne. Le ricorrenti espressioni di dolore e sofferenza da parte di donne di ogni regione e continente, sia laiche sia consacrate, durante il processo sinodale, rivelano quanto spesso non riusciamo a farlo.

53. La chiamata al rinnovamento delle relazioni nel Signore Gesù risuona nella pluralità dei contesti in cui i Suoi discepoli vivono e realizzano la missione della Chiesa. Ciascuno di questi contesti ha peculiari ricchezze di cui è indispensabile tenere conto, legate al pluralismo delle culture. Tutti però, pur con modalità diverse, portano i segni di logiche relazionali distorte e talvolta opposte a quelle del Vangelo. Lungo la storia, le chiusure relazionali si sono solidificate in vere e proprie strutture di peccato (cfr. SRS 36), che influenzano il modo in cui le persone pensano e agiscono. In particolare, generano blocchi e paure, che abbiamo bisogno di guardare in faccia e attraversare per poterci incamminare sulla strada della conversione relazionale.

54. Trovano radice in questa dinamica i mali che affliggono il nostro mondo, a partire dalle guerre e dai conflitti armati, e dall’illusione che una pace giusta si possa ottenere con la forza delle armi. Altrettanto letale è la convinzione che tutto il creato, perfino le persone, possa essere sfruttato a piacimento per ricavarne profitto. Ne sono conseguenza le molte e diverse barriere che dividono le persone, anche nelle comunità cristiane, e limitano le possibilità di alcuni rispetto a quelle di cui godono altri: le disuguaglianze tra uomini e donne, il razzismo, la divisione in caste, la discriminazione delle persone con disabilità, la violazione dei diritti delle minoranze di ogni genere, la mancata disponibilità ad accogliere i migranti. Anche la relazione con la terra, nostra sorella e madre (cfr. LS 1), porta i segni di una frattura che mette a repentaglio la vita di innumerevoli comunità, in particolare nelle regioni più impoverite, se non di interi popoli e forse dell’umanità tutta. La chiusura più radicale e drammatica è quella nei confronti della stessa vita umana, che conduce allo scarto dei bambini, fin dal grembo materno, e degli anziani.

55. Tanti mali che affliggono il nostro mondo si manifestano anche nella Chiesa. La crisi degli abusi, nelle sue diverse e tragiche manifestazioni, ha portato sofferenze indicibili e spesso durature alle vittime e ai sopravvissuti, e alle loro comunità. La Chiesa deve ascoltare con particolare attenzione e sensibilità la voce delle vittime e dei sopravvissuti agli abusi sessuali, spirituali, economici, istituzionali, di potere e di coscienza da parte di membri del clero o di persone con incarichi ecclesiali. L’ascolto è un elemento fondamentale del cammino verso la guarigione, il pentimento, la giustizia e la riconciliazione. In un’epoca che conosce una crisi globale di fiducia e incoraggia le persone a vivere nella diffidenza e nel sospetto, la Chiesa deve riconoscere le proprie mancanze, chiedere umilmente perdono, prendersi cura delle vittime, darsi strumenti di prevenzione e sforzarsi di ricostruire la fiducia reciproca nel Signore.

56. L’ascolto di chi patisce esclusione ed emarginazione rafforza la consapevolezza della Chiesa che fa parte della sua missione farsi carico del peso di queste relazioni ferite perché il Signore, il Vivente, le risani. Solo così essa può essere «come il sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Al tempo stesso, l’apertura al mondo permette di scoprire che in ogni angolo del pianeta, in ogni cultura e in ogni gruppo umano, lo Spirito ha sparso i semi del Vangelo. Essi portano frutto nella capacità di vivere relazioni sane, di coltivare la fiducia reciproca e il perdono, di vincere la paura del diverso e dare vita a comunità accoglienti, di promuovere un’economia attenta alle persone e al pianeta, di riconciliarsi dopo un conflitto. La storia ci consegna un retaggio di conflitti motivati anche in nome dell’appartenenza religiosa, minando la credibilità delle religioni stesse. Fonte di sofferenza è lo scandalo della divisione tra comunioni cristiane, l’inimicizia tra fratelli e sorelle che hanno ricevuto lo stesso Battesimo. La rinnovata esperienza di slancio ecumenico che accompagna il cammino sinodale, uno dei segni della conversione relazionale, apre alla speranza.

121. La Chiesa, a livello locale e nella sua unità cattolica, si propone come una rete di relazioni attraverso cui circola ed è promossa la profezia della cultura dell’incontro, della giustizia sociale, dell’inclusione dei gruppi marginali, della fraternità tra i popoli, della cura della casa comune. L’esercizio concreto di questa profezia chiede che i beni di ogni Chiesa siano condivisi in spirito di solidarietà, senza paternalismo e assistenzialismo, nel rispetto delle diverse identità e nella promozione di una sana reciprocità, con l’impegno – dove necessario – a curare le ferite della memoria e a intraprendere cammini di riconciliazione. Lo scambio di doni e la condivisione delle risorse tra Chiese locali di diverse regioni favoriscono l’unità della Chiesa, creando legami tra le comunità cristiane coinvolte. Occorre mettere a fuoco le condizioni da garantire perché i Presbiteri che vengono in aiuto alle Chiese povere di clero non siano solo un rimedio funzionale, ma una risorsa per la crescita della Chiesa che li invia e di quella che li riceve. Analogamente occorre operare perché gli aiuti economici non degenerino in assistenzialismo, ma promuovano solidarietà evangelica e siano gestiti in modo trasparente e affidabile.

122. Lo scambio dei doni ha un significato cruciale anche nel cammino verso la piena e visibile unità tra tutte le Chiese e Comunioni cristiane e, del resto, rappresenta un segno efficace di quell’unità, nella fede e nell’amore di Cristo, che promuove la credibilità e l’incidenza della missione cristiana (cfr. Gv 17,21). San Giovanni Paolo II ha applicato questa espressione al dialogo ecumenico: «Il dialogo non è soltanto uno scambio di idee. In qualche modo esso è sempre uno “scambio di doni”» (UUS 28). È stato nell’impegno a incarnare l’unico Vangelo nella diversità dei contesti culturali, delle circostanze storiche e delle sfide sociali che le diverse tradizioni cristiane, in ascolto della Parola di Dio e della voce dello Spirito Santo, hanno generato nel corso dei secoli frutti copiosi di santità, di carità, di spiritualità, di teologia, di solidarietà a livello sociale e culturale. È venuto il momento di fare tesoro di queste preziose ricchezze: con generosità, con sincerità, senza pregiudizi, con gratitudine al Signore, con apertura reciproca, facendone dono gli uni agli altri senza presumere che siano nostra esclusiva proprietà. Anche l’esempio dei santi e testimoni della fede di altre Chiese e Comunioni cristiane è un dono che possiamo ricevere, inserendo la loro memoria nel nostro calendario liturgico, in particolare per i martiri.

123. Nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmed Al-Tayyeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, si dichiara la volontà di «adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Non si tratta di un’aspirazione velleitaria o di un aspetto opzionale nel cammino del Popolo di Dio nell’oggi della storia. Su questa strada una Chiesa sinodale s’impegna a camminare, nei diversi luoghi in cui vive, con i credenti di altre religioni e con le persone di altre convinzioni, condividendo gratuitamente la gioia del Vangelo e accogliendo con gratitudine i loro rispettivi doni: per costruire insieme, da fratelli e sorelle tutti, in spirito di mutuo scambio e aiuto (cfr. GS 40), la giustizia, la fraternità, la pace e il dialogo interreligioso. In alcune regioni, piccole comunità di vicinato, in cui le persone si incontrano a prescindere dall’appartenenza religiosa, offrono un ambiente propizio per un triplice dialogo: della vita, dell’azione e della preghiera.

151. Anche i temi della dottrina sociale della Chiesa, dell’impegno per la pace e la giustizia, della cura della casa comune e del dialogo interculturale e interreligioso devono conoscere maggiore diffusione nel Popolo di Dio, perché l’azione dei discepoli missionari incida nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno. L’impegno per la difesa della vita e dei diritti della persona, per il giusto ordinamento della società, per la dignità del lavoro, per un’economia equa e solidale, per l’ecologia integrale fanno parte della missione evangelizzatrice che la Chiesa è chiamata a vivere e incarnare nella storia.

Un banchetto per tutti i popoli

152. Il racconto della pesca miracolosa termina con un banchetto. Il Risorto ha chiesto ai discepoli di obbedire alla sua parola, di gettare le reti e tirarle a riva; è Lui però che prepara la mensa e invita a mangiare. Ci sono pani e pesci per tutti, come quando li aveva moltiplicati per la folla affamata. C’è soprattutto lo stupore e l’incanto della Sua presenza, così chiara e lucente da non richiedere domande. Mangiando con i Suoi, dopo che lo avevano abbandonato e rinnegato, il Risorto apre di nuovo lo spazio della comunione e imprime per sempre nei discepoli il marchio di una misericordia che spalanca al futuro. Per questo, i testimoni della Pasqua si qualificheranno così: «noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10,41).

153. Nei banchetti del Risorto trova compimento l’immagine del profeta Isaia che ha ispirato il lavoro dell’Assemblea sinodale: una mensa sovrabbondante e prelibata preparata dal Signore sulla cima del monte, simbolo di convivialità e di comunione, destinata a tutti i popoli (cfr. Is 25,6-8). La tavola che il Signore prepara ai Suoi dopo la Pasqua è il segno che il banchetto escatologico è già iniziato. Anche se solo in cielo avrà la sua pienezza, la mensa della grazia e della misericordia è già imbandita per tutti e la Chiesa ha la missione di portare questo splendido annuncio in un mondo che cambia. Mentre si nutre nell’Eucaristia del Corpo e del Sangue del Signore, sa di non poter dimenticare i poveri, gli ultimi, gli esclusi, coloro che non conoscono l’amore e sono privi di speranza, né coloro che non credono in Dio o non si riconoscono in nessuna religione istituita. Li porta al Signore nella preghiera per poi uscire a incontrarli, con la creatività e l’audacia che lo Spirito ispira. Così la sinodalità della Chiesa diventa profezia sociale, ispira nuovi cammini anche per la politica e per l’economia, collabora con tutti coloro che credono nella fraternità e nella pace in uno scambio di doni con il mondo.

154. Vivendo il processo sinodale abbiamo preso nuova coscienza che la salvezza da ricevere e da annunciare passa attraverso le relazioni. La si vive e la si testimonia insieme. La storia ci appare segnata tragicamente dalla guerra, dalla rivalità per il potere, da mille ingiustizie e sopraffazioni. Sappiamo però che lo Spirito ha posto nel cuore di ogni essere umano il desiderio di rapporti autentici e di legami veri. La stessa creazione parla di unità e di condivisione, di varietà e intreccio tra diverse forme di vita. Tutto viene dall’armonia e tende all’armonia, anche quando soffre la ferita devastante del male. Il significato ultimo della sinodalità è la testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, Armonia di amore che si effonde fuori di sé per donarsi al mondo. Camminando in stile sinodale, nell’intreccio delle nostre vocazioni, carismi e ministeri, e, andando incontro a tutti per portare la gioia del Vangelo, possiamo vivere la comunione che salva: con Dio, con l’umanità intera e con tutta la creazione. Inizieremo allora già adesso a sperimentare, grazie alla condivisione, il banchetto di vita che Dio offre a tutti i popoli