Savino Pezzotta
Stiamo assistendo a una normalizzazione della Guerra e questo succede attraverso i diversi processi informativi. In ogni ora del giorno attraverso i mass-media o se navighiamo attraverso la rete ci imbattiamo in resoconti, cronache e notizie che ci narrano della guerra.
Le guerre hanno molte caratteristiche che vengono classicamente definite come fattori di cronaca. Le guerre sono molto negative, ma possono essere narrate in forme moto diverse, sia in termini negativi mettendo l’accento sulle morti, le distruzioni, i ferimenti, ma anche come fatti di cronaca e perciò depotenziati da ogni tragicità, cioè, raccontate sulla base di valutazioni e descrizioni diverse, e con un’alta qualità visiva, ma come semplici resoconti di fatti.
Quello che mi sta preoccupando è che l’attuale massa di informazioni che si pretende neutrale e cronachistica sta sdrammatizzando l’immagine della guerra rendendola un fatto della nostra quotidianità: siamo tutti certamente dispiaciuti per i morti, i feriti, i mutilati , i bambini uccisi e le distruzioni , ma il presentarcele in continuazione depotenzia l’aspetto drammatico rendendoli fatti di cronaca che si inseriscono nella nostra quotidianità sottraendoli al giudizio morale depotenziandone ogni riferimento etico.
Nessuno può dire che le guerre sono eventi che non hanno conseguenze molto forti e che letteralmente pongono, al di là di ogni nostro ragionamento politico, questioni reali e concrete di vita o di morte.
La guerra deve rimanere una sfida etico-normativa molto speciale e non finire nella banalità del quotidiano.
La banalità del male ci ha insegnato Hanna Arendt è quanto di più perverso possa esistere perché si sottrae al giudizio etico. Siamo pertanto obbligati a generare una incursione che drammatizzi o per meglio dire renda concreta la guerra e ne evidenzi in ogni momento il male profondo che rappresenta.
Mai come in questi tempi questo male ha in sé la potenzialità di annientare la vita umana sul nostro pianeta. Per questo mi turbano le proposte di riprendere la produzione di energia tramite il nucleare che oggi viene evocata (anche dal nostro Presidente de Consiglio), come mezzo per affrontare la questione del riscaldamento globale. La produzione di energia tramite la tecnica nucleare non è ancora sicura e ancora non è chiaro dove si potranno eliminare le scorie radioattive. Nel frattempo, abbiamo in pieno vigore il nucleare militare che come una moderna spada di Damocle pesa sull’umanità
La guerra attraverso la cronaca è diventata un fatto quasi normale e quotidiano nella nostra vita e questo le sta togliendo molto della sua drammaticità. È importante sottolineare che tutti gli effetti mediatici che si possono usare, compresi quelli relativi alla segnalazione dei conflitti, non sono assoluti, ma solo condizionali. In altre parole, l’influenza dipende molto dall’atteggiamento predefinito e dall’opinione politica del lettore, dell’ascoltatore, del pubblico. Anche su quanto attentamente vengono consumati i contenuti multimediali e quanto i consumatori sono coinvolti nel tema del conflitto o della guerra.
È importante prestare attenzione a questa situazione e non credere che i media operino una sorta di manipolazione che certamente esiste, ma oggi siamo oltre la manipolazione. Ciononostante, si può dire che i media influenzano ciò che sappiamo sui conflitti. Influiscono anche sullo svolgimento dei conflitti che consideriamo urgenti e rilevanti. Questo è un punto molto importante. Se si guarda alla nostra agenda mediatica, si vedono principalmente il conflitto in Medio Oriente e la guerra in Ucraina. Altri conflitti, come in Africa, sono poco visibili, il che non significa che non esistano o siano meno drammatici, ma vengono ignorati.
In pratica tutti noi veniamo in maniera indiretta inglobati in una visione bellicista e siamo automaticamente e deterministicamente portati a pensare che solo attraverso una vittoria militare è possibile iniziare un percorso di pace. Si sta radicando in maniere conscia e inconscia un idea militare e guerresca della Pace , ovvero che la pace può essere solo il risultato di una vittoria militare di uno dei contendendoti sul campo.
Ci stiamo scordando che l’informazione, utile e necessaria sui conflitti, non solo informa ma genera un’ influenza e porta inconsciamente a schierarsi con chi vediamo e interpretiamo come buono o cattivo, con chi ha ragione o torto e a definire a priori quali scenari futuri o scenari di soluzione per i conflitti consideriamo possibili e desiderabili.
Il conflitto in Ucraina, soprattutto dal punto di vista dell’impatto sull’opinione pubblica dipende molto da quanto le persone sono disposte ad accettare l’idea che sia utile e necessario combattere o spendere risorse per garantire la libertà e la sicurezza dell’ Ucraina più che ricercare una soluzione diplomatica. Il conflitto in Medio Oriente, d’altra parte, è un esempio molto complicato, perché stiamo assistendo a un forte sviluppo di notizie che sono state molto critiche nei confronti di Hamas e filo-Israele subito dopo il 7 ottobre, e che stanno lentamente cambiando la loro posizione nel tempo, anche a seguito della violenta reazione di Israele che ha calpestato ogni ragione umanitaria e che persegue l’annientamento del popolo palestinese. Non so se possiamo parlare di genocidio seguirei in questo caso l’invito di Papa Francesco a verificare se questo termine non sia il più appropriato per descrivere la situazione.
Le immagini come parte della guerra
Le guerre producono brutte immagini e le testimonianze di queste catastrofi che ogni giorno giungono nelle nostre case dovrebbero rafforzare il ripudio della guerra come comportamento personale utilizzando ogni mezzo per avanzare una netta contrarietà ai processi di riarmo e ammodernamento in corso. Sono convinto che la normalizzazione dell’idea della guerra esiga una risposta istituzionale attraverso la creazione di una difesa non violenta. Mi rendo conto che non è facile; il problema è di non renderla impossibile.
La strada da percorrere a mio parere è quella di preparare e organizzare una resistenza alla cultura bellicista che sta soffiando in tutta Europa. Si tratta di far crescere il ripudio della guerra a livello popolare facendolo diventare una forma comune di pensiero e di prassi difensiva.
La speranza è ancora nella diplomazia, ma anche nella reazione popolare
Va quindi, praticato costantemente il parlare degli uni con gli altri contro la guerra e la sua razionalizzazione.
È importante scegliere attentamente le parole, discutere le diverse opzioni di azione e individuare la soluzione migliore per entrambe le parti. Determinare dopo due anni di guerra una pace giusta non è certamente facile. Ciononostante, cerco di rimanere ottimista. Perché parlare crea connessioni, le connessioni creano margine di manovra, il margine di manovra crea prospettive completamente nuove.



