Mail YouTube

Laboratorio politico a Camaldoli: Per uscire dalla guerra, partire dalla speranza e non dalla paura

Antonio De Lellis

Si è svolto a Camaldoli dall’11 al 13 ottobre un laboratorio politico residenziale dal titolo “Per uscire dalla guerra, partire dalla speranza e non dalla paura” organizzato dal Centro studi economico sociale per la pace e dall’associazione Amici di Le Monde Diplomatique”.

Nella splendida cornice del Monastero, luogo millenario di incontro, di dialogo culturale e religioso, Paolo Cacciari, Stefano Risso, Francesca De Tullio, Emilce Cuda, Alberto Bobbio, Giancarlo Rossi, Pino Cosentino, Aldo Soldi e Alessandro Guida hanno animato il dibattito, insieme ad una trentina di persone, di aree culturali apparentemente lontane, ma unite da un anelito di pace, provenienti per lo più da Pax Christi e Attac.

Perchè Camaldoli 2024?

Perchè i luoghi e i tempi del nostro agire determinano il nostro modo di essere al mondo. Spesso non abbiamo luoghi o non abbiamo tempo. Ecco perché trovarci in un luogo per darci il tempo, può essere un modo per non sentirci soli e impauriti, ma per generare una speranza ed una fiducia personale e collettiva. Il metodo di lavoro e riflessione consiste nel mettere in comune esperienze, conoscenze, riflessioni, in un tempo disteso, in un ambiente sereno e di conciliazione. L’obiettivo è quello di connettere ambiti diversi per generare possibilmente azioni e riflessioni non settoriali. La conoscenza e la connessione possono generare elaborazioni originali ed inedite. Con attivisti, pensatori, operatori, accademici che si interrogano e non si rassegnano alla perdita e alla distruzione di un patrimonio di conquiste sociali, culturali, politiche, filosofiche e pedagogiche. Si è cercato di trovare gli strumenti per incidere e cambiare la direzione che sembra ineluttabile verso la guerra che è già in atto.

Abbiamo esordito ricordando le parole di Sigmund Freud il quale, nel libro “Perchè la guerra”, epistolario con Albert Einstein, sottolinea l’insopportabilità della guerra e l’importanza di ogni processo di civilizzazione come antidoto alla guerra e costruttore di pace. Dice Enzo Bianchi che la la fede, è “l’arte del vivere incompiuto” e la speranza ha due figli, come ci ricorda Agostino: l’indignazione e il coraggio di cambiare le cose.

Con questi auspici abbiamo condiviso le nostre angosce per il momento presente e le nostre speranze.

La questione ucraina e palestinese

Abbiamo iniziato i lavori affrontando la questione ucraina e palestinese e mettendo in evidenza come sia possibile leggerle all’interno delle guerre capitalistiche.

Il sistema guerra si alimenta di un preesistente conflitto tra Nato e Russia, che sin dagli anni ‘90 ha visto fasi alterne, come Kosovo, Libia e poi Bucarest, il cui vertice, nel 2008, si propose di estendere i piani di azione della Nato anche all’Ucraina, ma proprio Italia, Francia, Germania dissero di no.

Se il deterioramento della pace globale esiste, certo lo si deve al sistema economico attuale. Dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989, si impose un solo modello economico, quello neoliberista guidato dall’occidente caratterizzato dalla globalizzazione e dalla competizione internazionale. Ma quest’ultima è stata vinta da altri paesi non appartenenti alla sfera di influenza occidentale.

Inoltre il processo di concentrazione ha inciso profondamente. Le Corporation controllano sempre di più le altre società quotate. In cima a questa gerarchia si collocano poche imprese che controllano circa l’80% delle S.p.A. Questo soprattutto a partire dal 2007/2008.

Il meccanismo di concentrazione determina conflittualità.

Il quadro è tale per cui il processo che passa tra il tentativo di integrazione commerciale, da una parte, e il protezionismo dall’altra, determina conflittualità con accumulo di spese militari. La polarizzazione è tra coloro che hanno un surplus commerciale, con posizioni nette positive con l’estero, e coloro che hanno posizione di deficit di bilancia commerciale. Fino a quando l’eccedenza di liquidità serviva per acquistare i titoli di Stato del debito estero dei paesi debitori, problemi non ci sono stati. Ma quando l’eccesso di liquidità è stato utilizzato per acquisti di pacchetti azionari e in primis in settori biotecnologici che dettano le traiettorie future, la situazione è cambiata radicalmente. I dazi, le tariffe e le sanzioni sono state applicate nei confronti dei paesi creditori che acquisivano pacchetti azionari di società dei paesi debitori. Queste modalità sanzionatorie mettono in moto meccanismi molto forti di distanziamento dal processo di integrazione. Ci troviamo dinanzi a una globalizzazione/protezionismo unilaterale che produce conflitti. La guerra Ucraina è una risposta imperialistica dinanzi a questa guerra finanziaria, preceduta anche da sanzioni commerciali. Certo la difesa dell’Ucraina non è in discussione, ma da cosa deve difendersi? Dal sistema neoliberista che dal 2014 si è imposto con prestiti interessati provenienti dal FMI, Usa, UE realizzando una privatizzazione dei beni comuni, un aumento del costo della vita, una drastica riduzione delle tutele del lavoro, il tutto peggiorato dall’avvicinamento alla Nato?

È difficile dare credito alle affermazioni degli Stati Uniti di sostenere l’autodeterminazione e la libertà dell’Ucraina, mentre hanno fornito decenni di sostegno essenziale a Israele per la sua occupazione dei territori arabi.

Mentre il conflitto israelo-palestinese è un conflitto quotidiano intensificato oggi dall’odio e dalla paura, ma non solo. Questa non è semplicemente una lotta diretta tra due popoli sovrani. Si tratta, invece, dell’ultima guerra coloniale dell’età moderna, combattuta per stabilire l’egemonia e i diritti assoluti di un popolo sull’altro, come espressi nella legge “Stato nazionale del popolo ebraico” del 2018. Nonostante l’indiscutibile legame dell’ebraismo e del popolo ebraico con la Terra Santa, per i palestinesi questa è una lotta anticoloniale. In comune questi due conflitti armati hanno la posta in gioco che è la difesa di un ordine mondiale a danno di intere popolazioni: Occidente e resto del mondo si confrontano nel tentativo di imporre una supremazia economica, ormai persa dall’Occidente, utilizzando la propria residua supremazia militare.

Il Ripudio della guerra, quale nuovo paradigma della politica.           

Separatismi e fascismi in Europa.

Il mancato raggiungimento del consenso sui temi delle guerre, in particolare quella russo-ucraina, può esprimere una normale e legittima diversità di opinione; ma può anche diventare, caricandosi progressivamente di forti significati appartenenti a differenti ambiti del pensiero (giuridici, storici, filosofici, etici, ecc…), una polemica sempre più aspra e lacerante. Questo in un momento in cui serve al massimo grado il pensiero altermondialista, per le sue analisi, per la spinta alle lotte sociali, per la sua pluralistica libertà di pensiero, ma ancor di più per la sua tradizionale capacità di instaurare un dialogo franco e rispettoso sul piano umano. Importante innovazione di cultura politica, in un continente come il nostro che è stato abituato a vedere nello scontro politico la imitazione (o la prova generale) della guerra guerreggiata. È importante notare che ogni conflitto si svolge tra due o più contendenti in un ambiente dove esistono dei “terzi” più o meno neutrali. Ciascuno di essi avrà “interessi” e “ragioni” proprie e specifiche, argomentate e giustificate sulla base di ulteriori tradizioni culturali o varianti di esse. Le diverse posizioni sulle questioni scottanti delle guerre posso confrontarsi civilmente, in particolare sui temi dell’invio di armi all’Ucraina, sanzioni alla Russia e crescente collaborazione tra NATO e Ucraina. Credo che questa sia una potenzialità da non sottovalutare. Costruiamo dei momenti di incontro sul tema della guerra russo-ucraina che è, inutile negarlo, il tema più controverso. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di andare più a fondo: di esplicitare le fondamenta culturali che hanno costruito, per gradi, le diverse culture politiche che in frangenti altamente drammatici, come le guerre, mostrano diversità e divergenze. Sintetizzando, l’obiettivo non deve essere quello di propagandare una posizione o l’altra, ma, comprenderne il percorso di formazione, permettendone così la coesistenza e la collaborazione all’interno di progetti comuni su altri temi. Sicuramente occorre sfuggire alla trappola di contrapporre alla pesante delegittimazione di una posizione imposta dal mainstream, una gratificante e futile delegittimazione dal basso dell’opposta posizione. La neutralità, meglio sarebbe le neutralità perché sono plurali sia nella pluralità dei soggetti e delle loro ragioni come nelle loro diverse modalità di svolgersi in concreto, non è una postura “da castrati”, bensì un grande spazio di manovra politica per opere concretamente anche nei confronti di quell’attività terribile, ma comunque totalmente politica, che è la Guerra. Ovviamente ciò vale tanto per gli stati quanto per tutti gli altri soggetti che hanno un ruolo politico, grande o piccolo che sia. Insomma per capire e per agire, occorre evitare sempre di sottostare al diktat del tertium non datur. la realtà è sempre più complessa di qualunque modello astratto che si pretende omnicomprensivo.

Quale posizione assumere e quali cambiamenti sostanziali fare per avviare processi di pace? Recuperare la fondamentale postura della terzietà che non è neutralità intesa come equa distanza, ma possibilità di tornare dalla guerra alla politica recuperando un livello superiore che sia foriero di percorsi di pace nella giustizia.

“Per un sistema glocale orientato al bene comune, finalizzato alla cura e alla riproduzione sociale”. 

Ma occorre una visione o più visioni. E’ qui ci viene in aiuto quella dei beni comuni e della cura come espressione dell’attività dei movimenti sociali negli ultimi vent’anni. Ricordiamo il percorso dell’acqua bene comune e della società della cura che potrebbe essere vissuta come vera rivoluzione culturale.

Decrescita, nuovo nome della pace.

Quindi “capitale è guerra”. La guerra è consustanziale all’economia di mercato. La ricerca dei “vantaggi competitivi” (vedi i rapporti di Draghi e di Letta, ascolta Ursula e Giorgia … ascolta chiunque sia messo a capo di qualche potere) è diventata il culto della religione della crescita economica. La competizione come principio universale delle relazioni sociali, per l’egemonia e il predominio economico conduce inevitabilmente al confronto militare e all’uso delle armi. Il mito liberale di stampo illuministico (Voltaire, Montesquieu, Kant… fino a Keynes e agli Economisti per la pace), secondo cui il “libero commercio” avrebbe pacificato i popoli, ha avuto un apparente momento di conferma dopo la caduta della cortina di ferro, quando ci veniva detto che la liberalizzazione dei mercati e dei capitali (neoliberalismo) avrebbe portato (prima o poi) pace e benessere per tutti, secondo la teoria dei “vasi comunicanti” o dello “sgocciolamento” della ricchezza (trickle-down effect) dai paesi più ricchi a quelli “in via di sviluppo”.  In realtà abbiamo visto (già con la prima guerra del Golfo, 1990) come la globalizzazione sia stata una colossale operazione neoimperialista, di ricolonizzazione del sud del mondo (attraverso il debito, l’esproprio e l’accaparramento delle risorse naturali), favorendo un processo di concentrazione, centralizzazione e finanziarizzazione del potere economico attorno a poche compagnie transnazionali ben localizzate negli Stati Uniti (vedi i rapporti del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Gesualdi). Pochi Ceo (amministratori delegati e manager, Davòs) decidono la dislocazione della divisione internazionale del lavoro, e controllano le catene di creazione del valore economico. Le democrazie nazionali e le istituzioni internazionali vengono completamente scavalcate. Meglio sarebbe dire: completamente asservite alle volontà dei centri di potere economico.

Ci muoviamo in un contesto in rapidissima evoluzione, ma fortemente squilibrato e con il potere trainante e decisivo dei pochi potentati economici e finanziari.

Pochi soggetti decidono per miliardi di persone. Hanno gioco facile perché, anche se la facilità di comunicazione e interconnessione è praticamente in tempo reale, tuttavia la disgregazione sociale e il sopravvento di alcuni fenomeni collettivi fanno sì che non hanno un contropotere, passatemi il temine, con cui confrontarsi alla pari. I costi ambientali di un’economia di guerra, in un’ottica di ecologia integrale, si riflettono sulla qualità della vita di milioni di persone e si ingigantiscono in termini di scadimento delle aspettative di futuro, aumento delle diseguaglianze, sopraffazioni, della paura.

La propaganda di guerra e giornalismo di pace

Intervento Bobbio

A Gaza sono stati uccisi finora 177 giornalisti, escluso due turchi, gli altri sono palestinesi. La conseguenza di queste uccisioni è naturalmente l’assenza di informazioni, una forte asimmetria informativa ed una discriminazione informativa.

Anche nell’altro conflitto sono morti giornalisti russi e ucraini. In passato morirono anche giornalisti croati e kosovari, ma questa volta c’è qualcosa in più: la caccia ai giornalisti a Gaza da parte dei cecchini israeliani per impedire la conoscenza del fatti.

In contesti di guerra, nonostante la forte pressioni ai giornalisti, sono in gioco i valori sostanziali della professione e il metodo di fare il giornalismo.

Secondo Filippo Landi, un veterano e corrispondente di guerra, la caratteristica del buon giornalista sta nella capacità di scusarsi, nel dare notizie rivelatesi poi false.

In Romania, ad esempio, Timisoara, giornalista svizzera, dopo le notizie catastrofiche a seguito della fucilazione di Nicolae Ceaușescu, va a cercare le sepolture. Nel cimitero sono stati fatti dei lavori e lei va in fondo ma non trova evidenze sulle centinaia di morti che erano stati annunciate dalla stampa e TV, ma i rumeni hanno dissepolto dei cadaveri e supportato le notizie false.

Anche in Kosovo a Racak il massacro era stato documentato con cadaveri dissepolti. Ennio Remondino e famiglia cristiana non si fidarono.

I giornalisti a Gaza vengono uccisi e quelli che entrano sottoscrivono un contratto che li obbliga a fare visionare preventivamentei loro articoli. Ad esempio la BBC si è rifiutata di chiamare Hamas terroristi.

La seconda guerra mondiale utilizzò i registi di Hollywood per le combat camera. Ci fu una ricostruzione anche per la “Breccia di Porta Pia”.

Unici scatti veri della seconda guerra mondiale sono relative allo sbarco di Normandia e l’autore è  Robert Capa.

Per avere alcuni riferimenti di controinformazione:

– Newsletter ahmed https://hamza-ahmed.co.uk/opt-in-82260212-7343-4663-bf70-a9dee37cd774 )

 – Avvenire, Il Manifesto; Remocontro; Vatican news; Le Courrier des balkans; Invisible arabs; L’ oriente du jour.

I morti in Palestina e Libano hanno nome e cognome. Le prime 14 pagine dei giornali che hanno pubblicato i nomi riguardano bambini con meno di un anno.

 Al cuore della democrazia, tra Retaggi autoritari e partecipazione incompleta.

La riflessione sulla partecipazione ha introdotto un tema sociologico sulla assenza di entusiasmo e coinvolgimento sui temi sociali.

La partecipazione politica non suscita più gli entusiasmi di una volta, quando sulla scia dell’esperienza di Porto Alegre sembrava di aver trovato la formula magica che avrebbe realizzato un’effettiva sovranità popolare, il governo del popolo basato su processi decisionali pubblici condivisi tra rappresentanza eletta e popolo. La palese insofferenza del popolo, che sembrava preludere a vaste mobilitazioni, si è concretizzata in un forte sentimento antipolitico tutto a favore della destra, delle spinte all’autorità, al culto del capo.

La partecipazione popolare è ancora proponibile come strategia di liberazione e progresso?

Manifestazioni, raccolta forme, petizioni, presidi, appelli, occupazioni, assemblee, riunioni ecc. sono tutte forme di esserci personalmente e di esercitare una pressione sui decisori. Tutte cose giuste, ma non sono partecipazione politica in senso stretto.

In prima battuta occorre riconoscere l’esistenza di due attori dei processi politici. Il popolo non può dirigere direttamente lo stato. Una rappresentanza è necessaria. Ma questa non può governare escludendo il popolo.

In questo modo ottunde la stessa capacità del popolo di operare politicamente.

Le forme di partecipazione potrebbero essere realizzate ora, nelle democrazie rappresentative esistenti, legalizzate e regolamentate, divenendo un diritto esigibile, non più discrezionale.

Da una parte l’avversione del ceto politico per un sistema di democrazia partecipativa potrebbe poco per volta essere superato, ma ciò che è incredibile è la perdurante passività della popolazione se solo potessero concretizzarsi strumenti partecipativi.

È seguita una accorata riflessione storico sociale sulla strutturazione delle gerarchie sociali a partire da testi mitologici, attraverso la storia mesopotamica e di tutti i continenti che approda ad una conclusione che non lascia ben sperare: la  civiltà compare con il passaggio dalle bande di poche decine di individui, nomadi ed egualitari, a società che si caratterizzano per l’avanzata divisione del lavoro, associata a una spinta gerarchizzazione e all’esercizio della sovranità su un territorio ben determinato. La partita tra egualitarismo e gerarchia si gioca sempre nella storia mondiale: che dovunque, anche in luoghi sicuramente non comunicanti tra loro, la civiltà abbia seguito percorsi analoghi dà parecchio da pensare.

Questo schema, nella successione di formazioni economico sociali molto differenti, sparse su tutto il pianeta, in un arco di diversi millenni, è giunto intatto fino a noi.

E’ cambiato il tenore di vita, incommensurabilmente elevato negli ultimi due secoli, si è molto mitigata la brutalità del comando, ma lo schema è sempre quello: ancora oggi abbiamo un’élite globale così ricca da vivere in un mondo a parte; questa élite ha molto più della partecipazione: ha l’accesso diretto ai decisori politici con cui contratta e decide le politiche pubbliche.

Mentre i cittadini sono esclusi totalmente dai processi decisionali, come al tempo dei faraoni o dei palazzi sumeri.

In una società complessa é impossibile che le persone con tutti i pesanti problemi della quotidianità si occupino anche delle problematiche del governo, anche solo a livello locale.

Non usciremo dalle guerre di classe e dalle guerre tra stati finché il popolo non sarà capace di organizzare la vita delle comunità superando l’attuale individualismo competitivo. Ossia organizzandosi in quella che abbiamo chiamato “società della cura”.         

Questo solo il popolo può farlo. Non lo possiamo chiedere all’élite. Occorre un cambiamento profondo della società, ossia del sistema di relazioni tra le persone. Non solo dei processi decisionali politici, ma della vita quotidiana, in modo tale che non ci siano più gli arcani del governo, ma una vita collettiva trasparente, basata sulla collaborazione e l’aiuto reciproco.

I partiti di massa sono morti perché mettevano insieme gente comune, militanti, insomma popolo, e rappresentanza. Questa finisce inevitabilmente per subordinare il popolo anche nel partito, dove quindi la militanza prima si restringe, poi muore.

La democrazia rappresentativa è in crisi terminale, pur essendo in questo momento la forma di governo di gran lunga migliore per promuovere il benessere materiale e morale dei popoli. Ma oggi non c’è dubbio che il popolo, a parte forse i piccoli stati del nord europeo e alcuni altri, è in maggioranza avverso a qualunque governo, infatti ogni governo al potere, grazie ai meccanismi delle leggi elettorali maggioritarie, è un governo di minoranza, che ha contro la maggioranza dei cittadini. L’antagonismo tra ceto politico e popolazione è micidiale. Nessun tipo di democrazia può sussistere a lungo avendo contro il popolo.

Non sembrano esserci però alternative a una qualche forma di governo del popolo, che unisca alla stabilità e al professionismo di politici eletti il contributo anche conflittuale, ma collaborativo, di ampi strati della popolazione. Nella speranza che progressi tecnologici come internet contribuiscano a diffondere tra i popoli una cultura di comunità sana, e internazionalista, che porti a quella che abbiamo definito “società della cura”.

Il contributo prosegue con una interessante rilettura della possibile e auspicabile partecipazione; supera infatti la vecchia la curiosa idea di stampo illuminista per cui la bontà della proposta la doterebbe di una forza intrinseca, della capacità di affermarsi quasi da sé e anche l’altrettanto curiosa idea secondo cui entrare nelle istituzioni significhi necessariamente presentarsi alle elezioni e cercare di diventare ceto politico. Noi abbiamo bisogno, ora, di far entrare nelle istituzioni il popolo, in quanto tale, attraverso strumenti di partecipazione concretamente facilitanti, come la disponibilità di consulenze tecniche e giuridiche, di locali, di attrezzature, di materiali di consumo ecc. a determinate condizioni, da stabilire con regolamenti incentivanti, non punitivi come ora, da parte delle strutture pubbliche.

Un’ultima considerazione: Il sistema che combattiamo è anche quello con cui l’umanità nel suo complesso ha raggiunto l’attuale livello di benessere materiale e di sviluppo intellettuale e morale.

Custodiamo come il bene più prezioso la capacità di vedere entrambi i lati di ogni realtà.

La conclusione getta uno sguardo alla complessità dell’umana natura, intrisa anche di sentimento religioso: da sempre l’umanità si confronta con il problema della morte, un problema irrisolvibile se non con un atto di fede. Da 100.000 anni sono documentati riti funebri, anche da parte dell’uomo di Neanderthal. La religione è l’oppio dei popoli, o è la più potente fornitrice di senso? Forse entrambe le cose. Senza assegnare il giusto posto alla potenza di questo sentimento, non indotto artificialmente, o derivato, ma parte essenziale della condizione umana e di ogni cultura conosciuta, ci si preclude la comprensione della storia umana. Il sentimento religioso e tutto il sistema di credenze che ad esso fa riferimento ha strutturato la vita simbolica e materiale  dei popoli dal primo apparire dell’essere umano. Non si può ridurre la storia a una  successione di cause materiali che avrebbero deterministicamente prodotto l’evoluzione della nostra specie. L’essere umano è molto di più, e come la natura possiede un’autonoma capacità creativa. Per questo l’impossibile diventa possibile, l’impensabile compare improvvisamente tra noi.

Tutta la storia  è fatta di cose mai viste prima!

Nel buio di questi tempi, non perdiamoci d’animo. Facciamo prevalere la speranza sulla paura. Conserviamo la curiosità e l’apertura verso un mondo che non cessa di stupirci e di smentirci.

 Il giubileo del debito

Nella giornata conclusiva è intervenuta la teologa Emilce Cuda, Segretaria della Pontificia Commisione impegnata con la Caritas a individuare le parole chiave per una campagna di informazione sul  Giubileo del debito

Il debito non riguarda solo l’ambiente  ma anche quello verso la società infatti il il debito economico che opprime intere popolazioni e quello ecologico che mette a repentaglio la vita sulla terra.

Non c’è pace senza giustizia sociale, come dice Papa Francesco  “o ci uniamo o affondiamo” e richiama la efficace definizione del Papa della “guerra a pezzi” come evidenza della terza guerra mondiale.

Nell’enciclica Laudato sì il Papa affronta e declina, coniugandolo con i temi più profondi della fede, il concetto dell’ecologia integrale; infatti nei consessi pubblici non si mette in relazione la crisi ambientale con la crisi sociale

Potrebbe sembrare che il messaggio del Papa esca dagli schemi della religione ma la religione non è un insieme di ritualità e cita il pensiero di Benedetto XVI: «Il cristianesimo nasce come critica alla religione»; un cristiano non può non prendersi cura di questa natura ferita riscattando le persone oppresse dal peccato strutturale che ha indebitato i Paesi in maniera aggressiva, impoverendoli e sfruttandoli.

Questo pensiero ha le sue radici nella dottrina sociale della Chiesa che in epoche diverse, dalle prime encicliche, ha sempre posto l’accento sulla dignità dell’uomo che oggi si traduce nell’accesso universale ai beni comuni naturali e tecnologici; nella necessità di organizzare un’assistenza generalizzata, un welfare basato sulla rilevazione dei bisogni che devono essere affrontati con opportune leggi tali da garantire certezza nei diritti, garantendo sussidiarietà e partecipazione.

La Chiesa propone una soluzione lontana dalle ideologie politiche “né idealista, né socialista” – dice Emilce – una trasposizione sociale delle virtù teologali declinandole nel verso di una maggiore coesione e promozione delle relazioni sociali

Fare una “traduzione” sociale delle virtù teologali:

FEDE= fede negli altri – affidamento

Capacità di stare insieme, capacità di organizzazione

AMORE = giustizia sociale – amore sociale

dialogo tra parti che sono in conflitto – negoziato per trovare soluzioni in un contesto ostile

SPERANZA = vita – dinamo che carica per vita di dignità (.. io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza Giovanni X,10)

Da queste posture i cristiani, ma non solo loro, sono chiamati a costruire comunità organizzate, fatte di persone diverse, ognuna con una sua individualità, ma verso un obiettivo comune.

È fondamentale una fase di discernimento per arrivare alla costruzione di ponti e collaborazioni tra soggetti diversi come Università, Sindacati/Lavoratori,Vescovi.

L’obiettivo è una comunità dove:

  • OGNI PERSONA HA UN POSTO
  • OGNI PERSONA HA UN VOTO