Norberto Julini
Carlo Tombola (Weapon Watch)
Il nostro itinerario di Pax Christi, insieme ai coorganizzatori della Marcia per la Pace di ogni 31dicembre è giunta quest’anno alla 57° edizione : Comm. CEI problemi sociali e del lavoro, Caritas, Azione Cattolica, Focolari, Agesci, ha preso avvio con un primo incontro con esponenti della Chiesa genovese e di varie associazioni aderenti alla rete ”Genova aperta alla pace “ per far proseguire la “marcia” per la pace del 31 dicembre 2021 che si svolse a Savona.
Siamo sostenuti fin dall’inizio di questo percorso da Weapon Watch, associazione presieduta da Carlo Tombola, che ha condiviso contatti sindacali e politici e competenze utilissime sul piano del monitoraggio delle attività in materia di movimentazione armi ed altro materiale militare, come dimostra l’esposizione dettagliata di quanto sopra descritto. Rilevante il riferimento preciso alle ricadute occupazionali di queste attività manifatturiere e di servizi. Ed è questo un punto delicato sul quale sovente si discute e talora ci si distingue o ci si divide. Capita di liquidare il tema della riconversione come aspirazione ingenua ed utopistica. Occorre un supplemento di analisi intelligente e di coraggio sapendo che ciò che è necessario è sempre possibile e sta a noi costruirne le condizioni.
Quali le opinioni in discussione in territorio giuliano a tale riguardo?
A Genova il 2 aprile 2022 abbiamo iniziato dalla piazza della Cattedrale con l’Arcivescovo Marco Pasta a camminare verso il porto sostando in luoghi reali e simbolici della città e del suo porto con gesti di denuncia di traffici illeciti secondo la legge 185/90 e gesti di solidarietà con i portuali che obiettano a tutto questo e cui ci siamo uniti nelle testimonianze e nella marcia. Così a La Spezia si è tenuto un convegno e successiva marcia verso il porto. Così a Napoli, come a Genova, dalla piazza del duomo di San Gennaro, presente l’Arcivescovo Nino Battaglia, siamo scesi al porto per un presidio simbolico e sono stati letti messaggi, formulate proposte e presi impegni.
Ad ogni tappa consegniamo una lettera all’Autorità Portuale per chiedere la vigilanza al rispetto delle leggi che vietano il caricamento ed il transito di navi che portano armi a paesi in guerra.
Dopo Genova, La Spezia e Napoli, abbiamo acceso un “faro di pace” a Bari dove è nato l’ osservatorio della produzione bellica in terra pugliese, presenti i Vescovi Satriano e Ricchiuti.
Siamo stati successivamente a Ravenna ed ora vogliamo accendere un faro di pace a Trieste e Monfalcone. Ed abbiamo avviato i primi incontri organizzativi.
Ad ogni tappa, come promotori d’ispirazione cristiana della Marcia per la Pace, ci rivolgiamo alle comunità ecclesiastiche diocesane, alla società civile, ai sindacati dei lavoratori portuali per una comune azione di denuncia e di protesta contro l’illecito traffico di armi.
In genere troviamo già comitati locali costituiti ed in rete fra loro. Noi desideriamo incontrarli, magari favorire un loro rafforzamento quanto a capacità di rappresentanza, l’interpelliamo per ascoltare e condividere riflessioni e proposte e quindi rendere manifesto nelle città che la Marcia continua in corso d’anno anche in questa specifica modalità.
Perché i porti?
Le guerre cominciano proprio dai porti dove s’imbarcano le armi che saranno usate per distruggere ciò che Dio ha creato e ciò che gli uomini hanno costruito cooperando in pace.
E prima ancora le guerre iniziano perché vi è chi le finanzia e fornisce loro servizi finanziari per farne commercio e profitto in un contesto di progressivo, accelerato e pericolosissimo riarmo.
Conosciamo i nomi di quelle banche perché una legge della nostra Repubblica di cui dovremmo andare fieri: la legge 185/90 già citata prevede la pubblicazione di queste operazioni di export di armi e l’elenco delle banche che finanziano e offrono servizi.
MA ORA QUELLA LEGGE E’ SOTTO ATTACCO : LA SI VUOLE RENDERE INEFFICACE , CANCELLANDO LE PROCEDURE, PREVISTE DAI LEGISLATORI 34 ANNI FA IN ATTUAZIONE DELL’ARTICOLO 11 DELLA NOSTRA COSTITUZIONE REPUBBLICANA CHE “RIPUDIA LA GUERRA”.
Cosa significa accendere un faro di pace nell’area giuliana
Il 19 o 20 novembre sarà il momento dell’accoglienza a Trieste dell’équipe internazionale e di coordinare con gli attivisti di Monfalcone e Capodistria la manifestazione “Fari di Pace” contro i traffici d’armi e il nucleare militare, per il disarmo e la neutralità statuiti dal Diritto internazionale su questo Territorio e sul suo Porto franco internazionale.
Sono poche le aree italiane che possono vantare una geografia così favorevole: apertura sul mare, vicinanza alla pianura e al retroterra montuoso, prossimità ai confini politici di tre paesi… Naturalmente a patto di non considerare i confini come barriere ma come punti di passaggio e di scambio, e di cogliere i vantaggi della frammentazione territoriale fisica e amministrativa come opportunità di coordinamento nella rispettiva autonomia, e non come chiusure municipalistiche. Se poi si colgono le molteplici stratificazioni culturali che derivano da una storia assai movimentata, e certo anche sotto certi aspetti drammatica, allora l’area giuliana perde i suoi connotati di “periferia orientale” e ci impone uno sguardo ampio, anche quando si prende in considerazione il suo ruolo in una crescente “economia di guerra”.
Per le sue analisi, Weapon Watch parte sempre dal mare, cioè in questo caso dai due porti di Monfalcone e Trieste – per di più retti da un’unica Autorità portuale – più il porto sloveno assai prossimo di Capodistria/Koper (senza considerare quello croato di Fiume/Rijeka, in linea d’aria a 75 km da Trieste).
Da notare:
– l’importanza del porto petrolifero triestino, terminale dell’oleodotto Transalpino che rifornisce Austria, Repubblica Ceca e Baviera
– la faticosa la riconversione dei traffici dovuta alla chiusura del flusso di rottame di ferro da Odessa
– la dolorosa la chiusura della filiale italiana di Wärtsilä, ex Grandi Motori, con la recente (febbraio 2024) cessione della grande area di Bagnoli al gruppo MSC, leader mondiale dello shipping e del trasporto integrato, che intende insediarvi una fabbrica di carri ferroviari.
L’ingresso a Trieste di MSC – già presente a Genova e fortissima anche nel comparto crociere – non mancherà di modificare i fragili equilibri dell’economia portuale nord-adriatica.
Da Trieste e dal suo porto si esportano grandi quantità di armi.
Nell’anno record 2022 ha esportato armi leggere e munizioni leggere/pesanti per 174 M €, il 12% del totale nazionale, al 3° posto tra le province italiane (ma si tenga conto che Istat oscura i dati di province come La Spezia e Cagliari). Destinazione principale Qatar.
Tra i principali produttori nel settore difesa, hanno sede o stabilimenti nella provincia di Trieste:
– Fincantieri ha la sede centrale storica a Trieste, dove ha sede anche la controllata Fincantieri Sistemi Integrati, controlla un cantiere a Monfalcone (il più grande del gruppo, 1.700 dipendenti più 6.800 operai stranieri qualificati). NEXT Ingegneria dei Sistemi ha un ufficio a Grado;
– alcune spin-off che operano nell’Area science park di Padriciano.
Con la chiusura di Wärtsilä si sono persi 450 posti, di cui 300 assorbiti da MSC;
Nella micro provincia di Gorizia si trovano:
– gli impianti di CMF 2 Lavorazioni Meccaniche, che a Cormons lavora i forgiati medio-piccoli della capogruppo CMF, anche con destinazione navale;
– le aziende del gruppo Goriziane, tutte operanti a Villesse, per manutenzione dei mezzi blindati dell’esercito, di recente coinvolte dal caso dei Leopard italiani dismessi, comprati dalla RUAG svizzera, da questa promessi alla Germania e poi bloccati quando venne resa nota la destinazione ucraina;
– lo stabilimento Leonardo di Ronchi dei Legionari (prossimo all’aeroporto internazionale), dove si costruiscono i grandi droni Falco (venduti anche al Pakistan) e i simulatori di volo per l’addestramento dei piloti e del personale operativo;
– la filiale italiana di Pipistrel di Savogna d’Isonzo, azienda slovena di recente acquisita dal gigante americana Textron (Bell), che produce gli unici velivoli elettrici in commercio.
«In un’economia di pace – ha spiegato Roberto Cingolani, a.d. di Leonardo nel febbraio 2024, presentando il bilancio del gruppo e le prospettive future – l’antitrust garantisce l’economia di mercato, ma ora siamo in un’economia quasi di guerra e bisogna chiarire quali sono le priorità, a mio parere dal punto di vista dei cittadini ora la priorità è la difesa».
In generale la proposta dei Fari di pace si propone di contrastare le due affermazioni apodittiche di Cingolani, sia sul punto dell’efficacia dell’antitrust, che su quella della presente priorità della difesa, che implicitamente si giustifica con l’allarme collettivo e su una fragilità italiana (ed europea) data per scontata.
I LAVORATORI VEDONO PASSARE LE ARMI NEL PORTO, MA LE NOTIZIE PASSANO SOTTO SILENZIO
Nel 2019 la “Norderney” era carica di bazooka e razzi, proveniva dall’Ucraina ed era diretta a Jeddah, in Arabia Saudita.
Nel febbraio del 2023 la “Severine” ha imbarcato materiale militare dell’esercito italiano, ufficialmente diretto in Sardegna, ma poi ha spento il segnale AIS ed è ricomparsa undici giorni dopo a Bari.
Pochi giorni fa, nel dicembre 2023, è toccato alla gemella “Capucine” caricare veicoli militari e container di merce pericolosa, probabilmente bombe, poi la nave ha toccato Ortona e il porto croato di Ploče. Forse si trattava ancora di esercitazioni militari ma, a quanto pare, da Monfalcone non dovrebbero transitare mezzi e materiali militari, secondo quanto ammette la stessa Autorità portuale.
Smentite, autocensure, mezze ammissioni non possono rassicurarci, anche Monfalcone – come tutti i porti del Nord Adriatico, è coinvolta in un incessante movimento di armi.



