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Riflessioni sulle armi

Carlo Tombola Weapon Watch

È probabilmente una conseguenza del mio attuale impegno – un osservatorio sulla logistica militare che assorbe le mie energie e mi compare anche nei sogni ­– ma tutto questo parlare di armi mi provoca un rigetto fisico. Le armi cosiddette “leggere” sono cose di metallo nero, pesanti, maneggiate da uomini in abbigliamento mimetico, ridondante, con scarponi e guanti. Oppure, come i carri armati, sono enormi macchinari su cingoli, che si muovono rilasciando nuvole di fumo bluastro, portando avanti minacciosissimi cannoni. Imbarcazioni da guerra di dimensioni ancora maggiori portano uomini e cannoni al di sopra o al di sotto dei mari. Infine, gli oggetti volanti hanno svariate fogge ed eliche ma tutti sanno lanciare la morte dall’alto.

Su molti, queste armi e macchine e navi esercitano un fascino malsano, legato al potere di uccidere senza essere uccisi, di offendere senza bisogno di difendersi. Sono soprattutto giovani, ma non solo, pochissime le donne.
Non dovremmo parlare così tanto di armi, comunque bisognerà farlo come entità statistiche (un milione di euro di munizioni, dieci bombardieri da 90 milioni di euro) ma senza entrare nei particolari tecnici.

Dovremmo parlare di quanto è necessaria la pace, una condizione che più è efficace e duratura e meno si avverte. È ciò che serve a tutelare un giovane albero che potrà fruttificare solo dopo anni dall’impianto, o a ripagare di una miglioria nella semina di un ortaggio. È indispensabile a costruire una conoscenza sicura in chi studia. Permette alle mani dell’artigiano così come a quelle del pianista di realizzare le opere migliori.