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Arena di pace 2024: la parola a Papa Francesco

Giustizia e pace si baceranno

Proponiamo una sintesi dei 5 interventi del papa, cercando di evidenziare l’essenziale, in risposta alle domande presentate dai 5 tavoli di lavoro. Possiamo raccoglierli come agenda di lavoro comune. Il testo integrale di Arena, così come degli altri interventi veronesi, soprattutto quelli rivolti ai ragazzi, ai detenuti e alo stadio Bentegodi, si può trovare in vari siti, come in www.vatican.va (s.p.)

1. LA PACE VA ORGANIZZATA (Tavolo Democrazia Diritti)

[…] L’autorità è essenzialmente collaborativa; altrimenti sarà autoritarismo e tante malattie che ne nascono. L’autorità per costruire processi solidi di pace sa infatti valorizzare quanto c’è di buono in ognuno, sa fidarsi, e così permette alle persone di sentirsi a loro volta capaci di dare un contributo significativo. Questo tipo di autorità favorisce la partecipazione, che spesso si riconosce essere insufficiente sia per la quantità che per la qualità. Partecipazione: non dimenticare questa parola […]. E una grande sfida oggi è risvegliare nei giovani la passione per la partecipazione. C’è una parolina che dimentichiamo quando diciamo: “faccio io”, “andrò io”… La parolina qual è? Insieme. Questa forza dell’insieme, la partecipazione è questo. Bisogna investire sui giovani, sulla loro formazione, per trasmettere il messaggio che la strada per il futuro non può passare solo attraverso l’impegno di un singolo, per quanto animato delle migliori intenzioni e con la preparazione necessaria, ma passa attraverso l’azione di un popolo – il popolo è protagonista, non dimentichiamo questo –, in cui ognuno fa la propria parte, ciascuno in base ai propri compiti e secondo le proprie capacità. E vi farei io una domanda: in un popolo, il lavoro dell’insieme è la somma del lavoro di ognuno? Soltanto quello? No, è di più! È di più. Uno più uno fa tre: questo è il miracolo di lavorare insieme.

2. LA PACE VA PROMOSSA (Tavolo Migrazioni)

[…]. Come avete scritto nel documento di un vostro tavolo di lavoro, per porre fine ad ogni forma di guerra e di violenza bisogna stare a fianco dei piccoli, rispettare la loro dignità, ascoltarli e fare in modo che la loro voce possa farsi sentire senza essere filtrata. Sempre vicino ai piccoli, perché la loro voce si faccia sentire. Incontrare i piccoli e condividere il loro dolore. E prendere posizione al loro fianco contro le violenze di cui sono vittime, uscendo da questa cultura dell’indifferenza che si giustifica tanto. Una domanda – io so che voi sapete questo –: abbiamo pensato oggi a quanti bambini e bambine sono costretti a lavorare, lavori da schiavi, per guadagnarsi la vita? I piccoli… Quel bambino che forse mai ha avuto un giocattolo perché deve andare di qua, di là, di là a guadagnarsi il pane, forse nelle discariche cercando cose da vendere… Ce ne sono tanti, di bambini così, che non sanno giocare perché la vita li ha costretti a vivere così. I piccoli: i piccoli soffrono […]. Siamo noi i responsabili. “No, Padre, io no, perché io sono…”. Tutti siamo responsabili, tutti siamo responsabili di tutti. Ma oggi credo che il “premio Nobel” che possiamo dare a tanti, a tanti di noi, sia il “premio Nobel” di Ponzio Pilato, perché siamo maestri nel lavarcene le mani […]. Camminare con i piccoli ci costringe a cambiare passo, a rivedere ciò che portiamo nel nostro zaino, per alleggerirci di tanti pesi e zavorre e fare spazio a cose nuove. Allora è importante vivere tutto questo non come una perdita, ma come un arricchimento, una potatura sapiente, che toglie ciò che è senza vita e valorizza ciò che è promettente […].

3. LA PACE VA CURATA (Tavolo Ambiente/Creato)

[…] Sto guardando quel cartello: “Smilitarizziamo mente e territori”. Stiamo parlando di pace, ma voi sapete che le azioni che in alcuni Paesi sono più redditizie sono quelle delle fabbriche delle armi? È brutto questo, è brutto. E così non possiamo smilitarizzare, perché è un affare molto grande. Voi guardate l’elenco dei Paesi che fabbricano le armi, e vedete un po’ che bell’affare è quello. Preparare per la morte. Che cosa brutta! […]. Nella nostra società si respira un’aria stanca, c’è la stanchezza nell’aria, tanti non trovano ragioni per portare avanti le loro attività quotidiane, appesantiti dalla sensazione di essere sempre fuori tempo, come intrappolati nella ripetizione di quanto si fa, poiché non si ha la forza o il tempo di cercare un’armonia. La pace non si inventa da un giorno all’altro. La pace va curata. Se noi non curiamo la pace ci sarà la guerra, piccole guerre, grandi guerre. La pace va curata, e oggi nel mondo c’è questo peccato grave: non curare la pace! Il mondo è in corsa, occorrerebbe a volte saper rallentare la corsa e non lasciarci travolgere dalle attività e fare spazio dentro di noi all’azione di Dio, all’azione dei fratelli, all’azione della società che cerca il bene comune. “Rallentare” può suonare come una parola fuori posto, in realtà è l’invito a ricalibrare le nostre attese e le nostre azioni. Si tratta di fare una “rivoluzione” in senso astronomico: andare a cercare la pace, e come si fa questo? Sempre con il dialogo: la pace si fa nel dialogo. Riconoscere gli altri, rispettarli con saggezza. La sfida enorme che abbiamo davanti è quella di andare controcorrente per riscoprire e custodire contesti in cui tutto ciò sia possibile viverlo con gli altri. E non dobbiamo inventare tutto da zero, dobbiamo farci carico della storia. Tante volte le guerre vengono dall’impazienza di fare presto le cose e non avere quella pazienza di costruire la pace, lentamente, con il dialogo. La pazienza è la parola che dobbiamo ripetere continuamente: la pazienza per fare la pace […].

4. LA PACE VA SPERIMENTATA (Disarmo)

Se c’è vita, se c’è una comunità attiva, se c’è un dinamismo positivo nella società, allora ci sono anche conflitti e tensioni. È un dato di fatto: l’assenza di conflittualità non significa che vi sia la pace, ma che si è smesso di vivere, di pensare, di spendersi per ciò in cui si crede […]. Nella nostra vita, nelle nostre realtà, nei nostri territori saremo sempre chiamati a fare i conti con le tensioni e i conflitti. Davanti a questo non si può stare fermi: tu devi fare un’opzione, tu devi essere creativo. Un conflitto è proprio una sfida alla creatività. Da un conflitto mai si può uscire, primo, da soli: da un conflitto mai uscirai da solo, ci vuole la comunità, ci vuole l’aiuto sia della famiglia, degli amici, ma mai da un conflitto si può uscire da soli. E, secondo, da un conflitto si esce soltanto “da sopra”. Altrimenti andrai giù. Il conflitto ha qualcosa di labirintico: da un labirinto tu non puoi uscire da solo, ci vuole almeno il filo, quello di Arianna, che poi ti aiuterà a uscire. E da un conflitto si esce per essere migliori, “da sopra”. Da un conflitto non si può uscire con anestesia, no, da un conflitto è necessario uscire con realismo: io sono nel labirinto; dobbiamo essere capaci di dare un nome ai conflitti, prenderli in mano e uscire, uscire da sopra e uscire accompagnati, almeno con il filo […]. Un’altra risposta dal fiato corto è quella di cercare di risolvere le tensioni facendo prevalere uno dei poli in gioco, e questo è suicidio, perché si riduce la pluralità di posizioni a un’unica prospettiva. Oggi il Vescovo mi ha fatto vedere l’atto di nascita di un grande, Romano Guardini, che è nato qui a Verona. Lui diceva che sempre i conflitti si risolvono su un piano superiore, perché così i conflitti si trasformano in lievito di nuova cultura, di nuove cose per andare avanti. L’uniformità è un vicolo cieco: invece di andare avanti si va sotto; l’uniformità non serve, serve l’unità, e per raggiungere l’unità bisogna lavorare con i conflitti. Quando si ha paura nei confronti della pluralità, possiamo dire che quella famiglia, quella società psicologicamente e culturalmente si suicida. Il primo passo da fare per vivere in modo sano tensioni e conflitti è riconoscere che fanno parte della nostra vita, sono fisiologici, quando non travalicano la soglia della violenza. Quindi non averne paura: benvenuti, per risolverli. Non averne paura […] E il dialogo ci aiuta a risolvere i conflitti, sempre. Ma il dialogo non è arrivare all’uguaglianza, no, perché ognuno ha la propria idea; ma ci fa condividere la pluralità […].

5. LA PACE VA PREPARATA (Tavolo Lavoro ed economia)

Credo che davanti alla sofferenza di questi due fratelli [Maoz Inon, israeliano, e Aziz Sarah, palestinese], che è la sofferenza di due popoli, non si può dire nulla. Loro hanno avuto il coraggio di abbracciarsi. E questo non è solo coraggio e testimonianza di volere la pace, ma anche è un progetto di futuro. Abbracciarci. Ambedue hanno perso i familiari, la famiglia si è rotta per questa guerra. A che serve la guerra? Per favore, facciamo un piccolo momento di silenzio, perché non si può parlare troppo di questo, ma “sentire”. E guardando l’abbraccio di questi due, ognuno dal proprio cuore preghi il Signore per la pace, e prenda una decisione interiore di fare qualcosa perché finiscano le guerre. In silenzio, un attimo…E pensiamo ai bambini in questa guerra, in tante guerre… Quale futuro avranno? Mi vengono in mente i bambini ucraini che vengono a Roma: non sanno sorridere. I bambini nella guerra perdono il sorriso. E pensiamo ai vecchi che hanno lavorato tutta la vita per portare avanti questi due Paesi, e adesso… Una sconfitta, una sconfitta storica e una sconfitta di tutti noi. Preghiamo per la pace, e diciamo a questi due fratelli che portino questo desiderio nostro e la volontà di lavorare per la pace al loro popolo. Grazie fratelli!

Seminatori di speranza con Tonino Bello

Abbiamo ascoltato le donne. E il mondo ha bisogno di guardare alle donne per trovare la pace. Sono le mamme. Le testimonianze di queste coraggiose costruttrici di ponti fra israeliani e palestinesi ce lo confermano. Sono sempre più convinto che «il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli – i popoli! –; nella loro capacità di organizzarsi e anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento» (Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). Il popolo deve avere coscienza di sé stesso e agire come popolo, agire con questa volontà di fare pace. Voi, però, tessitrici e tessitori di dialogo in Terra Santa, per favore, chiedete ai leader mondiali di ascoltare la vostra voce, di coinvolgervi nei processi negoziali, perché gli accordi nascano dalla realtà e non dalle ideologie. Ricordiamo che le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro. La pace si fa con i piedi, le mani e gli occhi dei popoli coinvolti, insieme tutti.

La pace non sarà mai frutto della diffidenza, frutto dei muri, delle armi puntate gli uni contro gli altri. San Paolo dice: «Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6,7). Fratelli e sorelle, le nostre civiltà in questo momento stanno seminando, distruzione, paura. Seminiamo, fratelli e sorelle, speranza! Siamo seminatori di speranza! Ognuno cerchi il modo di farlo, ma seminatori di speranza, sempre. È quello che state facendo anche voi, in questa Arena di Pace: seminare speranza. Non smettete. Non scoraggiatevi. Non diventate spettatori della guerra cosiddetta “inevitabile”. No, spettatori di una guerra cosiddetta inevitabile, no. Come diceva il vescovo Tonino Bello: “In piedi tutti, costruttori di pace!”. Tutti insieme. Grazie.