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Europa casa comune, terzo incontro – Coordinamento Sud

Livio Gaio – Punto Pace di Napoli

Nel ciclo di incontri organizzato da Pax Christi per discutere a livello nazionale sui temi cari al Movimento, in previsione delle elezioni europee, lunedì 6 maggio si è svolto a Napoli il terzo evento in programma, a cura del Coordinamento Pax Christi Sud.

L’incontro si è svolto all’Arciconfraternita di S. Maria di Donnaromita dalle ore 17 alle ore 20. Tema in discussione: “Insieme, in Europa, in cammino per la pace”. I relatori che si sono alternati hanno proposto, in merito al tema, queste riflessioni:

  • Giuliana Martirani: “Geopolitica Nord-Sud Europa e autonomie differenziate”.
  • Francesco Miragliuolo: “La legge sull’Autonomia Differenziata in discussione in Parlamento e i problemi che solleva”.
  • Giulia Bordin (in collegamento online): “Obiettivi e iniziative di Pax Christi International a livello europeo per il disarmo e la pace”.
  • Carlo Cefaloni: “Quale Europa in un mondo in guerra?”.

Due artisti, il chitarrista Mengyang Zhang e la violoncellista Maddalena Olivieri, hanno introdotto le relazioni con il ritornello dell’Inno alla gioia di Beethoven e si sono esibiti con brevi  intermezzi musicali tra una relazione e l’altra.

Giuliana, analizzando il periodo storico europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, ha individuato ben tre autonomie differenziate.

La prima, nel 1947, è un’autonomia differenziata “produttiva”. Il nord Europa inizia a riorganizzare la propria macchina produttiva e vede il sud come bacino di manodopera. Il sud Italia ha così iniziato a pagare lo sviluppo non solo del nord Europa, ma anche del nord Italia con il “carbone e l’acciaio” comprato dal Belgio in cambio di minatori emigrati dal Sud. Uomini contro carbone: Il 23 giugno 1946, quando ancora non c’era la Comunità Economica per Carbone e Acciaio (Ceca) la neonata Repubblica Italiana, con Alcide De Gasperi, firmava il “Protocollo Italo-Belga per il trasferimento di 50.000 italiani in Belgio”.
Minatori dell’ Italia povera  (prevalentemente del Sud) in cambio di carbone e acciaio per rimettere in piedi le fabbriche del Nord ricco. Modello per le future politiche economico-migratorie europee, l’accordo bilaterale portò oltre 300.000  italiani in Belgio.  Una emigrazione che continuerà negli anni tra i due nord, Italia ed Europa, marcando la secessione dei ricchi.

La seconda autonomia differenziata, che possiamo definire “economica”, tra Nord e Sud avviene a partire dal 1957 con la nascita della Comunità Economica Europea. Poi, con l’Europa dei “dodici”, sarà chiaro agli studiosi e agli attenti meridionalisti che i paesi del Nord, con la Germania al centro, si presentavano sullo scacchiere europeo come quelli opulenti e industrializzati, mentre Portogallo, Italia, Grecia, e Spagna come il Sud povero. Le regioni del Nord sono quelle in cui troviamo la quasi totalità del carbone, del minerale di ferro e i tre quarti dell’acciaio: un gruppo ininterrotto di territori dinamici, dotato di grandi risorse naturali e di eccezionali facilità di trasporto. L’Europa alla sua nascita già nasceva “differenziata”.

La terza autonomia differenziata “fiscale” Nord-Sud riguarda la secessione dei ricchi d’Europa e il genocidio africano nel Mediterraneo. Oggi nel Mediterraneo uomini contro petrolio, coltan, cobalto, rame, cibo, acqua … Lo scambio tra vite, corpi e salute degli emigranti provenienti dalle due sponde del Mediterraneo e il Nord dell’Europa continua a definire il sistema economico e politico-economico: Nord contro Sud su cui si regge l’Europa e l’Italia. Dal 2013 al 2023 si sono spostati oltre un milione di immigrati, 28mila quelli morti nel Mediterraneo.

Francesco ha evidenziato che l’autonomia differenziata mina alla base la cittadinanza nel nostro Paese. Non solo spacca in più pezzi l’Italia, ma compromette la coesione sociale e dei diritti nella nostra Repubblica. Infatti i LEP, di cui tanto si parla, sono una truffa: con il nuovo Patto di stabilità non si riusciranno a finanziare i LEP e si perpetueranno livelli maggiori in alcune città e livelli minori in altre.

E se nella Costituzione italiana si afferma che, in condizioni di parità con gli altri stati, si provvede a cedere una parte della propria sovranità per la realizzazione di organismi internazionali utili alla pace (così ONU e Unione Europea), dobbiamo anche considerare l’autonomia differenziata in un’ottica europea: ai tavoli dell’Unione Europea l’Italia presentandosi divisa in venti stati-regione conterà certamente meno.

Questo progetto di autonomia differenziata è a danno di tutta la comunità perché realizzerebbe una secessione. E noi abbiamo il diritto ad avere uno stato unitario che funzioni, efficiente, efficace e soprattutto che promuova uguaglianza e inclusione. Ma abbiamo anche il dovere di resistere a chi ci sta derubando il nostro presente e il nostro futuro.

Giulia, a nome di Pax Christi International, ha parlato della necessità europea di andare oltre le armi assumendo la nonviolenza come pilastro della sicurezza e del futuro dell’UE. Tra le sfide in corso, come le ripercussioni post-pandemiche, l’instabilità economica, l’estremismo e le guerre, l’Unione Europea affronta le prossime elezioni per eleggere le persone che dovranno determinare la sua direzione per i prossimi cinque anni. Al riguardo PCI sottolinea l’importanza della costruzione della pace nonviolenta nel mondo di oggi chiedendo ai futuri eurodeputati di dare priorità alla pace e alla sicurezza umana nel loro mandato tenendo presenti questi cinque punti:

1_Nonviolenza e ricerca della pace, invece di una difesa basata sul riarmo, dando priorità al dialogo e alla solidarietà.

2_Dialogo con la società civile di fronte all’esclusione delle voci dei movimenti e all’assenza di scambio di buone pratiche di inclusione e collaborazione.

3_Sul cambiamento climatico, uscire da una insicura sostenibilità ambientale e dallo sfruttamento dei territori per dare priorità alle energie rinnovabili che rispettino le comunità locali e promuovano l’equità globale.

4_Riguardo alle relazioni con l’America Latina, abbandonare lo sfruttamento di risorse e territori dando priorità al rispetto dei diritti delle comunità indigene, afro-discendenti e meticcie su terra e risorse.

5_Per quanto riguarda le relazioni con le regioni dell’Africa e del Medio Oriente, dare priorità all’impegno diplomatico e alla risoluzione dei conflitti, sostenendo approcci non violenti per affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate e promuovere una pace e uno sviluppo sostenibili.

Carlo ha iniziato il suo intervento con la frase pronunciata il marzo scorso da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo:  “Dobbiamo essere pronti a difenderci e passare a una modalità di economia di guerra”. Gli Usa hanno approvato ad aprile 2024 un  nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, da 61 miliardi di dollari, ma questi aiuti non basteranno per le necessità ucraine per il 2024. Tutto ciò non è sufficiente per difendere l’Ucraina se l’Europa non fa la sua parte.

La Russia prepara una nuova offensiva, facendo leva su un bacino demografico più ampio di quello ucraino e che non ha possibilità di protestare, e su un’economia di guerra che dà la priorità alla produzione bellica fino al punto di punire come un crimine il mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione.

Inoltre c’è l’incognita Trump, se eletto presidente, che potrebbe abbandonare la causa dell’Ucraina. Se anche i paesi occidentali gettano la spugna, la Russia, oltre a imporsi in Ucraina, potrà risottomettere prima la piccola e neutrale Moldavia e poi i Paesi Baltici, ripristinando così i confini dell’Unione Sovietica. A quel punto cosa succederà? Ecco allora spiegato perché il mantra dell’UE è quello di sostenere l’Ucraina ad oltranza. Che fare allora?  Realisticamente non è più possibile liberare militarmente i territori oggi occupati, ma è possibile proteggere quel 80% di territorio ucraino che il Paese ha salvato a caro prezzo. Detto questo, l’unica soluzione possibile è quella del riarmo europeo per continuare a sostenere un conflitto che con molta probabilità durerà ancora a lungo? Partendo da queste considerazioni nascono delle domande aperte da porre ai gruppi politici che partecipano alle elezioni europee riguardo alla loro posizione sulla politica estera comune, sulla politica di sicurezza comune, sulla guerra e sulla pace.