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Vogliamo svegliare le coscienze» Oggi la Marcia, poi si va a Leopoli

da Avvenire 31 dicembre 2022

Una visita per ribadire vicinanza e sostegno alla Chiesa e alla popolazione ucraine, ma anche per monitorare la situazione attuale e organizzare al meglio la rete di solidarietà. Con questi obiettivi monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, sarà il 3 gennaio a Leopoli, accompagnato dal direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello. «Le nostre comunità – ha sottolineato Baturi – continuano a essere vicine a quelle ucraine, non solo a livello materiale, cercando di dare risposte concrete ai bisogni che via via emergono, ma anche denunciando tutti gli squilibri che sono alla base delle divisioni nel mondo. Non dobbiamo mai stancarci di essere profetici, condannando la violenza e invocando la pace». Su questa linea si muove l’azione di Caritas Italiana: in questi mesi, grazie alla generosità di tanti, sono stati raccolti oltre 20 milioni di euro che consentono di sostenere l’accoglienza in Italia e gli interventi in loco e nei Paesi limitrofi, sia in questo tempo sia nella fase – che si auspica non lontana – della ricostruzione. Caritas Italiana è riuscita a mantenere costanti il suo impegno e la sua vicinanza alle Caritas in Ucraina e nei Paesi limitrofi coinvolti nell’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra, oltre a svolgere un servizio in Italia di informazione, orientamento, coordinamento e accompagnamento alle Caritas diocesane che preziosamente si stanno occupando dell’ospitalità. Le attività e i progetti delle Caritas in Ucraina, anche nei momenti più difficili, non si sono mai fermati cercando di raggiungere tutti in modo capillare, anche lungo le linee del fronte. Finora sono state assistite 5,7 milioni di persone. «È fondamentale – sottolinea don Pagniello – mantenere occhi, orecchie e cuori aperti e attenti, sia dove l’emergenza ci chiama per non lasciare nessuno indietro, sia sui nostri territori per informare, raccontare, coinvolgere, accompagnare e coordinare. Si deve inoltre continuare a pregare per la pace e si deve operare perché il percorso del perdono e della pace sia vero e autentico».

PINO CIOCIOLA

Inviato ad Altamura ( Bari)

Dopo due anni, una pandemia, diverse guerre a cominciare dall’invasione dell’Ucraina, e molto dolore, stasera si torna in strada per dire che così non va bene e nemmeno un po’.

Ad Altamura, in provincia di Bari, la cinquantacinquesima Marcia nazionale per la pace organizzata da Cei, Pax Christi, Caritas italiana, Azione cattolica, Movimento dei Focolari e diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti – partirà alle 15 di oggi dal carcere per arrivare alle 21 in cattedrale (e per la Messa che seguirà ci sarà la diretta di Tv2000), perché “Nessuno può salvarsi da solo”. Ci saranno duemila persone, almeno. Soprattutto giovani. E ci sarà monsignor Luigi Bettazzi, novantanove anni, arrivato qui già ieri, che non ha mancato una Marcia di queste cinquantacinque, è vescovo emerito di Ivrea ed è stato presidente di Pax Christi.

Va bene, ma a cosa serve una marcia per la pace? « La domanda è ricorrente – dice don Renato Sacco di Pax Christi – e qualcuno dice che non serve a niente, che le guerre non si fermano certo con le marce, ed è vero». Però è altrettanto vero che «lo scopo di una marcia non è fermare immediatamente una guerra, ma svegliare le coscienze. Evitare di lasciarsi prendere dall’abitudine e dall’indifferenza. Pensiamo all’Ucraina, ormai è quasi un anno che manca la politica e che ci sono solo i venditori di armi».

Insomma, marciare stasera è «un gesto di “attivismo pacifista” – continua Diego Cipriani, responsabile Ufficio servizio civile di Caritas italiana – , i giovani spesso vengono accusati di essere addormentati o sdraiati. Marciare per la pace vuole dire “io ci sono” e “mi voglio impegnare per costruire un mondo diverso».

Di nuovo don Sacco: «Qualcun altro dice che l’unica soluzione realistica sono le armi. Noi diciamo di no, e lo diciamo con papa Francesco, perché armi più armi non fa pace» e «perché l’unico modo per fermare le guerre e non alimentarle ». A proposito, la Marcia è sui passi del venerabile don Tonino Bello, che fu vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e presidente di Pax Christi. Scelta che serve a rilanciare «l’impegno per la pace, ancora più urgente in un momento di confitto e di forti tensioni internazionali», ha fatto sapere la Cei. Riflettendo su come «ripartire dal Covid e tracciare sentieri di pace», ma anche su « pane e pace» e su una «cultura della cura».

Perciò stasera « vuole ancora una volta svegliare questa nostra umanità – per l’arcivescovo della diocesi di Altamura, Gravina e Acquaviva delle Fonti, monsignor Giovanni Ricchiuti, che è anche presidente di Pax Christi Italia – . La guerra mette in gioco la nostra umanità e il nostro essere umani».

Le basi intanto le hanno messe ieri pomeriggio a Gravina (sempre provincia di Bari, 11 chilometri da Altamura), con il convegno nazionale “Obiezione di coscienza, ieri, oggi, domani”, che continuerà stamane e si chiuderà con la visita al”Campo 65”, che fu il più grande campo di prigionia in Italia durante la seconda guerra mondiale, comprendeva trentuno ettari e ottantuno baracche. Vi furono rinchiusi fino a dodicimila prigionieri di guerra alleati, soprattutto catturati sul fronte di guerra del Nord Africa.

« Le rovine del Campo 65 sono archeologia del contemporaneo – si legge sul sito dell’associazione che ne cura la memoria – . Non pretendono ammirazione, ma rispetto e ricordo. Testimoni, nella loro maestosa e silenziosa desolazione, di un assordante bisogno di pace».

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Il segretario generale della Cei, Baturi, e il direttore di Caritas, don Pagniello, martedì saranno in Ucraina per ribadire il sostegno alle popolazioni colpite dal conflitto. «Non dobbiamo stancarci mai di essere profetici»