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Movimento Cattolico Internazionale per la Pace

Capaci di misericordia

Carissimi amici,

mi sembra molto giusto che anche quest’anno, nell’imminenza del Natale, in cui noi ricordiamo l’apparizione della misericordia di Dio sulla terra, il Vescovo convochi gli uomini della città impegnati sul versante sociale e politico, per formulare a essi un augurio e consegnare un messaggio.
Il messaggio, che è anche un augurio, è questo:
“Siate uomini capaci di misericordia”.
Fedeltà a Dio e all’uomo
Per dirvi che la più grande opera di misericordia che voi politici potete compiere è quella di rimanere fedeli a Dio e fedeli all’uomo, desidero prendere l’avvio da una lettera che Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, scrisse nel campo di concentramento nazista il 20 gennaio 1944:
“Dio e la sua eternità devono essere amati da noi pienamente. Ma questo amore non deve nuocere a un amore terrestre nè affievolirlo”.

Un anno dopo, all’alba del 9 aprile 1945, venne impiccato a Flossemburg. Nella sua cella trovarono la Bibbia e Goethe.
Il massimo dei libri sacri e il massimo dei libri profani. Due simboli. L’uno, della passione per il cielo. L’altro, della passione per la terra. Fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo.
Già un altro teologo protestante, Karl Barth, aveva detto che il cristiano del ventesimo secolo si caratterizza per il fatto che sulla scrivania ha da una parte la Bibbia e dall’altra il giornale.
E un grande politico, Giorgio La Pira, ripeteva che il cristiano deve pregare contemplando il mappamondo sul comodino.
Comprendete già che l’asse su cui voi politici potete esprimere il dovere della misericordia ha due poli.
Dio, il cielo, la Bibbia da una parte.
L’uomo, la terra, Goethe dall’altra.
Per chi non crede in Dio potremmo dire: il senso globale delle cose, la visione metastorica, l’orizzonte complessivo da una parte. La concretezza, il mappamondo, il giornale dall’altra.
Chi non fa sintesi partendo da questi due punti di fuga, non potrà essere “uomo di misericordia”.
Chi, invece che oscillare sistematicamente tra queste due polarità, si cristallizza su una di esse, credente o non credente, tutto può fare meno che il politico.
Se afferma di credere in Dio, sarà solo un fanatico, un despota, un assolutista intransigente che fa abuso ideologico di Dio a scopo strumentale,
Se afferma di credere solo nell’uomo, sarà un intrigante, un maneggione impastato di squallido pragmatismo, un faccendiere di piccolo cabotaggio.
Di qui già scaturisce tutta una galassia di interrogativi su cui ognuno di voi può misurare la sua attitudine alla misericordia.
Misericordia che, occorre dirlo, nel linguaggio biblico non significa tanto pietà, quanto tenerezza, lealtà, bontà, cuore fedele, stile generoso, animo disponibile, comportamento disinteressato.
Tre costellazioni di domande
1. C’è nella mia esperienza di uomo impegnato nella vita politica la duplice dimensione del cielo e della terra?
Dei valori immateriali e dei valori mondani?
Degli orizzonti trascendenti e di quelli sensibili?
– Del celebre affresco del Raffaello conosciuto come “La Scuola di Atene”, quale dei due personaggi mi affascina di più: Platone, i cui piedi sfiorano appena la terra e ha in una mano il libro del Timeo mentre con l’altra indica il cielo, o Aristotele ben piantato sul suolo e che in una mano stringe il libro dell’Etica mentre con l’altra indica la terra?
– Intuisco che il politico deve sintetizzare i due atteggiamenti di Aristotele e di Platone, e che la “misericordia” consiste nel penetrare nei cantieri della storia ma senza lasciarsi imprigionare nella rete delle cose? Nel mio dinamismo sono” chiuso tra le cose mortali”, come dice Ungaretti nella poesia dal titolo emblematico Dannazione, o c’è il riferimento continuo a un Assoluto che possono essere Dio, il Vangelo, o le grandi idealità della pace, della giustizia, della libertà?
2. Questo riferimento all’Assoluto (sarà Dio o un’idealità, non importa) come si traduce nella prassi concreta della mia attività politica, perchè io possa dirmi uomo “capace di misericordia”?
– So che tradisco l’uomo, oltre che Dio, quando le mie scelte non tengono conto del bene comune, ma hanno come principio assiologico supremo solo gli interessi personali o di gruppo?
– Capisco che significa avvilire i più elementari principi di etica sociale quando, per giochi di potere, per manovre di sistemazione, per calcolo di poltrone, per lottizzazione di egemonie, si lascia morire una comunità, si abbandonano al degrado umano i fratelli indifesi, si blocca la crescita della vita cittadina?
– Sono convinto che, il popolo, io sono chiamato a servirlo e non a convocarlo come spettatore per le mie esibizioni di culturismo, o per i miei interminabili tornei con gli avversari, o per le mie logorroiche sfide con riva li sempre cangianti, o per i bizantinismi di schieramento che si attardano sulle procedure e rinviano “sine die” i provvedimenti concreti? – Comprendo che la perfidia più sfacciata è quella di far passare, agli occhi dei poveri, come battaglia di principi ciò che è semplicemente guerriglia subdola di interessi economici contrapposti e di spartizioni di dominio?
– Sono persuaso che talvolta, in caso di conflitto irreversibile di valori (tra il mio prestigio da una parte e il bene comune dall’altra) essere uomo “capace di misericordia” significa far prevalere il valore dominante, fino al punto di ritirarsi dalla mischia, se indugiare ancora nella contesa vuol dire perdere tempo inutilmente e arrestare la crescita della comuntà?
– Sono del parere anch’io che, a volte, la difesa a oltranza dei principi reca offesa all’uomo concreto, e che, come ha scritto Bernanos “perfino i principi morali, visti nella loro astrattezza, possono giungere a tale grado di falsificazione da rovinare il mondo”?
– In conclusione: nella mia attività politica di uomo “capace di misericordia” quanto pesa il cielo sulla terra, la Bibbia sul giornale, la trascendenza degli ideali sui meandri della storia, gli orizzonti complessivi sui cantieri della cronaca?
3. Mi lascio prendere spesso dalla tentazione sottile di piantare tutto e ritirarmi a vita privata?
– Cedo di frequente alla lusinga di finirla una buona volta con le cariche pubbliche, con le riunioni di sindacati, le responsabilità di partito, le assemblee di categoria… e ritirarmi nell’alveo gratificante degli affetti domestici, dei tepori casalinghi, delle ricerche intellettuali?
– Sogno il momento di smetterla con le partite defatiganti dei confronti con gli avversari, dei dibattiti politici, degli scontri elettorali.., per ridurmi a giocare gli splendidi solitari’ della cultura per la cultura?
– Mi lascio sedurre talvolta dalla prospettiva di tradurre il mio impegno sociale, più che sul terreno infido della dialettica politica, su quello più sicuro e di resa più immediata della catechesi in parrocchia, dell’aiuto agli emarginati, della visita agli anziani, della vita di circolo?
– Riesco a capire che essere uomo ‘capace di misericordia” oggi significa accettare il rischio della carità politica, sottoposta per sua natura alla lacerazione delle scelte difficili, alla fatica delle decisioni non da tutti comprese, al disturbo delle contraddizioni e delle conflittualità sistematiche, al margine più largo dell’errore sempre in agguato?
– Comprendo che tenersi aggiornato (naturalmente, senza volontà di dominio) sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, o seguire i meccanismi complessi della legislazione sociale, o stimolare l’applicazione della riforma sanitaria.,, sono opere di misericordia corporale e spirituale tra le più meritorie davanti agli occhi di Dio e della storia?

L’icona del samaritano

A questo punto l’icona evangelica più limpida dell’uomo politico che snoda la sua vita tra i due riferimenti essenziali del cielo e della terra, è quella del buon Samaritano.
Egli scende da Gerusalemme, la città della contemplazione, del Tempio, del rapporto con l’Assoluto, e va verso Gerico città della prassi, della concretezza periferica, della cronaca: nera, per di più.
S’imbatte nel malcapitato viandante che i malfattori, dopo avere spogliato e percosso, hanno lasciato “mezzo morto’ sul ciglio della strada. E, a differenza del sacerdote e del levita che “passano oltre”, il Samaritano si ferma , “N’ebbe compassione” dice il vangelo di Luca.
Ecco l‘immagine dell’uomo politico “capace di misericordia”, che non disdegna di sporcarsi le mani, che non passa oltre per paura di contaminarsi, che non si prende i fatti suoi, che s’impiccia dei problemi altrui, che non si rifugia nei propri affari privati, che non tira dritto per raggiungere il focolare domestico ol’amore rassicurante della sposa o la mistica solennità della sinagoga.
N’ebbe compassione. E subito San Luca aggiunge un verbo splendido: “Gli si fece vicino”.
Ecco il ruolo essenziale dell’uomo che esprime l’impegno politico-sociale sulla Gerusalemme etico della vita. Farsi vicino. Accostarsi al popolo. Condividere l’esperienza dolorosa della gente.
Un politico che disdegni la “prossimità” e si chiuda nell’alterigia aristocratica della sua funzione, non è degno di questo nome. Un uomo impegnato nel sociale, che si trinceri nei palazzi del potere o che si nasconda dietro le scrivanie delle procedure burocratìche, maschera semplicemente il suo egoismo e camuffa o la propria incapacità o l’assenza di misericordia o inconfessati istinti di dominio.
Il politico vero, come il buon Samaritano, ha misericordia del popolo e gli si fa vicino per restituirgli la “mezza vita’ che gli hanno tolta e non per aggiungergli la ‘mezza morte” che gli manca e stenderlo definitivamente.
Nell’azione politica del buon Samaritano possiamo distinguere tre interventi. L’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo, e quello dell’ora prima. I primi due sono stati messi in atto. Il terzo intervento, no.
Il samaritano dell’ora giusta


Mi spiego. L’intervento dell’ora giusta è quello praticato dal Samaritano che, fattosi vicino al poveruomo, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. E’ il gesto del pronto soccorso, dell’assistenza immediata, delle cure ambulatoriali.
E’ una dimensione che il politico non può trascurare, magari sotto il pretesto che a lui non spetta fare assistenzialismo e che gli compete, invece, interessarsi solo dei massimi sistemi.
Quante volte, con questa scusa di comodo, si lasciano incancrenire i problemi, si rimanda la disinfezione delle ferite procurate dagli apparati strutturali, si tollera la degenerazione di tutti gli ictus inferti dal sistema, si rimandano i provvedimenti relativi ai diritti primari di ogni essere umano (quali la casa, la salute, il sostentamento, l’istruzione), e si permette che i miserabili dormano alla stazione, i poveri marciscano in catapecchie malsane, gli anziani vivano come rottami nello squal,lore dei cronicari, e caterve di ragazzi evasori della scuola dell’obbligo ingrossino la turba delinquenziale che minaccia come una nube tossica le nostre città.

Il samaritano dell’ora dopo

L’intervento dell’ora dopo è quello descritto da San Luca con una serie di verbi molto eloquenti: il Samaritano caricò il malcapitato sul suo giumento, lo portò a una locanda, si prese cura di lui, il giorno seguente (quindi passò la notte col ferito) diede due denari all’albergatore e lo pregò di farsi carico della situazione assicurandogli che tutte le spese gli sarebbero state rifuse al suo ritorno.
Non manca nulla a quello che potremmo chiamare “progetto globale di risanamento”.
Dall’impostazione della pratica alla verifica.
Dall’analisi iniziale al collaudo definitivo.
E’ su questo versante che si esprime la cosiddetta “volontà politica” del Samaritano, che non si contenta dell’aiuto improvvisato su due piedi e forse anche un po’ populista o, per lo meno, scenografico, ma va alla ricerca delle cure cliniche del caso, e toglie definitivamente quell’uomo dalla strada. Rimettendoci, per giunta: in tempo e in denari.
Questa è la vera carità politica, che analizza in profondità (scientificamente, diremmo oggi) le situazioni di malessere, apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato, non fa delle sofferenze della gente l’occasione per gestire i bisogni a scopo strumentale di lucro o di potere, e paga di persona il prezzo salato di una solidarietà che diventa passione per l’uomo.
Che duri colpi vengono dalla “misericordia” del Samaritano sulla nostra mentalità clientelare, sulle architetture losche dei nostri tornaconti, sui vassallaggi dei nostri sistemi correntizi, sulle spartizioni oscene del denaro pubblico, sul fariseismo delle nostre intenzioni protese a fini reconditi di dominio!
Il samaritano dell’ora prima
C’è infine l’intervento dell’ora prima, non registrato dal Vangelo, ma che è lecito ipotizzare in questi termini:
se il Samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata.
Io penso che la “misericordia”, cioé la “compassione del cuore”, nel politico deve diventare anche “compassione del cervello”.
E allora è necessario che egli ami prevedendo i bisogni futuri, pronosticando le urgenze di domani, intuendo i venti in arrivo, giocando d’anticipo sulle emergenze collettive, utilizzando il tempo, che ordinariamente spreca nel riparare i danni, a trovare il sistema per prevenirli.
Di qui, la necessità inderogabile che l’impegno politico-sociale sia affidato a gente che non si estenua nel sottobosco degli intrallazzi, nel recinto delle manovre occulte, nel chiuso delle trame nere, nella malignità dei sorpassi clandestini, nelle esercitazioni delle stroncature demolitrici ai danni del prossimo. Di qui, l’assoluto bisogno che chi si assume l’impegno politico guardi lontano, al di là degli steccati stereotipatii, per. additare in termini planetari i focolai da cui partono le ingiustizie, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Di qui, la capacità di discernimento e di conversione che deve caratterizzare l’uomo impegnato in politica.
Discernimento dei segni dei tempi; intuizione delle grandi utopie che irrompono nell’oggi e diventano già carne e sangue; percezione della pace e frutto della giustizia.
Conversione, che deve farvi ribaltare copernicanamente la visione egoista che avete del vostro mestiere. Fino a farvi diventare mistici, o artisti, o bambini, per dirla con Gioacchino da Fiore il quale affermava che il futuro sarà guidato da queste categorie di persone.
La speranza è in agguato
Coraggio, miei cari amici. Il Natale vi dia la percezione del compito straordinario che siete chiamati ad assolvere, quale che sia la vostra estrazione ideologica e culturale.
“La politica, diceva La Pira, è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio. Perchè è la guida dei popoli, una responsabilità immensa, un severissimo servizio”.
Non scoraggiatevi. Anche se è buio intorno.
Non tiratevi indietro, anche se avete la percezione di camminare nelle tenebre.
Rostand cantava: “C’est la nuit qu’il est beau d’anendre la lumière; il faut forcer laurore ° naitre en y croyant”.
E di notte che è meraviglioso attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci.
Amici, forzate l’aurora.
E’ l’unica violenza che vi è consentita.

don Tonino Bello

Tratto da “Sui sentieri di Isaia”, ed. La Meridiana

Riflessione svolta nei corso dell’incontro di spiritualità per gli Operatori della politica, tenutosi a Molfetta il 21 dicembre 1986.

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