Waiting for the Holy Spirit

(01/03/2013)

colomba+raggi

Non riesco ad appassionarmi alle questioni relative alle dimissioni di Papa Ratzinger. Pur capendo che è certamente un evento storico, non riesco a percepire le ricadute che questo può avere sulla vita quotidiana di deboli e dereletti in tutto il mondo.

Mi pare che nell’ultima cena di Giovanni sia chi sta più in alto a lavare i piedi a chi sta sotto. La mia impressione, parlando con gente comune nelle parrocchie e ascoltando i vari commenti dei credenti praticanti, è che stiano tutti a guardare in alto e a preoccuparci per un uomo che si ritira in un isolamento che se non è dorato poco ci manca.

“Non scappa dalle responsabilità ma si ritira più in alto a pregare per la Chiesa.” 

Daniele Menozzi sostiene che il processo di desacralizzazione del Papa deve subire ben altri passi prima di uscirne intaccato. Nei secoli, si è infatti passato dal definirlo ‘vicario di Pietro’, poi ‘vicario di Cristo’ e infine ‘vicario di Dio’. Credo proprio che quello che mi differenzia da altri cattolici e che per me il Papa è simbolo di unità cristiana nel senso di vicario di Pietro. E Pietro sicuramente non era un Papa regale.

Non riesco proprio ad appassionarmi ad eventi come il nuovo Conclave. Eventi, cioè, su cui non ho il minimo controllo (e passi) ma di cui soprattutto non ho la minima conoscenza delle dinamiche interne. Si dice comunemente: “Preghiamo affinché lo Spirito Santo ispiri i cardinali.” Non capisco questa Pseudo-Teologia delle Spirito Santo che mi pare fuori dalle logiche evangeliche per un istituto fortemente controllato da un élite.

Spesso chiedo: “Che impatto ha il Papa sulla tua vita quotidiana?” Non ricevo risposte chiare ma spesso sguardi stupiti come se pronunciassi cose blasfeme. E’ allora che capisco quanto Menozzi abbia ragione.

Attendendo lo Spirito Santo, leggiamo cosa scrive Ivone Gebara.

(FD)

 

(traduzione di Elisa Frediani, che ringrazio)

 

                     L’elezione  di un nuovo papa e lo Spirito Santo

 

Dopo l’encomiabile gesto  di rinuncia al governo della Chiesa Cattolica Romana da parte dell’anziano  Benedetto XVI, si sono succedute diverse interviste ad alcuni vescovi e sacerdoti nelle stazioni radiotelevisive in tutto il paese. Senza dubbio un evento di tale importanza per la Chiesa Cattolica Romana fa notizia e  induce a  previsioni ed elucubrazioni di vario tipo, soprattutto su sospetti, intrighi e conflitti tra le mura del Vaticano, che avrebbero accelerato la decisione del Papa.

   Nel contesto delle prime notizie , ciò che ha richiamato la mia attenzione è stata una cosa  a prima vista piccola ed insignificante per gli analisti che trattano le vicende del Vaticano. Si tratta del modo in cui alcuni padri intervistati o sacerdoti conduttori di programmi televisivi hanno risposto, quando fu chiesta la  loro opinione su chi sarebbe stato il nuovo Papa,  partendo per la tangente.

Si riferivano all’ispirazione dello Spirito Santo, o alla sua volontà, come se questo fosse l’elemento da cui dipendeva  l’elezione del nuovo pontefice romano. Niente  riguardo al pensare in  persone concrete per poter rispondere alle sfide delle situazioni mondiali, niente riguardo al dar vita a una riflessione nella comunità, nessuna parola sui problemi attuali della Chiesa che l’hanno spinta   in un marasma significativo, nessun ascolto dei clamori provenienti dalla comunità cattolica  per la  democratizzazione delle anacronistiche strutture che sostengono la Chiesa istituzionale.

   La formazione teologica di questi padri comunicatori non permette loro di uscire  da un discorso   scontato ed astratto ben noto, un discorso che continua a ricorrere, come spiegazione, a forze occulte, e così, in un certo modo, conferma il proprio potere.

   Il continuo riferimento allo Spirito Santo a partire da un misterioso modello gerarchico è un modo di camuffare i veri problemi della Chiesa e una forma di retorica religiosa per non rivelare i conflitti interni che l’istituzione ha vissuto.

   La teologia dello Spirito Santo per loro continua  ad essere magica e  a fornire spiegazioni che ormai non possono parlare ai cuori e alle coscienze di molte persone che apprezzano il lascito del Movimento di Gesù di Nazaret. E’ una teologia che inoltre continua ad alimentare la passività del popolo credente di fronte alle molteplici dominazioni, compresa quella religiosa. Continuano a ripetere formule come se queste soddisfacessero la maggioranza delle persone.

   Mi rattrista il verificare una volta di più che i religiosi e alcuni laici che lavorano nei mezzi di comunicazione non si rendano conto che viviamo in un mondo dove i discorsi debbono essere più assertivi e caratterizzati da riferimenti filosofici consistenti, oltre alla scolastica tradizionale.

   Un quadro di riferimento umanistico li renderebbe molto più comprensibili per la generalità delle persone, includendovi i non cattolici e i non religiosi. La responsabilità dei mezzi di comunicazione religiosi è enorme ed implica l’importanza di mostrare come la storia della Chiesa dipenda dalle relazioni ed intersecazioni di tutte le storie dei paesi e degli individui. E’ ormai tempo di abbandonare quel linguaggio metafisico ed astratto, come se un Dio si andasse ad occupare  soprattutto  di eleggere un nuovo Papa, indipendentemente dai conflitti, le sfide, le iniquità e le qualità umane. E’ l’ora di affrontare un cristianesimo che ammetta il conflitto delle volontà umane e di riconoscere che alla fine di un processo elettivo , non sempre l’elezione avvenuta può essere considerata la migliore possibile per l’insieme.  Affrontare la storia della Chiesa come una storia costruita da tutte  e tutti noi è testimoniare rispetto per noi stesse/i e mostrare la responsabilità che abbiamo tutte e tutti quelli che ci consideriamo membri della comunità  cattolica romana.

   L’elezione di un nuovo papa è qualcosa che ha che vedere con l’insieme delle comunità cattoliche sparse per il mondo e non solo con una élite di età avanzata, minoritaria e maschile. Per tanto è necessario andare oltre a un discorso giustificativo del potere papale ed affrontare i problemi e le sfide reali che stiamo vivendo.

   Senza dubbio per fare ciò le difficoltà sono molte e l’affrontarle  richiede nuove convinzioni e il desiderio reale di promuovere mutamenti che favoriscano la convivenza umana.

   Mi preoccupa una volta di più che non si discuta più apertamente del fatto che il governo della Chiesa istituzionale  sia consegnato  a persone anziane che, nonostante le loro qualità e la loro sapienza, non sono più capaci di far fronte con vigore e disinvoltura alle sfide che queste funzioni presentano. Fino a quando la gerontocrazia maschile papale sarà  il  doppione dell’immagine di un Dio,  bianco, anziano e dalla barba bianca?

   Ci sarà qualche possibilità di uscire da questo schema o almeno di iniziare una discussione in vista di una futura organizzazione differente? Ci sarà qualche possibilità di aprire questa discussione nelle comunità cristiane popolari che hanno diritto all’informazione e a una formazione  cristiana  più adeguata ai nostri tempi?

   Conosciamo in che misura la forza delle religioni  dipenda da sfide e comportamenti frutto di convinzioni capaci di sostenere la vita di molti gruppi. Tuttavia le convinzioni religiose non possono ridursi ad una visione statica delle tradizioni e neppure ad una visione deliberatamente ingenua delle relazioni umane. Le convinzioni religiose, in egual modo, non possono  ridursi all’onda delle più svariate devozioni che si propagano attraverso i mezzi di comunicazione. Di più, non possiamo continuare a trattare  il popolo da ignorante  e incapace di formulare domande intelligenti e sagaci  riguardo alla Chiesa. Ciò nonostante i padri comunicatori credono di star trattando con persone passive e tra queste  ci sono molti  giovani che sviluppano un culto romantico intorno alla figura del papa. I religiosi mantengono questa situazione, spesso comoda, per ignoranza o per sete di potere. Confermare  l’interferenza divina nelle scelte della Chiesa Cattolica  gerarchica, che prescindono dalla volontà delle comunità cristiane sparse per il mondo, è un esempio flagrante di questa situazione. E’ come se volessero riaffermare erroneamente che la Chiesa è in primo luogo il clero e le autorità cardinalizie alle quali è conferito il potere di eleggere un nuovo papa e che questa è la volontà di Dio. Alle migliaia di fedeli compete solamente pregare perché lo Spirito Santo  scelga il migliore ed aspettare che la fumata bianca annunci una volta di più  il fatidico “habemus papam”

.

   In modo abile continuano a  tentare di far fuggire i fedeli dalla storia reale, dalla loro responsabilità collettiva, attraverso il ricorso a forze superiori che dirigano la storia e la Chiesa.

  Dispiace  che questi formatori dell’opinione pubblica stiano vivendo ancora in un mondo che è teologicamente e forse perfino storicamente pre-moderno, dove il sacro sembra separarsi dal mondo reale e situarsi in una sfera superiore di poteri alla quale soltanto alcuni pochi hanno accesso quasi diretto. E’ desolante vedere come la coscienza critica in relazione alle proprie credenze infantili non sia stata risvegliata in beneficio proprio e di quello della comunità cristiana. Sembra perfino che  si mettano in risalto  i molti oscurantismi religiosi presenti in tutte le epoche, mentre il Vangelo di Gesù continuamente ci convoca alla responsabilità comune degli verso gli altri.

   Conoscendo le molte difficoltà affrontate da papa Benedetto XVI durante il suo breve ministero papale, i mezzi di comunicazione cattolica  mettono in risalto soltanto le sue qualità, la sua dedizione alla Chiesa, la sua intelligenza teologica, il suo pensiero vigoroso, come se volessero una volta di più nascondere i limiti della sua personalità e della sua posizione politica  non solo come Pontefice , ma anche come presidente, per molti anni, della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’antico Santo Uffizio. Non permettono che le contraddizioni umane dell’uomo Joseph Ratzinger  appaiano e che la sua intransigenza legalistica  e il tratto punitivo che caratterizzarono , in parte, la sua persona siano ricordati. Parlano, dai tempi della sua elezione, soprattutto come di un papato di transizione. Senza dubbio di transizione, ma di transizione verso dove?

   Mi piacerebbe che l’encomiabile atto di rinuncia di Benedetto XVI  potesse esser vissuto come un momento privilegiato per invitare le comunità cattoliche a ripensare le proprie strutture di governo e i privilegi medievali che questa struttura ancora comporta.

   Questi privilegi sia dal punto di vista economico, come quello politico e socioculturale, mantengono il papato e il Vaticano come uno Stato maschile a parte. Però uno Stato maschile con rappresentanza diplomatica influente e servito da migliaia di donne in tutto il mondo, nelle differenti istanze della sua organizzazione. Questo fatto ci invita a riflettere anche sul tipo di relazioni sociali di genere che questo Stato continua a mantenere nella storia sociale e politica attuale.

   Le strutture pre-moderne che questo potere religioso ancora mantiene  debbono essere confrontate con le aspirazioni democratiche dei nostri popoli nella ricerca di nuove forme di organizzazione che corrispondano meglio ai tempi e ai gruppi plurali di oggi. Debbono essere confrontate con le lotte delle donne, delle minoranze e maggioranze razziali, delle persone di diversi orientamenti sessuali ed opzioni, di pensatori, scienziati  e lavoratori delle più diverse professioni. Debbono essere rielaborate nella prospettiva di un maggiore e più fruttifero dialogo con altri credi religiosi e con il patrimonio  di sapienze sparso per il mondo.

   E  per finire, voglio tornare allo Spirito Santo, a questo vento che soffia in ciascuna e ciascuno di noi, a questo soffio che è in noi ed è più grande di noi , che ci avvicina e ci rende interdipendenti  tra  tutti i viventi. Un soffio di molte forme, colori, sapori ed intensità. Soffio di compassione e di tenerezza, soffio di eguaglianza e di differenza. Questo soffio non può più essere   utilizzato per giustificare e mantenere strutture privilegiate di potere e tradizioni  antiche o medievali, come se si trattasse di una legge o di una norma indiscutibile ed immutabile. Il vento, l’aria, lo spirito soffia dove vuole e nessuno deve azzardarsi a voler essere neanche  per una sola volta suo proprietario. Lo spirito è la forza che ci avvicina gli uni agli altri, è l’attrazione che permette che ci riconosciamo come somiglianti e differenti, come amiche e amici, e che insieme cerchiamo cammini di convivenza, di pace e giustizia. Questi cammini dello spirito sono quelli che ci permettono di reagire alle forze oppressive che nascono dalla nostra stessa umanità, quelli che ci portano a denunciare le forze che impediscono la circolazione della linfa della vita, quelli che ci portano a

s-velare  i segreti occulti dei potenti. Pertanto, lo spirito si mostra nelle azioni di misericordia, nel pane condiviso, nel potere condiviso, nella cura delle ferite, nella riforma agraria, nel commercio equo, nelle armi trasformate in aratri, infine, nella vita in abbondanza per tutte e tutti. Questo sembra essere il potere dello spirito dentro di noi, potere che deve essere risvegliato in ogni nuovo momento della nostra storia ed essere risvegliato da noi, tra di noi e per noi.

 

Ivone Gebara

(Febbraio 2013) 

   

 

  

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