Sarajevo, not to forget

(19/12/2012)

Sono stato a Sarajevo, a venti anni dalla marcia promossa da don Tonino Bello e dai Beati Costruttori di Pace, nel dicembre del 1992. E’ stato un modo per ricordare quell’evento e al tempo stesso capire la Sarajevo di oggi, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Non ero mai stato nella splendida capitale bosniaca, luogo complesso ma ricco di storia, cultura ed emozioni contrastanti. Avevo “visitato” i Balcani durante la guerra, andando come volontario nei campi profughi e successivamente avevo partecipato alla commemorazione del quindicinale del genocidio di Srebrenica nel 2010, era quindi la prima volta che vedevo Sarajevo. Il primo ricordo è stato per Gabriele Moreno Locatelli, il pacifista bresciano ucciso da un cecchino sul Ponte Vrbanja il 3 ottobre 1993. Molti dei presenti avevano condiviso con lui giorni e speranze durante il conflitto.

Il sabato abbiamo partecipato al Convegno, vero e proprio momento di ricordo, purtroppo poco partecipato dalla comunità di Sarajevo, così come dalle stesse Istituzioni della città. Credo che questo deve far riflettere: Sarajevo, la Bosnia hanno voglia di futuro, cercano una loro strada e cercano di dimenticare il passato. La cultura della memoria, a noi così cara, è forse per loro ancora un difficile e pesante fardello.

 A Sarajevo siamo arrivati in tanti con esperienze diverse ma con la stessa voglia di prossimità verso un popolo così colpito dalla guerra, così ferito nei rapporti umani che noi difficilmente possiamo capire. Il vescovo ausiliare della città monsignor Pero Sudar, ci ha detto una cosa bella e significativa «È importante per noi abitanti di Sarajevo ricordare chi è entrato tra noi con azioni audaci, mentre tutti volevano scappare. Ma se allora c’era l’esigenza di un certo tipo di solidarietà, oggi viviamo altri guai e continuiamo ad avere bisogno di simpatia, appoggio, di un messaggio di pace e umanità.”  Mi è piaciuto tantissimo il suo appello, la sua richiesta di simpatia per il suo popolo, per la gente e per il territorio bosniaco. Credo davvero che l’esperienza di venti anni fa sarà importante per noi ma soprattutto per i cittadini di Sarajevo e dell’intera Bosnia se riusciremo ancora oggi a stare accanto a questo popolo, condividendo il loro giornaliero, le loro fatiche quotidiane, così influenzati dagli effetti della guerra ma anche dal “mostro politico” generato dalla pace di Dayton, che certamente non favorisce integrazione, pace, tolleranza solidarietà.

Il viaggio prevedeva un passaggio anche a Srebrenica, città suo malgrado simbolo, di questa tristissima pagina della nostra Europa. Le condizioni avverse del tempo ci hanno impedito di andare, peccato. Ma voglio ricordare quel luogo, ormai a me divenuto caro, con le parole di Elvira Mujcic, amica e scrittrice di Srebrenica, che in una sua poesia intitolata “Libertà“ ci racconta il suo dolore:

 

 “La terra fatta di sangue scorreva sotto i miei piedi La mia gente fatta

di dolore sfilava davanti ai miei occhi Nel silenzio della disperazione

sentivo le risate dei bambini, o forse era la mia infanzia che mi inseguiva

ridendo? La miseria della città distrutta era enorme quanto

quella della mia vita. L’immensità delle tombe finiva là, in un punto

dell’orizzonte, dove Dio accarezzava il mondo. Disperatamente vi cercavo

intorno ai palazzi bruciati; inutilmente mi aggiravo tra le macerie

della città per salvare le vostre vite. Illusa! Volevo vedervi correndo

per le strade ferite. è questo il prezzo per vedere il nostro cielo libero.

Ma che è la libertà se le tenebre della morte sono più scure delle notti

invernali? Se siamo tutti un po’ orfani, un po’ vedove e un po’ morti?

Che è la libertà se i prati dei nostri cimiteri si protraggono oltre l’infinito

del cielo?”

 

‘Don’t forget’, si legge ai piedi del ponte di Mostar. La Bosnia ei suoi cittadini ci chiedono di non dimenticare, ma ci chiedono anche di non perdere mai la simpatia verso di loro e verso il loro futuro, non deludiamoli.

(Stefano Landucci, Pisa)

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