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Diario del collettivo dalla Palestina

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MARTEDI’ 23 AGOSTO
A 15 anni ho capito che stavamo vivendo in una bugia, volevo esplodere ma non potevo farlo o gli altri sarebbero esplosi contro di me. Da lì ho tentato di fermarli, di aiutare le persone a resistere, di cambiare le cose. ”
G., Ta’ayush

“La verità è una, a volte non è né sui libri né quella che ti racconta la tua famiglia. La verità è la verità.”
Dana, Shuafat campo profughi palestinese a Gerusalemme

Ta’ayush significa in arabo “vivere insieme”, sono un gruppo di attivisti israeliani che ogni sabato affiancano palestinesi nelle lotte per l’accesso alle loro terre. Terre in Area C, sotto occupazione israeliana civile e militare a cui è difficile accedervi a causa della violenza di coloni e forze armate. Terre che contano il 60% della Cisgiordania e vengono usate per la pastorizia, per l’agricoltura, per vivere. G. è da 6 anni uno dei membri più attivi del gruppo. Gruppo che rappresenta una piccolissima parte della società israeliana, accusati di tradimento della patria poiché “aiutanti del nemico”.

Dana è una giovanissima studentessa di infermieristica. Studia a Betlemme e ogni mattina impiega due ore per raggiungere l’università nonostante parta da circa 15 km di distanza. Dana è nata e vive a Shuafat, campo profughi a Gerusalemme est. 1km quadrato circondato dal muro di separazione fra Israele e Palestina dove vivono 60.000 persone che possono espandersi solo in altezza, e hanno un solo accesso alla città di Gerusalemme controllato 24/7 da militari israeliani che decidono le sorti dell’intera popolazione.

Li abbiamo incontrati insieme , seduti intorno a un tavolo ad ascoltare le loro storie. Un uomo ebreo israeliano ed una ragazza musulmana palestinese che combattono da anni su un fronte comune e che solo oggi si sono scoperti complici nella lotta per la libertà e la verità.

Un incontro emozionante che condividiamo con voi.

MERCOLEDI’ 24 AGOSTO
La mattina di mercoledì 24 agosto abbiamo incontrato, al paese di Kav Al Amar, suor Agnese (suora comboniana di Gerusalemme Est) e Abu Kamis, rappresentante del gruppo di beduini che vive in quel territorio). L’obiettivo dell’incontro era conoscere la situazione del villaggio ma soprattutto la, come l’hanno soprannominata, “scuola di gomme”. È stata così chiamata per via del fatto che è stata costruita con delle gomme d’auto e poi ricoperta da uno strato di terra. Questa ingegnosa idea è venuta a due architetti italiani che l’hanno progettata per ovviare alla regola israeliana secondo la quale le costruzioni in cemento devono prima essere autorizzate dalla Stato d’Israele. La scuola, realizzata anche grazie alla ONG italiana “Vento di terra”, è il simbolo della strenua resistenza che questa etnia sta portando avanti contro la conquista territoriale da parte dei coloni israeliani. La scuola ospita 150 bambini dei vari villaggi vicini e permette loro di crescere e maturare. Adesso però lo Stato d’Israele ne ha ordinato la demolizione dicendo che non è una struttura adeguata ad essere una scuola ma noi, con i nostri occhi, abbiamo visto che invece è una bella struttura. Con le nostre orecchie abbiamo udito il personale insegnare con professionalità. Con il nostro olfatto abbiamo sentito il profumo di vita “normale” che queste persone vorrebbero vivere. Con il nostro tatto, soprattutto nella stretta di mano data alla direttrice della scuola, abbiamo percepito una grande forza di volontà. Con la nostra bocca, a questo punto, non possiamo che usarla per rilanciare il messaggio che Abu Kamis, ha detto a noi: “Avete visto con i vostri occhi; parlate con il cuore beduino dicendo la verità”.

Nel pomeriggio abbiamo incontrato i “Rabbini per i diritti umani” ovvero un’organizzazione di israeliani che si occupa di offrire assistenza legale ai palestinesi che vengono perseguiti dalla “in-giustizia” israeliana. I Rabbini svolgono inoltre un lavoro educativo nelle scuole israeliane e all’interno dell’esercito. La loro attività, come tutti gli israeliani che supportano la causa dei palestinesi, viene mal vista dai loro concittadini e quindi si devono muovere con grande destrezza. Le loro motivazioni si basano sulle fondamenta religiose dell’ebraismo che, secondo loro, devono andare di pari passo con i diritti umani. E in Palestina ci sono tantissimi “storti” che devono tornare “diritti”! Lo scriviamo perché ce l’hanno raccontato e perché lottano ogni giorno per questo grande obiettivo. Il loro carisma, la loro caparbietà e il loro entusiasmo ci hanno fatto respirare un’aria di speranza per il futuro. La situazione è complessa e sta tutta nelle parole di A.: “se, dopo una settimana, andate via pensando di avere capito tutto allora il vostro viaggio non è andato bene. Se invece andate via con delle domande in più siete sulla strada giusta”. Nonostante questa complessità continuano a darsi da fare per cambiare la loro stessa società e non si arrendono anche di fronte delle sconfitte. Sanno che la loro fede (religiosa e sociale) può portare un vento di novità e la nascita di un nuovo mondo più umano e con più diritti per tutti!
Pace a tutti

GIOVEDI’ 25 AGOSTO
Donne che resistono
La resistenza quotidiana contro l’occupazione israeliana in Palestina ha anche il volto e la tenacia delle donne.
Ad aprirci le porte della terrazza che si affaccia su Gerusalemme Est è la gentile suor Teresa che, insieme alle altre suore comboniane, ci mostra le contraddizioni del paesaggio che si estende di fronte a noi. Incontriamo la pazienza, la costanza e la determinazione di resistere alle violazioni dei soldati israeliani che invadono la loro struttura, mentre continua a crescere lo spettacolo floreale che si arrampica verso il filo spinato. Profumo di gelsomino, delicato e mediterraneo, in contrapposizione ai balconi di alcune abitazioni rinchiusi in box, dove Israele non è riuscito a costruire il muro. Scendiamo dalla terrazza di Gerusalemme Est, mentre salutiamo altre due suore comboniane che vivono in un appartamento al di là del muro, acquistato per stare vicino ai palestinesi oppressi dall’altra parte.
Alla moderna e funzionale università di Bir zeit, frequentata da circa dieci mila studenti, incontriamo Emilia, docente di microbiologia. Passeggiando tra il giardino botanico universitario, la professoressa ci racconta che l’occupazione israeliana sta distruggendo anche la biodiversità autoctona palestinese.
Rientrando nella meravigliosa e caotica Ramallah per poi proseguire verso Twani assistiamo al processo di autodeterminazione femminile. Le protagoniste sono due donne impegnate da molti anni per mantenere viva la tradizione del ricamo.
Il primo esempio femminile è il ”Laboratorio di ricamo palestinese”, nato nel 1988 a Ramallah, avviato inizialmente con tre lavoratrici e arrivato a duecentocinquanta.
Il secondo esempio di resistenza per l’emancipazione femminile è dato dalla produzione di vestiti di alta moda, realizzati grazie alla collaborazione delle donne palestinesi del villaggio di Twani e le donne israeliane, coordinate da due stiliste americane. Quest’esperienza lavorativa promossa e portata avanti da trentasei donne, è la dimostrazione che, attraverso la solidarietà, l’incontro e il confronto degli uni verso gli altri, si possono superare confini geografici, culturali e sociali. Di fronte a queste testimonianze si è consapevoli, che se lo si vuole, un altro mondo migliore è possibile. Come dice K.: ”Se ci unissimo tutti, pensate a quanto riusciremmo a fare nel mondo e per il mondo!”

VENERDI 26 e SABATO 27 AGOSTO
Le Colline a sud di Hebron “will never, ever give up”

Il 69% dei Territori Palestinesi Occupati è area C, sotto controllo amministrativo e militare israeliano, martoriato da scontri continui tra i contadini e pastori palestinesi che ancora ci vivono e i coloni israeliani che li occupano e spesso accerchiano opprimendo i villaggi stessi.
Nel nostro pellegrinaggio di giustizia non potevamo rinunciare a camminare su quel vasto territorio di Palestina e a capire cosa davvero accade quotidianamente in quelle terre, ora non possiamo rinunciare a testimoniare la forza delle scelte e delle lotte silenziose che queste persone ci hanno raccontato.
Le storie di questi villaggi sono tutte diverse ma su tanti aspetti simili perché quando si parla di oppressione, non importa con quali metodi essa venga applicata, provoca sempre sofferenza, umiliazione e precarietà..ma soprattutto questi villaggi continuano ad esistere e la cosa che li accomuna è il fatto che “resistono per poter continuare ad esistere”.
At Tuwani è uno dei tanti villaggi in cui i palestinesi continuano a vivere in area C ed è il più grande tra le comunità che fanno parte del comitato di resistenza popolare nonviolente delle colline a sud di Hebron.
Siamo arrivati a At Tuwani giovedì sera, accolti da Nasser e sua moglie Kiffah, persone carismatiche e piene di speranza perche hanno visto tutta la distruzione portata dai coloni e dalle forze dell’occupazione israeliana nel loro villaggio, ma anche tutti i successi e la vita che hanno creato con la loro resistenza nonviolenta.
Abbiamo avuto la fortuna di essere accompagnati in queste zone così vive ma così difficili da raggiungere dai volontari di Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace che vive in questi luoghi accanto ai palestinesi per condividerne la sofferenza e la speranza, le sconfitte e le vittorie. Come internazionali riescono a proteggere la popolazione da tanti soprusi o spesso, almeno, riescono a fotografare e filmare queste violazioni di diritti umani perché possano essere testimonianza di quanto avviene in queste zone silenziose e ignorate dal mondo.
Sono stati due giorni intensi e importanti, ci hanno permesso di capire davvero cosa significa vivere nella precarietà e nella paura che le proprie case o i luoghi importanti della propria comunità come asili, scuole e moschee vengano rasi al suolo “senza se senza ma” da delle ruspe con ordini di demolizione firmati senza preavviso.
Ci siamo spinti fino a Tuba, tra i villaggi delle colline a sud di Hebron e per arrivarci abbiamo camminato per quei sentieri rocciosi e a tratti impervi, sotto il caldo sole estivo, ascoltando i racconti dei volontari con noi e immaginando come debba essere correre per quelle stesse colline, scappando dalle sassate dei coloni israeliani che si scagliano quasi quotidianamente contro pastori, semplici passanti o talvolta bambini che tornano da scuola.
Abbiamo incontrato tanti volti umani pieni di speranza e di gioia nell’accogliere questi internazionali che si interessano e a cui chiedono di portare a casa e al mondo le loro storie, abbiamo incrociato tanti bambini con sorrisi e occhi che sognano il futuro e abbiamo mangiato in tende e grotte dove nonostante la povertà estrema siamo stati accolti come grandi ospiti con cene e the deliziosi.
Stamattina abbiamo voluto essere presenti nel villaggio di Um Al Kher, dove qualche giorno fa sono state demolite tre case beduine e un centro comunitario, ed abbiamo camminato insieme a palestinesi e israeliani sulla strada al confine tra il villaggio palestinese e la colonia israeliana vicinissima come gesto di resistenza. Ripartiamo da qui più consapevoli e pieni di entusiasmo portando con noi nel cuore e nei pensieri le parole di Hafez, capo villaggio a At Tuwani: “I palestinesi di quest’area sanno bene che l’occupazione vuole cacciarci, ma noi stiamo dimostrando alle forze dell’occupazione che più ci faranno soffrire e più saremo forti, ogni volta che distruggeranno noi ricostruiremo e non ci arrenderemo mai.”

Pellegrini di giustizia con Pax Christi

DOMENICA 28 AGOSTO
Diritto alla salute, diritto alla vita

“We are not a target” urlava qualche mese fa MSF dai territori di guerra dove salva vite e custodisce umanità e nei quali si era improvvisamente ritrovata ad essere bombardata perdendo la sicurezza di poter operare il bene e per il bene di tutti.
Dove si combattono guerre sanguinose e i bombardamenti sono quotidiani, può sembrare quasi inevitabile un attacco erroneo anche su ospedali internazionali…
Ma cosa c’entra questo con il nostro pellegrinaggio? Cosa c’entra con la Palestina?
In Palestina è in corso un’occupazione militare, non c’è una guerra e non si contano fortunatamente bombardamenti quotidiani in Cisgiordania, eppure il diritto alla salute non è garantito a tutti e gli ospedali sono anche qui un target delle forze dell’ordine israeliane.
Oggi vogliamo raccontarvi di questo diritto alla salute negato perché l’occupazione israeliana provoca spesso le stesse conseguenze degli scontri armati in territorio di guerra: sofferenze e morti che sarebbero evitabili se solo si garantissero corridoi umanitari e cure per tutti.

Il Caritas Baby Hospital è un ospedale d’avanguardia a Betlemme che cura oltre 4000 bambini al mese. L’idea di una struttura sanitaria dedicata ai bambini palestinesi venne ad un prete svizzero che, attraversando un campo di profughi la notte di natale del 1952, si imbattè in un padre di famiglia, inginocchiato a fianco alla sua tenda intento a seppellire il corpicino del figlio.
Da allora la passione e l’umanità di padre Ernest è stata trasmessa a tutte le suore e i medici che hanno condiviso la missione di assistere i bambini malati dei Territori Palestinesi Occupati.
La struttura è in grado di curare patologie pediatriche di base ma per la chirurgia e le malattie più specifiche è ancora richiesta la professionalità degli ospedali israeliani. Suor Donatella ci ha accompagnato nella visita dell’ospedale e con le sue parole tentiamo di raccontarvi le difficoltà che medici e infermieri incontrano nel trasporto dei malati in territorio israeliano: “nel contattare l’ospedale israeliano bisogna sperare che vi siano posti liberi e non vi siano pazienti in attesa, a quel punto si può richiedere il permesso di passaggio in territorio israeliano per il bambino e i suoi genitori ma l’attesa peggiore è quella al check point quando l’ambulanza israeliana che dovrebbe effettuare il trasporto è spesso in ritardo e alle richieste insistenti del personale sanitario palestinese la risposta dei soldati è spesso: ‘non ha importanza se c’è da aspettare, mal che vada ci sarà un terrorista i meno nel nostro paese’…”

La seconda struttura che visitiamo e la clinica Al Sadaqa del dottor Nadal che ci accoglie con un sorriso affaticato ma determinato.
“Come state, dottor Nidal?”
“Resistiamo.”
A guardarlo, anche lui come suor Donatella, trasmette passione e grande umanità.
Il suo è un ospedale spesso danneggiato dai soldati israeliani, il motivo è la loro scelta di curare tutti e proprio tutti: poveri e ricchi ma soprattuto, persone qualunque e anche figli e famigliari di prigionieri accusati spesso ingiustamente dal governo israeliano.
Per questo vengono definiti simpatizzanti dei terroristi, per questo il loro lavoro viene ostacolato in qualsiasi modo ma la loro forza là si legge negli occhi di Nidal e dei suoi colleghi che ti fissano e non abbassano lo sguardo raccontandoti delle loro stesse prigionie e del loro senso di impotenza quando mancano improvvisamente i farmaci dopo un attacco dei soldati.
Abbiamo portato loro farmaci, li abbiamo ascoltati e provato a condividere la loro sofferenza sperando di farli sentire meno soli.
Ci chiedono di non dimenticarci di loro e di aiutarli a comprare qualche strumentazione nuove per la loro piccola clinica. Anche tornando a casa, non ci dimenticheremo di questa loro richiesta.

Nuccia, Chiara, Sara, Francesca, Claudio, Paolo, Marco, Nandino

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