{"id":731,"date":"2011-04-25T14:14:19","date_gmt":"2011-04-25T14:14:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.paxchristi.it\/?p=731"},"modified":"2020-06-22T09:23:58","modified_gmt":"2020-06-22T09:23:58","slug":"partire-dagli-ultimi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.paxchristi.it\/?p=731","title":{"rendered":"Partire dagli ultimi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.paxchristi.it\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/bello023.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.paxchristi.it\/wp-content\/uploads\/2011\/04\/bello023-273x300.jpg\" alt=\"\" width=\"273\" height=\"300\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1646\" \/><\/a>Nelle vicinanze del grande fiume, l\u00e0 dove le acque precipitando da una cascata diventano vorticose, era stata costruita una immensa centrale idroelettrica.<\/p>\n<p>A guardarla da lontano, provocava fierezza. Ma faceva anche impressione. Era tutto un intreccio di condensatori,  valvole gigantesche, di porcellane lucenti, di coltelli, di commutatori a elevato potenziale. Enormi tralicci sostenevano, in aria, cavi d\u2019alta tensione, che conducevano l\u2019energia elettrica dalla centrale verso la citt\u00e0, dove alimentava i traffici degli uomini, assolveva ai bisogni della gente, metteva in moto le macchine supertecnicizzate della moderna civilt\u00e0.<br \/>\nAd appena mezzo chilometro di distanza dall\u2019impianto, c\u2018era  la capanna di un contadino. Viveva con la numerosa famiglia in quel tugurio, da quando era stato costretto ad allontanarsi dal fiume e gli avevano espropriato, con la lusinga di quattro soldi, quel pezzo di terreno che possedeva.  Ora stava male. Veramente male. Soprattutto la sera, quando calavano le ombre. Non aveva luce in casa. Non un televisore, non un frigorifero, non una stufa. Quando andavano a letto, i figli stentavano a prendere sonno perch\u00e9 erano impauriti da quel lamentoso ronzare dei cavi elettrici che, passando altissimi sulla loro capanna, incutevano rassegnazione e mistero.<\/p>\n<p>Un giorno si ferm\u00f2 nei dintorni una squadra di giovani. Venivano da lontano per il campeggio di una settimana.<br \/>\nFecero subito amicizia con la famiglia del contadino e rimasero sorpresi da tanta miseria. Fu una gara di solidariet\u00e0. Condividevano tutto: dai pasti alle escursioni, alle canzoni del bivacco. Soprattutto la sera, nei discorsi attorno al fal\u00f2, era uno scatenarsi di rabbie impotenti, nel vedere cos\u00ec vicini i simboli della civilt\u00e0 del benessere e non poterne utilizzare i vantaggi. Non certo per la malvagit\u00e0 degli uomini, ma per mancanza di strutture intermedie che facessero passare la corrente d\u2019alta tensione dai paurosi tralicci alle minuscole esigenze della capanna.<br \/>\nLa settimana fin\u00ec presto. Questi giovani, prima di partire, vollero lasciare alla famiglia del contadino il televisore portatile, delle stufe a gas, una bellissima radio a transistor, una valigia frigorifero e, soprattutto, un costoso microgeneratore di corrente con le batterie ancora buone.<br \/>\nTra abbracci, lacrime e saluti, e con la promessa che ogni mese qualcuno sarebbe venuto dalla citt\u00e0 per ricaricare le batterie del microgeneratore, i giovani se ne andarono.<br \/>\nEra terminata la <strong><em>fase eroica<\/em><\/strong><em> <\/em>del loro volontariato.<br \/>\nLa faccenda delle batterie and\u00f2 avanti per qualche mese. Poi qualcosa cominci\u00f2 a guastarsi; ora un fusibile, ora un relais, ora un cavetto. Era pi\u00f9 la spesa che l\u2019impresa, anche se sotto tutti questi interventi c\u2019era tanto, tantissimo amore.<br \/>\nFu cos\u00ec che quei giovani (ogni sera si riunivano nella sede del volontariato per interminabili discussioni) decisero che bisognava cambiare metodologia d\u2019intervento. Era assurdo che tanta energia elettrica, organizzata dal grande sistema e prodotta sulle sponde del fiume, dovesse escludere dai suoi benefici quella famiglia di poveri che vi abitavano accanto. Oltre che assurdo, era scandaloso e provocatorio.<br \/>\nFecero il diavolo a quattro.<br \/>\nStamparono allora migliaia di volantini, affissero manifesti, provocarono l\u2019attenzione pubblica in mille modi sul problema di quella famiglia. Chiedevano, in ultima analisi, che le istituzioni pubbliche intervenissero per mediare i provvedimenti, creando strutture intermedie tali da non escludere  nessuno.<br \/>\nRuppero a tal punto l\u2019anima della gente che un giorno, in seduta congiunta, furono ricevuti dal Sindaco, dal Consigliere<br \/>\nregionale prossimo a diventare assessore, e dall\u2019Assessore ai servizi sociali del Comune.<br \/>\nIl pi\u00f9 audace dei giovani prese la parola e disse press\u2019a poco cos\u00ec: \u00abOnorevoli signori, non siamo venuti qui a censurare il vostro operato. Sappiamo bene qual \u00e8 il vostro zelo. Si deve a lei, signor Consigliere regionale, se la Regione ha stanziato tanti miliardi per la costruzione della centrale idroelettrica. Si deve a lei, signor Sindaco, se in citt\u00e0 \u00e8 stata disposta tutta una rete di sfruttamento intensivo delle ricchezze energetiche che ne sono derivate. Anche lei, Assessore comunale, ha fatto tanto perch\u00e9 questa ricchezza venga distribuita senza sperequazioni. Per\u00f2 la vostra azione, pur benemerita, produce uno scarto umano residuale che, nel dialogo dei massimi sistemi, rimane tagliato dal discorso.<br \/>\nIn altri termini, ci sono delle case (come l\u00ec, lungo il grande fiume) in cui la vostra energia ad alta tensione non arriva, perch\u00e9 mancano le cabine intermedie che riducano i voltaggi, che depotenzino le cariche, che entrino nei piccoli circuiti senza fulminarli. Noi siamo venuti qui non a demonizzarvi, ma a farvi l\u2019inventario di tutte le lampadine fulminate dal sistema, anzi escluse addirittura da tutte le reti elettriche della nostra civilt\u00e0.<br \/>\nLa famiglia che sta nei pressi del grande fiume \u00e8 solo il simbolo di tutti coloro che il sistema ignora, danneggia, esclude, se non addirittura calpesta.<br \/>\nAnche noi volontari siamo un simbolo. Il simbolo di tutto ci\u00f2 che dovrebbe umanizzare le cose e farle giungere all\u2019uomo, su misura, senza fulminarle. Ma soprattutto siamo il sirnbolo di una cultura nuova che non accetta pi\u00f9 la privatizzazione del pubblico, ma esige la pubblicizzazione del privato.<br \/>\nCol nostro impegno, a volte fatto anche di paradossi, vorremmo vaccinarvi contro l\u2019ideologia di uno Stato onnipotente. Con le nostre invenzioni, vorremmo sottrarvi al mito della legge che si illude di coprire tutti i bisogni; o degli schemi previdenziali che vogliono pianificare tutti gli interventi, o delle articolazioni dei codici che pretendono di disciplinare tutte le relazioni umane e i rapporti personali.<br \/>\nEcco perch\u00e9, onorevoli signori, non dovete aver paura di noi o temerci come forze concorrenziali. Anzi, dovreste augurarvi che il volontariato non si estingua mai, ma si incrementi, anche quando vi dar\u00e0 fastidio e quando, fino all\u2019esasperazione, vi solleciter\u00e0 a mettere i poveri, gli ultimi, quale principio architettonico del vostro impegno politico.  State tranquilli; non vogliamo assolutamente gestire i bisogni della gente. Desideriamo solo, senza secondi fini, collaborare con voi, coprendo i vuoti lasciati dalle strutture istituzionali e, soprattutto, costituendo la vostra coscienza critica.<br \/>\nE ora provvedete perch\u00e9 alla famiglia del grande fiume giunga la corrente. Le cabine intermedie che costruirete, ricordatevelo, sono il simbolo della mediazione umana nostra e di quanti, come noi, vogliono essere donatori a tempo pieno del loro tempo libero \u00bb.<br \/>\nIl Sindaco, il Consigliere regionale e l\u2019Assessore ai servizi sociali non applaudirono. Ma solo perch\u00e9 erano in tre e non avrebbero fatto molto rumore.<br \/>\nI giovani scesero dal municipio, contenti di aver portato a termine la  <strong><em>fase politica <\/em><\/strong>del loro volontariato.<br \/>\nDopo poche settimane, nella casupola del contadino, presso il grande fiume, la luce elettrica splendeva come fosse giorno.<br \/>\nLa storia non finisce qui. Siccome cominciarono ad arrivare al contadino delle bollette molto salate, i giovani volontari intrapresero delle indagini laboriose. Una prima volta si accorsero che la colpa era sempre del sistema: s\u00ec, c\u2019erano delle<br \/>\nperdite di corrente a causa dell\u2019impianto fatto male dagli operai dell\u2019Enel (forse un po\u2019 in fretta, come succede quando<br \/>\ni destinatari di qualche beneficio sono i poveri). Una seconda volta scoprirono che c\u2019erano degli errori nel rilevamento dei dati del contatore o in altri marchingegni tecnici. E, infine, notarono che quella famiglia, non abituata a certe diavolerie moderne, faceva un po\u2019 di spreco.<br \/>\nQuei giovani capirono che cominciava ora una terza fase del loro volontariato: la <strong><em>fase critico-pedagogica<\/em><\/strong><em>. <\/em>Inoltrarono le necessarie proteste e fecero rettificare le bollette. Ma, soprattutto, si misero accanto a quella famiglia povera, per educarla al risparmio, alla sobriet\u00e0, all\u2019equilibrio economico, a una sana conduzione di tutta la gestione domestica. Tante fatiche furono premiate dal successo.<br \/>\nPassarono gli anni. Il figlio pi\u00f9 grande del contadino divent\u00f2 ingegnere e,  pi\u00f9 tardi, direttore dell\u2019Enel.<br \/>\nEcco l\u2019ultima notizia. Pare che questo nuovo direttore abbia deciso perentoriamente che tutti i programmi di ristrutturazione e di ammodernamento dell\u2019azienda debbano tener conto di una strana frase che lui stesso, di proprio pugno, scrive in calce a ogni progetto. L\u2019aveva sentita risuonare per la prima volta una sera lontana, quando era ancora bambino, sulle labbra di giovani amici, attorno a un fal\u00f2, sulle sponde del grande fiume.<br \/>\nQuella frase che, splendido masso erratico, gli era rimasta impressa nel deserto di altre memorie, suona cos\u00ec: \u00abPartire dagli ultimi \u00bb.<\/p>\n<p>don Tonino Bello<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nelle vicinanze del grande fiume, l\u00e0 dove le acque precipitando da una cascata diventano vorticose, era stata costruita una immensa centrale idroelettrica. A guardarla da lontano, provocava fierezza. Ma faceva anche impressione. Era tutto un intreccio di condensatori, valvole gigantesche, di porcellane lucenti, di coltelli, di commutatori a elevato potenziale. Enormi tralicci sostenevano, in aria, cavi d\u2019alta tensione, che conducevano l\u2019energia elettrica dalla centrale verso la citt\u00e0, dove alimentava i traffici degli uomini, assolveva ai bisogni della gente, metteva in moto le macchine supertecnicizzate della moderna civilt\u00e0. Ad appena mezzo chilometro di distanza dall\u2019impianto, c\u2018era la capanna di un contadino. 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