{"id":32024,"date":"2026-07-22T13:37:11","date_gmt":"2026-07-22T13:37:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.paxchristi.it\/?p=32024"},"modified":"2026-07-22T13:37:13","modified_gmt":"2026-07-22T13:37:13","slug":"le-cento-facce-del-poliedro-nonviolenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.paxchristi.it\/?p=32024","title":{"rendered":"LE CENTO FACCE DEL POLIEDRO NONVIOLENZA"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-paxchristi wp-block-embed-paxchristi\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"RcfMtw7Rpt\"><a href=\"https:\/\/www.paxchristi.it\/?p=31744\">Nuova pubblicazione: POTERI E NONVIOLENZA &#8211; Organizzare la speranza<\/a><\/blockquote><iframe loading=\"lazy\" class=\"wp-embedded-content\" sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" style=\"position: absolute; visibility: hidden;\" title=\"\u201cNuova pubblicazione: POTERI E NONVIOLENZA \u2013 Organizzare la speranza\u201d \u2014 Paxchristi\" src=\"https:\/\/www.paxchristi.it\/?p=31744&amp;embed=true#?secret=LDngiSeAo2#?secret=RcfMtw7Rpt\" data-secret=\"RcfMtw7Rpt\" width=\"600\" height=\"338\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\"><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che \u00e8 noto rimane sconosciuto, pensava il vecchio Hegel. La \u201cnonviolenza\u201d ne \u00e8 una lampante conferma: nel 99% dei casi chi ne parla (per esaltarla o per deriderla) non ha mai letto una riga di suoi esponenti storici perch\u00e9 \u00e8 convinto, in buona fede, che non ci sia nulla da sapere oltre ci\u00f2 che si ripete dovunque e per lo pi\u00f9. A costoro, che presumono senza neppure sospettare di pre-assumere, possono riuscire istruttivi testi agili, ma rigorosi, come il volume a pi\u00f9 voci, <em>Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza<\/em> (Nerbini, Firenze 2026, pp. 144, euro 14,00).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La chiave di lettura dei vari contributi \u00e8 offerta in <em>Prefazione<\/em> da Massimo Fer\u00e9 e Franco Dinelli. Essi intendono rispondere a due domande principali: \u00abcome si caratterizza oggi il potere\u00bb e \u00abquale risposta nonviolenta pu\u00f2 esercitare ogni persona\u00bb (p. 5).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>In ambito politico<\/em>, osserva Fer\u00e9, si registra una \u00abcrisi della democrazia\u00bb sintetizzabile nel dato, reso manifesto da Trump, che \u00abla politica ha smesso di credere nel valore contingente della democrazia (\u2026) per usarla a favore di una ristretta cerchia di oligarchi globali\u00bb (pp. 11 \u2013 12). Ci\u00f2 \u00e8 potuto verificarsi perch\u00e9, dopo la Seconda guerra mondiale, \u00abci si \u00e8 illusi che il regime democratico della coesistenza dei molti diversi tra di loro fosse diventato anch\u2019esso, come il mercato, una sorta di stato naturale dell\u2019umano \u2013 con la conseguenza di pensare che bastasse replicarne le procedure per custodirlo nel suo nocciolo duro\u00bb (p. 11). La nonviolenza non solo si propone di curare questa patologia della democrazia, ma pu\u00f2 vantare negli ultimi decenni dei risultati oggettivi che Laila Simonelli richiama rapidamente nel suo contributo su <em>La nonviolenza motore di partecipazione democratica<\/em>: da pratiche partecipative nella gestione di enti locali (pp. 18 \u2013 19) a leggi varate dal Parlamento nazionale (pp. 15 \u2013 18) sino a risultati planetari ottenuti, \u00abpur con tutti i limiti e le crisi profonde\u00bb, da varie \u00abistituzioni internazionali\u00bb (p. 21).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che cosa abbia fatto, stia facendo e possa fare in futuro la nonviolenza <em>in ambito economico<\/em> \u00e8 ricordato, in pagine che meriterebbero adeguato ampliamento, da Giuliana Martirani &#8211; che disegna un percorso \u00ab<em>dalla razionalit\u00e0 alla ragionevolezza<\/em> per arrivare ai <em>Beni Comuni<\/em>\u00bb (p. 26) \u2013 e da Matteo Prodi che, anche sulla base di esperienze personali, evidenzia come \u00able cooperative sociali di comunit\u00e0\u00bb possa rivelarsi \u00abuna buona pratica da considerare per costruire percorsi nonviolenti\u00bb (p. 31).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Del ruolo della nonviolenza <em>in ambito tecnico<\/em> si occupano Sergio Bellucci e massimo Serio. Il primo invita a soppesare in tutta la sua gravit\u00e0 la trasformazione epocale in atto: nel \u00ab<em>Digitalismo<\/em>, la formazione socioeconomica che sta soppiantando quella capitalistico\/industriale\u00bb, il potere \u00abnon si esercita pi\u00f9 solo attraverso il controllo dei mezzi di produzione\u00bb, ma anche e soprattutto \u00abattraverso il dominio dell\u2019informazione, dei dati, di un accumulo conoscitivo dei data center, dei microprocessori neuromorfici e degli algoritmi dell\u2019intelligenza artificiale\u00bb (p. 33). A questa nuova forma di oppressione la nonviolenza pu\u00f2 rispondere attivando almeno tre percorsi: \u00abeducazione alla sovranit\u00e0 digitale\u00bb, \u00abdesign etico e tecnologie conviviali\u00bb e \u00abgovernance partecipativa del capitale conoscitivo\u00bb (pp. 35 \u2013 36). In sostanziale sintonia con Bellucci, Seri individua nella \u00abeticit\u00e0 (finalizzazione di bene)\u00bb e nella \u00abuniversalit\u00e0 dei risultati\u00bb i \u00abdue capisaldi necessari\u00bb per \u00abarginare il rischio che la tecnica diventi strumento di \u201cviolenza\u201d, intesa come offesa in generale della dignit\u00e0 delle persone\u00bb (p. 39).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>L\u2019ambito militare<\/em>, proprio perch\u00e9 sembrerebbe lo spazio privilegiato per la nonviolenza, \u00e8 anche il pi\u00f9 fitto di insidie. Infatti molti si accontentano di ideali \u201cpacifisti\u201d \u2013 s\u2019intende di perseguire stadi di assenza di guerre \u2013 mentre, come ricorda nel suo contributo Pasquale Pugliese, la \u201cviolenza della guerra\u201d presuppone una \u201ceconomia di guerra\u201d (\u201cprogressivo aumento delle spese militari\u201d e \u201criconversione al contrario dell\u2019industria\u201d) ed entrambe presuppongono una radice ancora pi\u00f9 nascosta: il potere \u00abculturale, che si manifesta nei dispositivi formativi e informativi che hanno lo scopo di legittimare e giustificare tutta la filiera della guerra\u00bb (pp. 42 \u2013 43). Tali dispositivi ideologici ruotano intorno a due \u00abcardini\u00bb: \u00abil primo \u00e8 l\u2019irrazionale e obsoleto mantra secondo il quale per avere la pace bisogna preparare la guerra\u00bb; \u00abil secondo \u00e8 il doppio standard etico, secondo il quale un omicidio \u00e8 un omicidio, ma moltiplicato per migliaia o milioni di omicidi si chiama vittoria o, addirittura, pace\u00bb (p. 44). Cosa fa in concreto chi pratica la nonviolenza per sostituire la lotta armata contro gli aggressori? Sia pur a rapide pennellate risponde alla domanda Valentina Bartolucci rievocando casi di \u201cresistenza civile\u201d (sia come \u201cnon-condizionamento\u201d sia come \u201clotta organizzata\u201d sia come \u201cresistenza morale\u201d) (pp. 49 \u2013 51) e casi storici in cui la nonviolenza \u00e8 stata non soltanto resistenza, ma anche \u00abcostruzione, paziente e quotidiana, di percorsi di pace\u00bb (pp. 51- 53). Affinch\u00e9 le esperienze pregresse addestrino alla gestione dei conflitti attuali e futuri, la nonviolenza deve diventare \u00abcompetenza educativa\u00bb convinta e capillare attraverso l\u2019educazione delle \u00abnuove generazioni a leggere i conflitti come opportunit\u00e0 di trasformazione e a diventare cittadini capaci di scegliere, ogni volta, la via pi\u00f9 difficile ma pi\u00f9 feconda, quella della pace\u00bb (pp. 53- 55).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se la violenza esercitata dagli esseri umani riguarda anche il mondo animale e vegetale, la nonviolenza non pu\u00f2 non attrezzarsi anche nell\u2019<em>ambito ecologico<\/em>. Questo versante \u00e8 lumeggiato sia da Chiara Tintori che da Roberto Maier. La prima si concentra su \u00abtre coppie di polarit\u00e0\u00bb: il \u00abconsenso\u00bb sulla oggettivit\u00e0 della crisi ambientale ostacolato dal \u00abdissenso\u00bb costituito dal \u00abnegazionismo\u00bb (p. 58); la \u00abtransizione\u00bb (dall\u2019 \u00abutilizzo di fonti fossili\u00bb verso \u00abfonti di energia rinnovabili\u00bb) che non \u00abpotr\u00e0 essere duratura senza una conversione ecologica, cio\u00e8 senza riscoprire i fondamenti etici delle nostre scelte\u00bb (p. 59); la \u00abecologia integrale\u00bb contrastata dall\u2019avanzata su tutto il pianeta del \u00abnazionalismo\u00bb (una sorta di \u00abindividualismo di massa\u00bb) (pp. 59 \u2013 60). Il secondo autore si sofferma in particolare sulla differenza nell\u2019approccio all\u2019ecologia da parte di papa Benedetto XVI (che \u00abfaceva derivare la cura per la natura dalla creaturalit\u00e0\u00bb) e di papa Francesco (che, operando \u00abuna sorta di sospensione della cosmologia cristiana\u00bb, preferisce insistere sulla \u00abgenerativit\u00e0 del dialogo e la sete di giustizia\u00bb (pp. 62 \u2013 63).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prima, durante e dopo che nei campi di battaglia, le guerre si combattono nella sfera dei mezzi di <em>informazione<\/em>. Come ricorda Lucia Capuzzi, la narrazione dominante si basa sul dogma della inevitabilit\u00e0 della guerra, al quale si oppone infantilmente \u00abuna contro-propaganda basata su slogan, luoghi comuni, buone intenzioni e ottimismo ingenuo\u00bb, laddove il vero antidoto sarebbe smascherare la guerra e mostrarla per ci\u00f2 che \u00e8: \u00abuna decisione deliberata, frutto di una serie di cause e portatrice di conseguenze\u00bb (pp. 68 \u2013 69). Anche in questo ambito l\u2019educazione \u00e8 irrinunciabile. E Marco Pietro Giovannoni evoca, rapidamente, alcuni modelli pedagogici mediante i quali \u00able persone possano riconoscere e trasformare rapporti di potere, linguaggi, strutture e abitudini che ostacolano la libert\u00e0 di giudizio\u00bb (p. 70): la \u00abconoscenza come emancipazione\u00bb (\u00abla lezione di Barbiana\u00bb); \u00abla creativit\u00e0 come pratica democratica\u00bb (\u00abla lezione di Mario Lodi\u00bb); \u00abil metodo maieutico reciproco\u00bb (\u00abla lezione di Danilo Dolci\u00bb) (pp. 71 \u2013 72).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una sezione del volume \u00e8 dedicata all\u2019 \u00ab<em>ambito cultura e memoria<\/em>\u00bb. Sergio Tanzarella mostra, con varie esemplificazioni (a partire dalla Prima guerra mondiale), come la storiografia dominante sia intessuta di menzogne che solo uno studio serio pu\u00f2 smontare, invitando il lettore a schierarsi dalla parte delle vittime. Ci\u00f2 spiega perch\u00e9 \u00abnon solo i regimi totalitari del XX secolo, ma anche tutti i poteri che comprendono se stessi come dominio, anche se mascherati da democrazie (\u2026) sanno bene quanto la storia sia innocua e come sia necessario occhiutamente controllarla per prevenire&nbsp; ogni istanza di autonomia critica del pensiero, che \u00e8 premessa necessaria della libert\u00e0\u00bb (p. 83). Gli studi storici occupano uno dei tanti campi in cui si pu\u00f2 esercitare \u2013 come sostiene Pietro Domenico Giovannoni \u2013 l\u2019azione liberatrice della nonviolenza in ambito culturale: attivandosi affinch\u00e9 \u00abla cultura\u00bb (che, se ridotta a sistema chiuso e autoritario, pu\u00f2 diventare uno strumento di riproduzione della violenza\u00bb) possa, invece, diventare (\u00abquando viene vissuta non come trasmissione dogmatica, ma come occasione di apertura e confronto\u00bb) &nbsp;\u00ablo strumento pi\u00f9 efficace per disinnescare alla radice i meccanismi della violenza, visibili e invisibili, espliciti o sistemici, individuali o collettivi\u00bb (pp. 84 &#8211; 85). Nessuna disciplina \u00e8 inadatta a questo ministero di emancipazione: \u00abattraverso la letteratura, la filosofia, l\u2019arte, le scienze sociali e naturali, possiamo imparare a \u201cguardare con occhi diversi\u201d, a decostruire ci\u00f2 che ci \u00e8 stato insegnato come ovvio, a distinguere tra ci\u00f2 che siamo e ci\u00f2 che ci \u00e8 stato detto di essere\u00bb (p. 85).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La nonviolenza non pu\u00f2 ignorare neppure il vasto e contraddittorio <em>ambito della religione<\/em>. Se, come sostiene nelle sue pagine Francesca Forte, \u00abla giustificazione della guerra non \u00e8 affatto un fenomeno marginale nella storia delle religioni, in particolare nel cristianesimo, nell\u2019ebraismo e nell\u2019islam\u00bb (p. 89), oggi questa \u00abdialettica violenza\/religione\u00bb acquista una fisionomia specifica: \u00abnon solo per i fondamentalisti islamici ma anche per quelli cristiani negli Stati Uniti, che fanno riferimento al mondo \u201cneo-con\u201d, un\u2019identit\u00e0 religiosa e culturale forte, con alla base una concezione antropologica precisa e definita che non lascia spazio alle insidiose ambiguit\u00e0 (di genere, di razza, di classe) post-moderne, rappresenta un elemento fondamentale su cui costruire un progetto politico\u00bb (p. 91). Una via d\u2019uscita, secondo l\u2019autrice, potrebbe trovarsi nelle parole di Paul Ricoeur: \u00abSe le religioni vogliono sopravvivere dovranno saper rinunciare in primo luogo a ogni specie di potere che non sia la parola disarmata; dovranno far prevalere la compassione sull\u2019aridit\u00e0 dottrinale; dovranno soprattutto \u2013 ed \u00e8 la cosa pi\u00f9 difficile \u2013 cercare nel fondo stesso dei loro insegnamenti quel surplus non detto grazie al quale ciascuno pu\u00f2 sperare di raggiungere gli altri\u00bb (p. 92).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un secondo contributo di questa sezione teologica Alessandro Cortesi entra un po\u2019 pi\u00f9 nel dettaglio delle indicazioni operative: \u00abeducare ad un pensiero ospitale\u00bb (accostando le Scritture con strumenti critici che ne evidenzino \u00abil nucleo di appello ad un Oltre, ad una presenza divina che rende miti e in ascolto\u00bb) (p. 96); \u00abeducare a relazioni dialogiche\u00bb (con l\u2019altro riconosciuto \u00abcome uguale e diverso\u00bb per sventare \u00abtutte le forme di de-umanizzazione che sono premessa alle violenze pi\u00f9 efferate\u00bb) (pp. 96 \u2013 97); \u00abeducare ad un agire di cura\u00bb (in opposizione agli attuali \u00abmodelli economici che generano diseguaglianza e che uccidono\u00bb) (p. 98).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un\u2019ultima sezione del poliedrico volume \u00e8 dedicato all\u2019<em>ambito scuola<\/em>. Antonio Mazzeo, storico esperto di queste tematiche e instancabile attivista, si occupa di lanciare l\u2019allarme su vari indizi di \u00abmilitarizzazione del sistema scolastico\u00bb (p. 99),&nbsp; anche con esemplificazioni che non mi sono risultate convincenti&nbsp; (ad esempio l\u2019uso del registro elettronico, il voto in condotta o il divieto dei cellulari); Paolo Ragusa si concentra invece sulla <em>pars construens<\/em>, in particolare sulle indicazioni per declinare &nbsp;\u00abun\u2019autentica esperienza di nonviolenza\u00bb in \u00abcompetenza conflittuale\u00bb (p. 105).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Organizzare la speranza<\/em>, a firma di Massimo Ferr\u00e9, \u00e8 il titolo della postfazione a questa interessante raccolta. Sulla base della constatazione che i movimenti nonviolenti, o pi\u00f9 genericamente pacifisti, soffrono di varie \u00abfragilit\u00e0\u00bb (\u00abesistenziale\u00bb, \u00aborganizzativa\u00bb e metodologica) (pp. 111- 113), l\u2019autore riprende e rilancia le indicazioni operative di don Tonino Bello: \u00ab<em>denuncia, annuncio, rinuncia<\/em>\u00bb (p. 113).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il volume, sino a questa post-fazione, si \u00e8 srotolato su un registro \u201claico\u201d (nell\u2019accezione pi\u00f9 bella di una qualit\u00e0 universale, pre-confessionale e pre-ideologica). Ma ai lettori pi\u00f9 o meno interessati alla prospettiva evangelica viene offerto un \u00absaggio finale\u00bb di Fabrizio Mandreoli: <em>Logiche della pace, della guerra e del potere: appunti per una rilettura dei vangeli<\/em> (p. 117). Sulla scia di Ivan Illich, l\u2019autore esamina i processi convergenti che hanno snaturato la portata originariamente rivoluzionaria dell\u2019 \u00abamore\u00bb incarnato da Ges\u00f9 di Nazareth, consentendo alle Chiese (la cattolica <em>in primis<\/em>) di agire comportamenti contraddittori rispetto alla postura del primo Modello. La conclusione, pi\u00f9 o meno esplicita, la sintetizzerei cos\u00ec: la via del vangelo, come pi\u00f9 in generale la nonviolenza di cui \u00e8 una declinazione possibile, ha qualcosa di \u00abfolle\u00bb che provoca \u00abturbamento\u00bb e \u00abtimore\u00bb. Onest\u00e0 vuole che la si respinga o che comunque la si dichiari inassimilabile al proprio modo di vedere e di vivere, non che si dichiari a parole di condividerla mentre, in realt\u00e0, la si modifica sostanzialmente sino a trasformarla nella parodia di s\u00e9 stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Augusto Cavadi<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cAdista\/ Segni Nuovi\u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">4.7.2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci\u00f2 che \u00e8 noto rimane sconosciuto, pensava il vecchio Hegel. La \u201cnonviolenza\u201d ne \u00e8 una lampante conferma: nel 99% dei casi chi ne parla (per esaltarla o per deriderla) non ha mai letto una riga di suoi esponenti storici perch\u00e9 \u00e8 convinto, in buona fede, che non ci sia nulla da sapere oltre ci\u00f2 che si ripete dovunque e per lo pi\u00f9. 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