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ONU: in Libano un milione di Siriani

cartina del Libano

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Ogni giorno entrano nel Paese dei cedri 2.500 profughi. I servizi sono insufficienti per una popolazione aumentata in maniera vertiginosa negli ultimi tre anni. L’economia sta perdendo milioni di dollari e la sfida più grande è quella della sicurezza.

È una sfida di proporzioni immani quella che sta affrontando il Libano da oltre tre anni: l’arrivo in massa di rifugiati dalla Siria sta assestando un duro colpo all’economia e alla stabilità del Paese, sempre più coinvolto nel conflitto alle sue porte. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha registrato un milione di siriani, ma le cifre ufficiose sono ben più alte, mentre i fondi per accoglienza sono insufficienti.

I riflettori sulla guerra in Siria si stanno spegnendo, ma l’emergenza si sta aggravando con ripercussioni pesanti sui Paesi vicini e in particolare sul Libano che accoglie il maggior numero di profughi: ogni mille abitanti ci sono 220 siriani e in alcuni villaggi la demografia è rovesciata, ci sono più profughi che residenti. Il sistema scolastico è insufficiente a garantire gli studi ai 400mila siriani in età scolare, che ormai hanno superato di molto il numero di libanesi in età scolare. Le scuole pubbliche hanno organizzato turni pomeridiani per i siriani, ma soltanto in centomila possono frequentare le lezioni. E come l’istruzione, anche gli altri servizi pubblici, dalla sanità alla raccolta della spazzatura, ai sistemi fognari, all’acqua sono ormai insufficienti per una popolazione aumentata in maniera vertiginosa negli ultimi tre anni: nell’aprile del 2012 c’erano 18.000 profughi siriani in Libano, un anno dopo erano 356mila e adesso sono un milione. Inoltre, queste cifre si riferiscono ai profughi registrati dall’Unhcr, ma in tanti non si registrano e quindi non hanno accesso neanche agli aiuti, comunque insufficienti, garantiti dall’agenzia dell’Onu. Sinora è stato raccolto soltanto il 13 per cento dei fondi necessari ad affrontare l’emergenza.

L’economia libanese, già in difficoltà, ha subito un duro colpo: secondo la Banca mondiale, la crisi siriana sinora è costata al Paese 2,5 milioni di dollari in perdite di attività economiche e 170mila libanesi rischiano la povertà. La concorrenza tra residenti e siriani, disposti ad accettare paghe più basse, sta facendo diminuire in maniera drastica i salari e le famiglie si impoveriscono. Il prezzo degli affitti, invece, aumenta a causa dell’incremento della domanda di alloggi provocato dall’arrivo dei siriani. Nel Paese di cedri non ci sono campi di accoglienza, così i profughi devono trovare da soli una sistemazione e in tanti sono costretti a vivere in condizioni disumane, in case sovraffollate o in garage e fabbricati non finiti. Chi non può permettersi di pagare l’affitto, vive per strada o in baraccopoli prive di servizi.

“L’influsso di un milione di profughi sarebbe enorme in ogni Paese, ma per il Libano, che è una piccola nazione con difficoltà interne, l’impatto è sconvolgente. Non possiamo permettere che questo peso ricada soltanto sulle spalle di questo Paese ”, ha detto Antonio Guterres, Alto commissario Onu per i Rifugiati.

Gli ha fatto eco Rachid Derbas, ministro libanese degli Affari sociali, che ha fornito cifre più drammatiche di quelle della Banca mondiale: “L’emergenza rifugiati sta consumando una grossa porzione delle risorse del Paese. Secondo uno studio del governo, la crisi ci ha fatto perdere 7.5 milioni di dollari. Dipendiamo dalla comunità internazionale per il sostegno ai profughi siriani”.

Alla questione dell’accoglienza dei profughi si affianca quella della sicurezza. Il Paese è già coinvolto nel conflitto: i miliziani del movimento sciita libanese Hezbollah combattono in Siria al fianco delle truppe del presidente Bashar al Assad; la città portuale di Tripoli è un campo di battaglia tra sunniti e alawiti; l’opposizione siriana ha le sue retrovie nelle aree settentrionali del Libano, da dove transitano armi e uomini diretti in Siria; gli sconfinamenti in territorio libanese sono diventati frequenti. Il Paese dei cedri rischia di essere trascinato nel conflitto e le ripercussioni si farebbero sentire sull’intera regione.

3 aprile 2014, Roma, Nena News